Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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La soluzione soddisfacente? L’università e la riforma della pubblica amministrazione

Novello Monelli * - 07.08.2014
Università

Sosteneva il ministro Giannini che «la soluzione a cui si è arrivati sull’età di pensionamento dei docenti universitari è soddisfacente». Naturalmente adesso sembra che non sia più così, perché siamo il paese delle marce indietro, ma a prescindere da questi ripensamenti (frutto di lobbysmo?) forse è utile ragionare come se la marcia indietro non ci fosse stata. Soprattutto nell’ottica del fatto che forse, un giorno non lontano, al tema si tornerà a dedicare la giusta attenzione.

La questione, per i molti che non avessero trovato particolarmente intrigante la vicenda parlamentare del cosiddetto “disegno di legge Madia” (altrimenti noto come riforma della pubblica amministrazione) votato il 31 luglio dalla Camera, può essere riassunta così: la tendenziale resistenza dei docenti universitari (e di altre categorie, quali magistrati e medici) a farsi pensionare anzitempo (diciamo più o meno alla metà della sesta decade di vita), ostacolo non da poco nella marcia trionfale della ministra per lo svecchiamento del mare magnum dei dipendenti dello Stato.

Quello che è sembrato un arroccamento alla poltrona ha fatto storcere il naso e spendere parole poco simpatiche. C’è del vero, naturalmente (e anche del marcio). In primo luogo perché l’età (massima) pensionabile dei funzionari dello stato, e in particolare della categoria dei docenti universitari, è tra le più alte in Europa (attualmente 70, i cugini del mondo accademico francese si godono la pensione a 65 anni, nel Regno Unito a 67). E soprattutto perché, se non fosse stato per le modifiche intervenute nella normativa degli ultimissimi anni, molti ordinari avrebbero potuto fruire ancora di quel privilegio feudale che era il “fuori ruolo”: due anni di trattenimento in servizio oltre la soglia dei limiti d’età massima, in una sorta di paradiso in terra a stipendio pieno e doveri pressoché inesistenti. Cancellato questo arcaico diritto, i professori ordinari hanno continuato a prestare servizio fino ad un’età comunque alta. Un poco invidiabile primato, che contribuisce a fare del nostro corpo docente il più vecchio della zona euro e uno dei più vetusti del globo.

Fin qui l’ovvio. Va anche segnalato il rovescio della medaglia. In un sistema in cui l’età media di ingresso nei ruoli universitari ha superato i quarant’anni (altro poco onorevole record), la soglia di uscita a 70 anni è già pericolosamente vicina, con il rischio di non poter accumulare sufficienti contributi per una pensione decente. Inoltre, con il blocco del turn over draconiano imposto negli ultimi anni con straordinaria coerenza dai governi di ogni colore, pensionare docenti a 70, 68, 65 o 130 anni sarebbe stato comunque relativamente poco utile ai fini del ringiovanimento del corpo docente: per ogni ordinario a fine carriera non si poteva comunque assumere che un pezzo di collega più giovane. Tanto vero che, appena allentati (anche solo leggermente) i vincoli sulle assunzioni, di ordinari a fine carriera disposti a farsi da parte per liberare risorse a vantaggio di giovani precari se ne sono registrati: forse non tanti quanti si sarebbe desiderato nel migliore dei mondi possibili, ma comunque qualcuno.

In questa situazione non felice, l’obiettivo di svecchiare ope legis il sistema (fatti salvi i limiti contributivi) ha suscitato molte aspettative e altrettanti mugugni. Mentre queste righe venivano scritte (2 agosto) l’arena parlamentare aveva sancito il compromesso su un’età pensionabile di 68 anni (art. 1, comma 5 della ddl approvato alla Camera): «con decisione del Senato accademico, senza pregiudizio per la continuità dei corsi di studio e comunque non prima del termine dell'anno accademico nel quale l'interessato ha compiuto il sessantottesimo anno di età». Benché i vari paletti posti al provvedimento (non tutti privi di logica) possano legittimamente far pensare che non si assisterà ad un esodo di massa, il Parlamento ha anche stabilito che: «per ciascun professore universitario nei cui confronti abbia adottato la decisione di cui al presente comma, la relativa università, nei limiti delle facoltà assunzionali previste a legislazione vigente, procede prioritariamente all'assunzione di almeno un nuovo professore […] o all'attivazione di almeno un nuovo contratto per ricercatore a tempo determinato».

Si sarebbe trattato di un provvedimento di inusitata intelligenza. Quello che poteva sembrare solo l’ennesimo taglio alle capacità dell’insegnamento universitario avrebbe potuto tramutarsi in una possibilità: forse non la soluzione ai mali, ma un (possibile) piccolo rimedio. Ammesso ovviamente che il testo in oggetto non venga ulteriormente modificato e stravolto, magari a seguito delle molte altre resistenze a mollare cattedra e bottega che allignano nell’aristocrazia universitaria, come sembra sia puntualmente avvenuto. Incomprensibilmente. Perché se un tempo, il pensionamento poteva essere considerato effettivamente l’anticamera della morte civile (e l’anticipazione di quella fisica), oggi conservare l’equazione tra uscita dai ruoli e fine della vita scientifica è semplicemente anacronistico. Non si spiegherebbe altrimenti la scelta di alcuni autorevoli rappresentanti del settore di Storia contemporanea (Emilio Gentile e Giovanni Sabbatucci, per non fare che due nomi) di «ritirarsi» ben prima dei limiti d’età, rimanendo comunque non solo decisamente attivi ma anche al centro del dibattito e degli scambi del proprio campo accademico. Ma forse gli storici hanno un rapporto migliore con la percezione del tempo dei colleghi di altri dipartimenti.

 

 

 

* Professore a contratto Università di Padova