Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Mondo secondo Donald.

Pensieri sparsi sulla politica estera del Presidente eletto degli Stato Uniti

Gianluca Pastori * - 12.11.2016
Trump e Obama

Il prossimo 20 gennaio, Donald Trump presterà giuramento e si insedierà formalmente nell’ufficio di quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Un risultato che pochi si attendevano e che solleva non poche perplessità in quanti vedono in questo risultato il trionfo delle pulsioni più viscerali dell’opinione pubblica americana. ‘Rozzo’ e ‘inesperto’ sono gli aggettivi più usati nella definizione sintetica del nuovo Presidente; aggettivi che vengono applicati tanto alla sua visione degli affari interni quanto a quella delle questioni internazionali. La paura, per i quattro anni a venire, è quella di un ritorno all’isolazionismo politico ed economico, con la messa in discussione dei (molti) accordi commerciali siglati dalle precedenti amministrazioni; di un aumento del debito pubblico destinato a finanziare in deficit una politica di grandi opere pubbliche; di una maggiore ingerenza dell’amministrazione nell’azione delle agenzie indipendenti (prima fra tutte la Federal Reserve); di un aumento delle spese militari e, al contempo, di un disimpegno di Washington dai teatri in cui è oggi presente. In Europa soprattutto hanno destato timori le dichiarazioni del Trump candidato sul carattere ‘obsoleto’ dell’Alleanza Atlantica e la necessità che il Vecchio continente svolga un ruolo più attivo nella produzione della sua sicurezza. Queste dichiarazioni, sommandosi alla volontà espressa dallo stesso Trump di giungere a una ‘normalizzazione’ dei rapporti con Mosca (i cui contenuti sono, peraltro, ancora tutti da definire), hanno spinto qualcuno a prefigurare – con riguardo all’Europa – l’emergere di un vuoto di potere destinato ad essere pressoché ‘naturalmente’ colmato dall’espansione dell’influenza di una Russia sempre più ‘neo-imperiale’.

Tuttavia, una domanda rimane: quanto sono giustificati questi timori? Sinora, le prese di posizione di Trump in tema di politica estera sono parse più affermazioni estemporanee che parti di un ‘vero’ programma di governo. In nessun caso esse sono uscite dalla sfera delle considerazioni generiche e, molto spesso, sono apparse in contrasto fra loro o con altri punti della ‘piattaforma’ del candidato repubblicano. Nel corso dei ‘faccia a faccia’ televisivi, questo aspetto è emerso con chiarezza, soprattutto a confronto con la maggior competenza di Hillary Clinton. La maniera concreta in cui Donald Trump intende ‘fare l’America nuovamente grande’ è, quindi, ancora da comprendere. La voglia di ‘détente’ che il Presidente eletto ha espresso nei mesi scorsi potrebbe, inoltre, risultare parecchio ridimensionata di chi sarà chiamato a darle concreta applicazione. La nomina dei vertici dei vari dicasteri è un processo complesso, che assegna ampio potere al Congresso, fra le cui competenze rientra quello di ratificare le nomine presidenziali. Più di quanto non sia emerso in campagna elettorale, è possibile, quindi, che la politica estera di Donald Trump finisca con l’essere una politica negoziata con un Congresso che non nutre una particolare simpatia nei riguardi del tycoon newyorkese. Su un tema come quello delle misure protezionistiche, ad esempio, un Congresso solidamente in mano repubblicana potrebbe condizionare non poco le scelte presidenziali; lo stesso vale per altre questioni sensibili, come quella dei rapporti con la Russia e la Cina, o quella della politica verso il Medio Oriente, che – al di là del tema della lotta contro il sedicente ‘Stato islamico’ – dalla campagna elettorale di Trump è stata significativamente assente.

Fra Presidente e Congresso esistono, però, anche ampi spazi di convergenza. Le critiche di Trump alle NATO e all’atteggiamento dei membri europei dell’Alleanza, ad esempio, rispecchiano un atteggiamento largamente condiviso. In ciò, la posizione del Presidente eletto non si allontana molto da quella del suo predecessore, che già dall’epoca della sua prima visita in Europa – in occasione proprio del vertice NATO di Strasburgo-Kehl (3-4 aprile 2009) – aveva puntato l’attenzione sulla necessità di riequilibrare il fardello della difesa collettiva. Gli ultimi anni hanno visto un accresciuto impegno degli Stati Uniti in Europa, legato in larga misura al deterioramento dei rapporti con Mosca e alla necessità di offrire un’adeguata ‘reassurance’ a Paesi come la Polonia e le repubbliche baltiche, il cui peso all’interno dell’Alleanza è molto cresciuto. Al di là del onere effettivo che tale accresciuto impegno costituisce (onere in sé, tutto sommato, limitato), la percezione che ne è derivata è stata quella di una nuova sovraestensione della presenza statunitense nel mondo, sovraestensione tanto più grave perché legata alla scelta di vincolare a un teatro sostanzialmente secondario come quello europeo assetti e risorse che – se impiegati in altri scacchieri (come il Medio Oriente o il Pacifico) – avrebbero permesso di condurre una azione meno ‘remissiva’. Al di là delle considerazioni più strettamente economiche, è su queste basi ‘geopolitiche’ che amministrazione e Congresso potrebbero trovare un punto in comune per la ridefinizione dei rapporti con l’Europa. Come detto, si tratta – per ora – di una prospettiva aperta; una prospettiva che, comunque, risulta coerente con quelle che, almeno dagli anni della presidenza di George W. Bush (in carica: 2001-09), sono state le linee di sviluppo dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico.

 

 

 

 

* Gianluca Pastori è Professore associato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.