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24 luglio 2021
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Rentrée 2015: ultima chiamata per Hollande, ma non solo … .

Michele Marchi - 06.08.2015
Sandro Gozi e Harlem Désir

In queste settimane si è molto parlato del ruolo svolto dallo storico asse franco-tedesco nell’ennesimo (ma forse non ultimo) salvataggio greco. Chi scrive è persuaso, come indicato su queste colonne http://www.mentepolitica.it/articolo/parigi-berlino-e-la-crisi-greca/562, che l’equilibrio della coppia sia oramai rotto e che la leadership, non solo economica ma anche politica, sia ascrivibile a Berlino. Per una serie di ragioni, in larga parte storiche ma anche legate ai nuovi equilibri all’interno dell’Ue a 28, un processo di integrazione a guida tedesca può, sul medio-lungo termine, non essere una notizia così positiva per l’intero Vecchio Continente e nello specifico per l’Italia. Lo “stato di salute” di Parigi diventa così un elemento non trascurabile quando si cercano di valutare le prospettive di ripresa dell’area euro. Per dirla in maniera ancora più esplicita, al di là delle preferenze politiche e dei giudizi personali, il carattere deludente dei tre anni di presidenza Hollande e l’ipotesi di un ritorno alla guida del Paese di Nicolas Sarkozy, dovrebbero preoccupare non poco tutti coloro che hanno veramente a cuore i destini del processo di integrazione europea. Mentre Hollande affonda e Sarkozy arranca, a sorridere resta sempre e comunque Marine Le Pen. Ecco perché la rentrée di Hollande, dopo la pausa estiva, rappresenta uno snodo importante.

Non si tratta di avventurarsi in previsioni relative all’ipotesi che Hollande opti per una clamorosa non ricandidatura nel 2017 (si tratterebbe di una prima assoluta in quasi sessant’anni di V Repubblica). Né tanto meno di insistere sul livello di gradimento bloccato al 20%, peggior risultato dopo tre anni all’Eliseo per qualsiasi presidente quinto repubblicano. Si tratta invece di evidenziare alcuni recenti passaggi nei quali l’inquilino dell’Eliseo ha, seppur tra le righe, tratteggiato le sue mosse future.

Prima di tutto l’intervento televisivo del 14 luglio, nel corso del quale Hollande ha parlato della necessità di farsi promotore di un avanzamento nel processo di integrazione “federale”, andando verso un “governo economico dell’area euro”, con tanto di controllo parlamentare e specifico bilancio comune. L’idea è di formalizzare il coordinamento dei bilanci nazionali e di affiancare alla Banca centrale strumenti politici di consolidamento della moneta unica. L’inquilino dell’Eliseo ha voluto da un lato rispondere al nuovo piano Schäuble e dall’altro ha tentato di presentarsi come protagonista di un’eventuale nuova tappa del processo di integrazione, cercando di smentire chi lo ha dipinto come comprimario rispetto a Berlino nel corso dei negoziati con Atene. Questo “rilancio europeo” è tutto da verificare, ma dovrebbe interessare il nostro Paese e il recente intervento sulla stampa di Sandro Gozi e Harlem Désir (i due sottosegretari titolari del dossier europeo) sembra andare in questa direzione.

Sempre nel corso dell’intervista televisiva del 14 luglio Hollande ha scelto di “parler de la France” e si è soffermato, come mai in passato, sul concetto di “patrie”. Su questo punto il modello è il Mitterrand della campagna elettorale per la rielezione del 1988. Come allora Hollande parla ad una Francia smarrita, in difficoltà e chiede unità di fronte alle minacce. L’idea è insomma quella del presidente che tranquillizza, che calma rispetto ad una destra, quella di Sarkozy, che al contrario acuisce le tensioni e rincorre il FN sui suoi temi.

Il terzo ed ultimo elemento riguarda i rapporti tra Hollande e il suo partito e più in generale tra il presidente e quella gauche che poco più di tre anni fa lo ha condotto all’Eliseo. Il costante basso livello di gradimento ha aperto il discorso di una sua possibile non ricandidatura per le presidenziali del 2017. Il presidente è intervenuto direttamente sulla questione pochi giorni fa, legando la ricandidatura ad oggettivi miglioramenti nel corso del 2016 sul fronte della disoccupazione, attestata oltre la soglia fatidica del 10%. Con queste parole Hollande ha lanciato un doppio segnale. Da un lato ha confermato la sua svolta social-liberale (ben rappresentata dall’arrivo al ministero dell’economia esattamente a fine agosto di un anno fa del giovane e brillante enarca Macron) e ha contemporaneamente frenato l’ipotesi di una revisione “a sinistra” (come vorrebbe la componente “dissidente” del PS) del suo “patto di responsabilità”, centrato sugli sgravi alle imprese, proprio per favorire la ripresa dell’occupazione. Dall’altro ha lanciato un monito abbastanza chiaro a proposito del delicato tema delle primarie per la candidatura all’Eliseo. Legando la sua ricandidatura ad un fattore “oggettivo”, come l’aumento degli occupati, Hollande ha implicitamente ribadito la sua indisponibilità a partecipare ad elezioni primarie. Anche se lo statuto del partito obbliga a questo passaggio e quasi l’80% dei militanti socialisti le pretende, il quadro è abbastanza chiaro: ci saranno primarie a gauche solo in caso di un passo indietro del presidente in carica.

In definitiva, nonostante l’attivismo in politica estera e la ricerca di un certo volontarismo sulle questioni soprattutto di politica economica, Hollande non aumenta il suo gradimento presso l’opinione pubblica francese. Però, perlomeno, sembra tornato al centro della scena politica, si presenta insomma come “padrone del proprio destino”. È un timido segnale che potrebbe già essere ridimensionato dalle attese dimissioni del ministro del Lavoro Rebsamen (ufficialmente perché tornerà ad essere sindaco di Digione, ufficiosamente proprio in vista del necessario rilancio sul tema occupazione) e dalla probabile batosta che la gauche dovrebbe subire alle regionali del prossimo dicembre. Ma rimane un segnale di vitalità, dopo mesi di grigiore, se non di crisi acuta, apertasi proprio alla rentrée 2014, con le dimissioni dei tre ministri dissidenti (Montebourg, Filippetti e Hamon) e il successivo rimpasto di governo.

La rentrée di Hollande e, in generale, i prossimi mesi della politica francese, andranno osservati con attenzione. Sul finire di maggio 2005 i francesi affossavano lo “sforzo costituzionale europeo”. Ne è seguito un decennio tra i più drammatici per la storia del processo di integrazione europea, peggiorato naturalmente dal piombare della crisi economica su una Ue istituzionalmente già indebolita. Una ulteriore cronicizzazione del pessimo stato di salute di Parigi potrebbe davvero certificare la fine di una “certa idea di Europa”. Al contrario un segnale di vitalità proveniente d’oltralpe sarebbe un toccasana per Parigi, per Bruxelles e anche per Roma.