Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Sondaggi sbagliati, Stati chiave e minoranze: come Trump ha sconfitto Hillary Clinton

Francesco Maltoni * - 12.11.2016
Clinton e Obama

Il segnale sulla vittoria di Donald Trump, a ben vedere, lo aveva dato Barack Obama nelle ultime 24 ore di campagna elettorale. Non era mai successo, infatti, che il presidente uscente – e la first lady - entrassero in maniera così decisa sulla campagna elettorale, con ben tre comizi in altrettanti Stati federali a ridosso dell’apertura dei seggi.

E con il senno di poi, le aree in cui è intervenuto Obama sono proprio quelle in cui Hillary Clinton ha perso la presidenza: Pennsylvania, Michigan e New Hampshire. Bastava accorgersi degli spostamenti dell’inquilino in scadenza della Casa Bianca, per rendersi conto come, a Washington, il sentore del trionfo di Trump fosse temuto, percepito e anzi quasi atteso. Segno che, forse, non tutti i sondaggi erano così sballati come si lascia intendere.

Hillary Clinton ha perso le elezioni perché non è riuscita a replicare le performance 2008 e 2012 di Obama negli Stati chiave, a cominciare dalla Florida, dove è iniziata la rimonta vincente di Trump. Lì si è consumato il primo, atroce tradimento di un segmento elettorale che avrebbe dovuto sospingere l’ex first lady: quello dei latinos. Con una popolazione alquanto polarizzata – voti democratici concentrati nelle contee costiere di Miami, Orlando e Palm Beach, e le periferie saldi fortini repubblicani – si pensava che l’ago della bilancia potessero essere i tanti ispanici residenti nel Sunshine State. Invece, anche questi hanno voltato le spalle a Hillary, disertando le urne o addirittura preferendo Trump, malgrado le sue uscite non troppo rassicuranti sulla convivenza etnica in America. La popolazione di lingua spagnola residente in Florida si suddivide in cittadini di origini cubane, messicane e portoricane. I primi, tra cui spiccano i discendenti di esuli del regime castrista, preferiscono storicamente i candidati repubblicani e votano in misura superiore, mentre gli altri gruppi sono da sempre più refrattari alle urne anche se in generale propendono per i candidati democratici. Non va dimenticato, poi, come la Florida presenti un elevato serbatoio di voti di elettori bianchi e benestanti, residenti soprattutto ai margini settentrionali dello Stato, dove Trump ha replicato e addirittura migliorato i risultati di Romney del 2012, che perse lo Stato per un solo punto percentuale.

Spostandoci verso nord, Clinton è riuscita a conservare, tra gli Stati chiave, solo la Virginia, grazie a una vittoria al fotofinish per le tante preferenze in arrivo dalle sponde del fiume Potomac, ossia nei sobborghi della capitale Washington, D.C. dove i democratici vincono con relativa facilità. Niente da fare, per Clinton, in North Carolina, già perso da Obama nel 2012 e rimasto di colore rosso – cioè repubblicano - mentre l’Ohio dove Trump aveva perso le primarie in primavera è tornato quello Stato ballerino molto incline agli umori della campagna e allo charme dei singoli candidati.

Ma per diventare presidente, Trump aveva bisogno di sfondare il cosiddetto firewall di Hillary, ossia il muro di contenimento degli Stati dei Midwest solitamente democratici: e si tratta proprio di quei territori in cui ha passato gli ultimi giorni di campagna un preoccupato Barack Obama seguito dalla moglie Michelle. Ebbene, sono proprio queste aree ad aver consegnato gli Usa nelle mani di Donald Trump. Innanzitutto il Michigan, Stato che ha risentito più di ogni altro gli effetti della deindustrializzazione a seguito della crisi economica del 2008, vedendo chiudere numerosi stabilimenti produttivi di automobili e lasciando molti cittadini senza lavoro e certezze. Un durissimo colpo è arrivato dalla Pennsylvania, dove Hillary ha chiuso la propria campagna alla vigilia dell’election day, terra di conquista democratica da oltre trent’anni. Ma la vera sorpresa è stato il Wisconsin, dove l’ultimo repubblicano a imporsi era stato Ronald Reagan e nessun istituto demoscopico, nelle settimane precedenti, aveva quanto meno accennato a chance di vittoria per Trump.

Magra consolazione, che semmai acuisce i rimpianti dell’asinello, la vittoria sul voto popolare, che ha premiato Hillary Clinton per 200mila preferenze su scala nazionale, 47,7% contro il 47,5% di Trump. Come noto, si tratta di un dato significativo, ma del tutto irrilevante ai fini della presidenza, assegnata in base al sistema dei delegati, che attribuisce un numero di grandi elettori – in base alla densità di popolazione - a chi si impone in ogni Stato federale. È comunque la seconda volta che voto popolare e presidenza non coincidono, dopo la contestatissima elezione del 2000 che vide Al Gore primeggiare sulle preferenze ottenute, ma fu George W. Bush a prendersi la Casa Bianca. Al conto di Hillary mancano alcuni serbatoi ritenuti “sicuri” e fondamentali per la sua corsa: oltre a una grossa fetta dei latini, la candidata è stata tradita dagli afroamericani, appena il 12% dei votanti totali ai seggi, contro il 70% dei bianchi. Insomma, le elezioni americane, nonostante la società sia sempre più multietnica, sono ancora un appuntamento deciso in larga misura dalla comunità di carnagione bianca e di origine europea che rappresenta la “middle class”. Su questa entità ibrida, difficile da definire – segnaliamo in proposito l’interessante articolo di Claudia Durastanti per pagina99.it - ha avuto migliore presa Donald Trump, malgrado i mille problemi di convivenza con il partito Repubblicano, interlocutore storico di quel pezzo di società americana così decisivo per le sorti del Paese, ma sempre nelle retrovie, da sfuggire sistematicamente ai sondaggi e senza reali voci di rappresentanza.

 

 

 

 

* Classe 1984, giornalista professionista, sociologo, dottore magistrale in “Mass-media e politica”. Ha svolto esperienze in Rai (sede di New York) e Sky.