Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Scrivere sulle periferie. L’esame di maturità, Renzo Piano e Jorge Mario Bergoglio

Claudio Ferlan - 21.06.2014
Periferie

Fa riflettere la ripresa della (bella, a mio parere) riflessione di Renzo Piano sulle periferie nella scelta del titolo per la prova di italiano agli esami di maturità. L’architetto, nominato senatore a vita dal presidente Napolitano nel 2013, lo scorso 26 gennaio aveva pubblicato su “Il sole 24 ore” un articolo intitolato “Il rammendo delle periferie”. Qui, scriveva Piano, nessuno ha speso denaro per fare manutenzione. Ma sono loro la città del futuro, ricche di umanità, bisognose appunto di rammendo e di idee. Si chiedeva allo studente di commentare criticamente ed esporre in maniera argomentata la propria posizione. Mi sono domandato che cosa mai avessi potuto scrivere, la risposta però imponeva uno sforzo di finzione eccessivo. Difficile andare indietro nel tempo per arrivare ai miei diciannove anni. Così ho pensato fosse meglio cambiare l’orientamento della riflessione: più realistico mettersi nei panni di chi quel titolo ha selezionato.

 

La presentazione di un libro


Questa scelta è di certo stata oggetto di approfonditi confronti e adeguate riflessioni. Mi viene da pensare che la preferenza accordata a Renzo Piano sia debitrice del pensiero di Jorge Mario Bergoglio. Due giorni prima dell’inizio degli esami di maturità è stato presentato a Roma il libro che raccoglie le prediche di Francesco (“La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta”, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli). Nel corso della presentazione molto si è parlato di periferia, un punto fermo, una parola chiave del pontificato in essere. Il presidente del senato Pietro Grasso ha detto che al momento della propria nomina (16 marzo 2013) la recentissima elezione di Bergoglio (13 marzo) lo ispirò a riconoscere nelle due designazioni un segno della volontà di cambiamento in Italia come nel Vaticano. Insomma, papa Francesco da subito ha fatto pensare. Ci sarebbe ora da divagare sulle opportunità regalate dalla rete, dalla possibilità di seguire la presentazione online, avvisati grazie a Twitter, ma torniamo in periferia. Fin dagli esordi, il papa ha invitato la sua Chiesa e con particolare attenzione i suoi confratelli gesuiti a frequentarla: quella esistenziale prima ancora di quella geografica.

 

Un papa in periferia


“Uscire, uscire”, disse Francesco in una delle prime dichiarazioni dopo l’elezione, uscire per andare verso le periferie e le frontiere. E da quel primo giorno ha proseguito su questa linea, dando l’esempio. Con l’eccezione della Terra Santa, tanto facile da spiegare che non è necessario dilungarsi, le sue mete lo dicono: Lampedusa la prima in Italia, Albania la prima, prossima, in Europa. Non propriamente luoghi centrali. La storia stessa dell’arcivescovo Bergoglio ci parla dei margini. Lo ha raccontato bene il recente documentario andato in onda su RaiTre (Papa Francesco – La storia di Jorge Bergoglio) con le interviste ai parroci delle Villas Miserias di Buenos Aires. Là, tra baracche e case di fortuna, nel cuore della periferia, l’arcivescovo era di casa, con la dichiarata ambizione di riportare quei luoghi al centro: della politica, della pastorale, della teologia e della liturgia. Ha unito la sua voce a quelle che richiedono una redistribuzione delle risorse, quelle economiche e quelle del capitale umano. Eletto pontefice, ha ora a disposizione una voce più forte che valica i confini della capitale argentina e si fa ascoltare in ogni parte del mondo.

 

Gli storici in periferia


Nelle nostre ricerche e nelle nostre discussioni, noi storici ci interroghiamo anche sui rapporti tra centro e periferia. Di più, nelle indagini sulla Compagnia di Gesù, l’ordine di Bergoglio, abbiamo maturato la convinzione che sia sbagliato ricostruire il passato sulla base di una dialettica, d’abitudine conflittuale, proprio tra centro e periferia. Meglio sarebbe parlare di un confronto tra tanti centri di diverse dimensioni, senza che questo ri-orientamento valga a negare i conflitti. Meglio sarebbe spostare la riflessione dal margine geografico a quello sociale, culturale, economico, spirituale, per rimanere al vocabolario della Chiesa e della sua storia. Che siano, questi nostri dibattiti, un segnale che studiare ciò che è accaduto aiuta a comprendere quanto sta succedendo? È la nostra ambizione.

 

Ecco, alla fine mi sono arrogato il diritto di riempire la traccia che spetta ai maturandi, dimenticando che quando è toccato a me scrivere il tema, fare lo storico era un’idea priva di concretezza. Spero non me ne vogliano.