Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Una politica di “trasformazione” e il fenomeno dei voltagabbana

Fulvio Cammarano * - 16.05.2015
Agostino De Pretis

Non sappiamo a cosa pensava esattamente Renzi quando accennò qualche mese fa al “partito della nazione”. Da tempo non ne parla più. In compenso però le dinamiche del sistema politico italiano vanno naturalmente verso quella prospettiva che, a ben guardare, non è molto diversa da quanto ideato 132 anni fa da Agostino Depretis. Se è vero che le analogie storiche sono spesso ingannevoli, è però altrettanto vero che le proposte per stabilizzare il quadro politico in un regime costituzionale di tipo parlamentare non sono infinite e dunque si ripresentano, in barba alle differenze di epoca e di costumi. Il presidente del Consiglio si trova oggi con l’esigenza di capitalizzare politicamente il patrimonio di consensi guadagnato in questi anni e soprattutto di blindare la sua centralità politica. Da qui nasce l’esigenza di radicare la propria egemonia politica nella speranza di tramutarla in una solida egemonia culturale. Per fare questo Renzi ha bisogno di ridurre il ruolo delle “estreme” nel Paese, cioè delle forze che agitano la piazza, a cominciare dall’opposizione interna al Pd, e soprattutto di limitare la forza di contrattazione politica dei sindacati, e in particolar modo della Cgil. Silenziare la piazza per non disturbare il manovratore implica però la necessità di tornare ad incensare la centralità del Parlamento come unica istituzione legittimata a “fare” leggi. La restituzione dello scettro al legittimo organo della rappresentanza popolare sembra un obiettivo auspicato da un manuale di diritto costituzionale, ma se si parla di lotta politica - per un Presidente del Consiglio che opera in un sistema parlamentare ormai abituato ad ignorare vincoli di partito ed ordini di scuderie – allora la questione assume un diverso risvolto, quello cioè di come si controllano le dinamiche parlamentari. La proposta di dar vita ad un ‘partito della nazione’ intende affrontare proprio questo problema poiché allude non tanto ad un nuovo partito di massa, quanto ad un largo ed incondizionato sostegno al governo, in nome dell’uscita dalla crisi. Il ‘partito della nazione’ quindi non intende essere un nuovo partito di rappresentanza sociale, ma un appello a sostenere il governo rivolto a spezzoni di fuoriusciti e di minoranze insoddisfatte provenienti da altre formazioni politicamente in declino o timorose di dover affrontare il gelido inverno di un’eterna opposizione. Si tratta dell’essenza del processo trasformista: un esecutivo senza alternative si offre come unico collante per nuove aggregazioni. L’ideologia renziana in fondo ha le carte in regola per invitare tutti a far parte della maggioranza in nome di un progressismo tanto luminoso quanto generico (“il futuro è solo l’inizio”, “dare opportunità e liberare i talenti” e “non lasciare indietro nessuno”, sono solo alcuni esempi) e quindi compatibile e componibile con molte culture politiche in difficoltà nel proporre, nell’era dei “parametri europei”, una diversa idea di sviluppo sociale. Si è parlato di nuova Dc, si fa riferimento al populismo, ma a ben  guardare, quello che propone Renzi è proprio il tipico progetto trasformista che noi siamo abituati a interpretare unicamente in chiave di “corruzione dei voltagabbana”, ma che in realtà, al di là delle pratiche più o meno disinvolte con cui è stato realizzato, ha avuto sin dalle origini l’intento, di fronte ad un presidente del Consiglio forte perché privo di credibili alternative, di stabilizzare il governo allo scopo di fronteggiare le estreme che si alimentano dei malumori e dei cambiamenti sociali. In questo senso la proposta di Renzi ricalca, mutatis mutandis,  quella degli anni ’80 del XIX secolo, quando Agostino Depretis, leader  indiscusso della Sinistra Storica, favorito da un contesto politico privo di prospettive di cambiamento e da un preoccupante quadro sociale, si rivolse, in nome del progresso, sia ai competitori interni, sia agli avversari (Destra Storica) per chiedere di allargare la base (e la forza) del governo, a prescindere dalle diverse posizioni politiche di partenza, con l’obiettivo di avere un solido strumento con cui rispondere alle crescenti pressioni sociali. Il risultato fu un irrigidimento dell’opposizione interna al partito del Premier (la cosiddetta Pentarchia che ricorda gli avversari del Pd al progetto Renzi), ma anche l’adesione di Minghetti, leader dell’opposizione di Destra, il quale, pur non sciogliendo la sua formazione, accettò di sostenere il governo, inaugurando così la stagione del trasformismo che poi ebbe nella storia dell’Italia liberale molti altri interpreti e interpretazioni. Berlusconi, pur senza aderire formalmente al progetto renziano, come invece fece Minghetti a quello depretisino, è però nei fatti fatalmente entrato nell’orbita del governo. Quello che Renzi vuole nel 2015, come Depretis nel 1883, è unicamente una solida maggioranza parlamentare che garantisca l’efficienza nazionale, in luogo d’interminabili e “sterili” conflitti assembleari. In cambio, oggi come allora, la nuova forza egemonica del governo, potrà trascinare i sostenitori del “partito della nazione” verso riconferme di ruoli e posizioni. Il controllo dell’attuale e soprattutto del prossimo parlamento (a cui verrà tolto il Senato elettivo, cioè un ramo da alcuni anni difficilmente controllabile) è indispensabile per limitare le infiltrazioni di “pretese” di pezzi di società più o meno sindacalizzati e dunque rendere più celere ed autonoma l’azione dell’esecutivo. Non a caso tutto questo avviene in un momento storico in cui la forma partito è debole (perché declinante) come lo era (perché nascente) nell’800  e che dunque la proposta renziana di bipartitismo (premio elettorale alla lista e non alla coalizione) venga fuori proprio quando ciò che conta non è la rappresentanza del pluralismo, ma la stabilizzazione del sostegno all’esecutivo. Il bipartitismo auspicato da Renzi in fondo avrebbe la stessa ambizione trasformista con cui nel 1888 Crispi pensava di dissolvere la complessità della conflittualità politica: “Coloro che seguono le mie idee sono i miei amici, coloro che le combattono, sono i miei avversari. Ecco fatti i due partiti”.

 

 

 

 

* Professore ordinario nella Scuola di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna