Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Riforma del Senato e gruppi parlamentari

Luca Tentoni - 12.11.2016
Federico Pizzarotti

A tre settimane dal referendum costituzionale le possibilità che il testo di revisione sia approvato dal popolo sono - secondo i sondaggi - intorno alla metà. La nostra analisi, stavolta, verte perciò sulla possibilità (su due) che il Senato abbia diversa composizione e altri poteri rispetto all'attuale. Se vinceranno i "sì", i senatori avranno caratteristiche dissimili dagli attuali: oltre a quelli di nomina presidenziale e agli ex Capi dello Stato avremo 21 sindaci e 74 consiglieri regionali. A questo punto Palazzo Madama dovrà darsi un nuovo regolamento, organizzare il lavoro in un numero ristretto di Commissioni (sia per la riduzione delle materie di competenza, sia perché dividendo i cento senatori per le attuali quattordici Commissioni permanenti si avrebbero appena 7-8 membri per ciascuna) ma soprattutto si capirà - dal numero, tipo e consistenza dei gruppi parlamentari - "cosa" sarà davvero il nuovo Senato. La revisione costituzionale, infatti, lascia liberi i nuovi senatori di predisporre un regolamento interno conforme al procedimento legislativo della riforma, però - com'è ovvio - non può ingerirsi nel tipo di articolazione politica o geografica che i rappresentanti vorranno darsi. In altre parole, al momento di formare i gruppi parlamentari, potremmo avere almeno tre modalità di aggregazione dei senatori: per appartenenza ad un partito (come alla Camera), per regione o macroregione (si tratterebbe, dunque, di gruppi comprendenti, per esempio, tutti i rappresentanti del Nord indipendentemente dal loro "colore" politico) oppure misto (ad esempio, i senatori eletti al Nord, Centro o Sud-Isole per uno o più partiti alleati). Il "come" saranno composti i gruppi parlamentari del Senato non è affatto un argomento ozioso come si potrebbe pensare, perché i rapporti di forza in Aula e nelle Commissioni potrebbero cambiare a seconda di quale delle tre formulazioni alle quali abbiamo fatto cenno venisse adottata. Non è neppure escluso che il panorama dei gruppi senatoriali sia caratterizzato da tutte le tipologie: alcuni legati ai partiti, altri ai territori e altri misti. Cosa vieta, ad esempio, che i sindaci non si uniscano per far valere gli interessi dei comuni (una piccola ANCI)? Non essendo una Camera "politica", Palazzo Madama può ben permettersi di essere un luogo trasversale ed eterogeneo. C'è però da chiedersi fino a che punto i neo-senatori abbiano la voglia e l'autonomia per dar vita a gruppi non partitici. Questo sarà un banco di prova per la politica nazionale: se l'intento è quello di rappresentare le istituzioni territoriali e gli interessi di comuni e regioni, perché ricondurre i prescelti ad una disciplina di partito (sia nella composizione dei gruppi, sia - eventualmente - nel voto sui singoli disegni di legge o, ancora, sui testi della Camera dei deputati "richiamati" dal Senato)? Se la nuova Assemblea vuole avere un senso, infatti, deve dotarsi di quella che impropriamente possiamo definire la sua "personalità istituzionale". Un'articolazione più attenta a far prevalere la visione territoriale su quella partitica nazionale potrebbe accentuare il carattere di "Camera delle regioni e dei comuni", mentre la riproposizione delle divisioni in gruppi di stretta osservanza politica rischierebbe di indebolire il ruolo del Senato, facendolo quasi diventare un “doppione debole” di Montecitorio. Saranno gli eletti a dare a Palazzo Madama il suo "carattere", ma con quale criterio verranno selezionati (almeno nella prima applicazione della riforma)? Se si tratta, come leggiamo nel nuovo articolo 57, di una scelta in conformità a quelle “espresse dagli elettori per i candidati consiglieri, in occasione del rinnovo dei consigli regionali” siamo - almeno così ci sembra di capire - ad una trasposizione in Senato del Consiglio regionale, con una "delegazione pluripartitica" i cui componenti rispecchieranno i rapporti di forza politici dell'ente locale maggiore. L'estrazione dei nuovi senatori, perciò, è prevalentemente legata ai gruppi consiliari regionali, cioè ai partiti. La contemporanea appartenenza all'assemblea locale e a quella di Palazzo Madama rende difficile uno "sdoppiamento" fra il legame politico territoriale e la libertà di aggregarsi diversamente (per territorio, ad esempio) nel nuovo Senato. Allo stesso modo, si pone il problema del "richiamo" (non previsto) del rappresentante della regione o del comune. Se ad esempio si verificasse un "caso Pizzarotti" e il sindaco eletto per un determinato partito prendesse le distanze dal suo gruppo politico nazionale di riferimento, il Consiglio regionale non potrebbe sostituirlo. Abbiamo, dunque, rappresentanti scelti dal Consiglio regionale più o meno in proporzione ai rapporti di forza fra i partiti locali (dunque in certo modo dotati di una netta collocazione politica) che però, in Senato, devono decidere da che parte stare: rimanere in tutto e per tutto fedeli al partito e dar vita a gruppi parlamentari "politici" come alla Camera, oppure prendersi (o lasciarsi concedere) la libertà di costituire gruppi territoriali (formati da sindaci, come dicevamo, o da rappresentanti delle regioni a statuto speciale, tanto per fare degli esempi) o, ancora, una volta eventualmente lasciati (per motivi locali o nazionali o personali) i partiti d'origine, passare a gruppi già costituiti o finire nel Misto? Già, il gruppo Misto, che nella Seconda Repubblica è stato sempre più affollato - talvolta da deputati o senatori "di passaggio" verso altri lidi politici - ma che potrebbe costituire un approdo per tutti coloro i quali volessero interpretare il proprio ruolo a Palazzo Madama in modo autonomo (se i soli gruppi costituiti fossero riconducibili direttamente ai partiti). Quanto spazio riserverà il nuovo regolamento del Senato ai piccoli gruppi e al Misto? Ma soprattutto: chi approverà il Regolamento? La maggioranza sarà politica oppure territoriale? Infine: il Senato - se articolato in forma "partitica" – assumerà (con gli scarsi poteri a disposizione di Palazzo Madama) un ruolo di (sia pur modesto) contrasto rispetto alla Camera dei deputati, se quest'ultima sarà di diverso colore? Sono tutti interrogativi ai quali non si può trovare risposta prima del voto popolare: si tratta di questioni che - con un certo disprezzo - taluni definiscono "tecnicalità". Così, sebbene delineato nei poteri e nelle funzioni dal testo sottoposto al voto degli italiani, il nuovo Senato resta in parte "da costruire" e in certo senso da completare. Saranno i nuovi "inquilini" a dargli vita - sempre nell'eventualità che la revisione costituzionale sia approvata - ma sarebbe interessante conoscere già da ora se i partiti vorranno avere un ruolo determinante a Palazzo Madama o se lasceranno i propri consiglieri regionali e sindaci liberi di "vivere" (anche nella costituzione dei gruppi) la propria Camera e di articolarne i gruppi in modo più vicino ai territori che agli equilibri politici nazionali.