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Una domanda di giustizia

Paolo Pombeni - 07.08.2014
Cassazione

Forse il mese di agosto non è il più adatto per avviare dibattiti molto seri, ma questa è una estate anomala e dunque si può infrangere la regola e ragionare su qualcosa che non sia il solito dibattito da ombrelloni.

Parliamo della questione giustizia e lo facciamo da “laici”, perché non siamo davvero esperti del settore (a parte una laurea in giurisprudenza presa quarant’anni fa), ma riteniamo che per la giustizia valga qualcosa di simile a quel che Bismarck diceva della guerra: una faccenda troppo seria per lasciarla gestire ai generali. Infatti anche per questa riforma sembra che tutto debba risolversi in una triangolazione assai discutibile: i magistrati (o meglio la loro associazione sindacale), gli avvocati e la classe politica. Sia detto senza intenti offensivi: tre corporazioni, ciascuna interessata, a volte legittimamente a volte meno, a difendere sue prerogative, per non dire qualche privilegio.

Non che tutto sia così: l’eccellente articolo comparso sul “Corriere della Sera” del 6 agosto a firma del dr. Giuseppe Maria Berruti, presidente di sezione della Cassazione, è un eccellente esempio di ragionamento giuridico incisivo e pacato che tocca nel vivo la questione preminente oggi: il costume che si è diffuso di magistrati che si sentono chiamati non ad applicare la legge, ma a “dettar legge” ritenendosi titolari di un giudizio di interpretazione svincolato da qualsiasi contesto. I casi di magistrati che si improvvisano medici e scienziati sono esempi eclatanti di una improvvida interpretazione della funzione giurisprudenziale che, diciamolo per inciso, non potrà certo correggere una normativa sulla responsabilità civile del magistrato.

Naturalmente un discorso analogo lo si vorrebbe sentire dall’avvocatura, pronta a lamentarsi della pletora di esercenti la professione da cui è invasa (e sciagurate norme sull’equiparazione di accessi alla professione conseguiti in altri paesi europei fanno deteriorare la situazione), ma restia ad ammettere che il guazzabuglio di “furbate” concesse in dibattimento e la durata infinita dei processi giova a non pochi dei suoi membri.

Infine sarebbe inaccettabile non ricordare che la classe politica nell’affrontare il problema giustizia si è più preoccupata o di difendersi da poteri d’indagine che ne intralciavano i lavori, o di giocare al tifo per quelle attività nella speranza che le spianassero la strada nello sconfiggere i propri avversari.

Forse potrebbe davvero essere giunto il momento in cui tutti ascoltassero la domanda che sale dal paese, cioè si rendessero conto che la gente domanda davvero “giustizia”. Ciò non significa processi spettacolari in qualche caso, pene draconiane che finiscono per colpire pochi soggetti, sicché servono a ben poco, licenza di intromissione in tutto nella speranza che il “grande occhio” scovi il marcio che si nasconde nella società.

Ha ragione il ministro Orlando quando difende la procedura seguita per giungere alla riforma: prima si enunciano i problemi cui si deve dare risposta e poi si cercano le soluzioni, accettando che queste vanno comunque trovate: se infatti non c’è quella “perfetta” non è una ragione per continuare a lasciar le cose come stanno con grave danno per la domanda di giustizia. Finora si è fatto troppe volte così e le conseguenze si sono viste.

Dunque alcune questioni che pongono i famosi 12 punti elencati dal ministro sono essenziali. Innanzitutto la durata dei processi, specie di quelli civili, ma non solo. Qui è inutile nascondersi dietro ad un dito: accelerare non significa solo passare a modalità tecnologiche più avanzate come quelle messe a disposizione dall’informatica (peraltro una questione che si trascina da anni: si veda il libro che racconta delle ricerche sul tema condotte dal prof. Stefano Zan nei  cinque anni precedenti: Fascicoli e tribunali, Il Mulino 2003! Significa che si arriva a qualcosa con quindici anni di ritardo). Bisogna snellire tutto un sistema di indagine e contenzioso per cui una causetta di condominio richiede perizie, indagini, contraddittori, innumerevoli udienze con intervalli stratosferici fra loro come un contenzioso per la vendita dell’Alitalia.

Poi c’è la questione della responsabilità dei magistrati, ma anche degli avvocati e di chi attiva la giustizia. Poiché nessuno è infallibile, ci deve essere tutela contro chi presume di esserlo e si comporta come tale: significa chiedere di rispondere responsabilmente di quel che fa a chi accusa e a chi giudica, perché sono campi in cui la “leggerezza” non è ammissibile, ma significa anche punire severamente tutti quelli che fanno un uso strumentale della giustizia per trarre ingiusti vantaggi anche solo dai tempi lunghi dei processi. Se ben pochi magistrati sono stati chiamati a rispondere di leggerezze, non ci sembra che le punizioni pecuniarie per “cause temerarie” siano molto sviluppate.

Certamente non sono problemi facili da risolvere e anzi sono materie molto delicate in cui è bene muoversi con la consapevolezza che manovre avventate fanno danni gravi. Tuttavia ciò che non è più accettabile è che per evitare veri o presunti “danni gravi” si favorisca l’immobilismo, magari mascherato da qualche riforma gattopardesca. Il danno più grave di tutti è già in corso ed è la scarsa fiducia, che per di più declina ancora, che si ha nel poter trovare risposta alla domanda di giustizia che sale prepotente da una società squassata da una crisi epocale assai complessa.