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24 luglio 2021
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Il centrosinistra col trattino

Luca Tentoni * - 06.08.2015
Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini

Nei giorni scorsi alcuni quotidiani hanno dato spazio al dibattito sul futuro degli alleati centristi di Renzi, in particolare del Ncd. Col proliferare dei partiti che si pongono "al confine" del centrodestra (Udc, Ncd, verdiniani) l'interrogativo sulla futura collocazione di questi gruppi non è ozioso. Dalla configurazione dell'offerta politica di Renzi e del suo centrosinistra (con o senza il "trattino" cossighiano del '98) dipende quella degli altri partiti e raggruppamenti. Non solo: la presenza o meno dei centristi nel possibile listone Salvini-Berlusconi può essere decisiva per la determinazione del programma (il peso dei "no-euro", se Casini e Alfano restassero fuori dal centrodestra, sarebbe maggiore, rendendo certe posizioni probabilmente più dure rispetto a quelle che si proporrebbero se il raggruppamento moderato andasse dall'Udc a Fratelli d'Italia). Un altro riflesso sarebbe sulle forze a sinistra del Pd: "Possibile" e gli altri soggetti politici (anche quelli che potrebbero crearsi nel caso non improbabile di una scissione dei Democratici) avrebbero anch'essi una caratterizzazione programmatica più netta se si presentassero in alternativa al partito di Renzi, mentre (un po' col Consultellum, ma moltissimo con l'Italicum) se si alleassero col Pd dovrebbero accettare di "sfumare" qualche posizione. Il riflesso riguarderebbe anche il M5S, anche se indirettamente. Infatti, il movimento di Grillo è forte in alcune realtà locali (in Sicilia, per esempio) dove i centristi potrebbero "portare in dote" all'alleato Pd percentuali di voti molto più elevate di quelle della sinistra radicale (e, verosimilmente, della minoranza dei Democratici). La sostituzione dello schema classico del 2013 Pd-Sel con un'alleanza Pd-Ncd-Udc produrrebbe probabilmente un esito “a somma zero” sul piano dei voti a livello nazionale (o forse le "uscite a sinistra" risulterebbero numericamente un po' superiori agli ingressi dal centro-centrodestra) ma gli effetti politici sarebbero tre: la maggior omogeneità programmatica (salvo che sul tema dei diritti civili) fra Pd e centristi; la sottrazione all’ex CDL di una fettina di elettorato non facilmente rimpiazzabile (i margini espansivi del centrodestra, infatti, sono esigui, se si considera che per Berlusconi e Salvini non sarebbe semplice conquistare voti del M5S e nemmeno attaccare un fronte - quello centrista - ampiamente presidiato); il probabile disorientamento di un elettorato "di mezzo" fra Pd-centristi e centrodestra (soprattutto fra quei votanti che spesso hanno premiato Forza Italia più in funzione "anticomunista" che per altre ragioni e che potrebbero dirigersi verso un Pd che - dopo i recenti annunci del Premier - ha deciso di far sua la bandiera dell'abbassamento delle tasse). Ogni voto sottratto al centrodestra (se il principale competitore fosse quello) varrebbe doppio, per Renzi. È però vero che l'eventuale ingresso in una lista da "Partito della Nazione" di esponenti dei gruppi centristi potrebbe spingere elettori del Pd verso il non voto o il sostegno ad altri soggetti politici (la sinistra radicale o il M5S). In questo sistema di vasi comunicanti conterebbe molto, tuttavia, il meccanismo di voto utilizzato. Se si andasse alle urne entro giugno 2016 avremmo il Consultellum, quindi si potrebbero vedere liste (anche non collegate) del Pd e dei centristi. Anzi, probabilmente - data la natura del Consultellum - ognuno andrebbe per conto proprio rimandando al dopo-voto eventuali intese e scongiurando così perdite elettorali dovute ad alleanze non gradite. L'Italicum, invece, costringerebbe Pd e centristi non solo a stare insieme da subito e platealmente, ma addirittura a dar vita ad una lista comune (il premio è ad un solo partito, non ci sono coalizioni). Resta l'ipotesi - che non a caso piace molto ai centristi - di introdurre nel nuovo sistema elettorale la possibilità di apparentamenti al secondo turno: così, al primo, il Pd proverebbe da solo ad arrivare al 40%, mentre al secondo - dovendo per forza ambire al 50% più uno dei voti validamente espressi - potrebbe accettare (come si fa nei comuni) l'"apparentamento" con altri soggetti politici. In quest'ultima situazione, Renzi potrebbe sperare di intercettare (se il duello fosse con Salvini in misura molto maggiore che in un'eventuale competizione contro Grillo) anche alcuni voti "in libera uscita" dalla sinistra di "Possibile": probabilmente non molti (la direzione più probabile di quei consensi sarebbe, a nostro giudizio, l'astensione) ma sufficienti per avere possibilità di vittoria. Il problema di un'alleanza stabile fra Pd e centristi sarebbe comunque non facile da affrontare e risolvere. Il gruppo di Alfano si chiama ancora Nuovo Centrodestra: anche il probabile cambio di nome, però, non sarebbe forse sufficiente per rendere la svolta appetibile agli elettori della sinistra Pd. Senza contare che i due eventi - la fine di ogni prospettiva di collaborazione con Sel/Possiamo e l'addio del Ncd al centrodestra - potrebbero essere giustificati solo da una lunga collaborazione al governo. Il voto nel 2018 (o, al minimo, nel 2017) dopo una legislatura di decisioni prese e sostenute insieme potrebbe essere il naturale compimento di un processo politico maturato nel tempo, ma se si andasse a votare fra qualche mese sarebbe tutto troppo difficile da spiegare e da far accettare alle "basi" di Pd e centristi (soprattutto alla prima, molto più numerosa). Inoltre, sarebbe stridente la differenza fra le coalizioni con le quali il Pd governa in periferia (di regola con Sel, più raramente con i centristi) e l'intesa nazionale (che pare ancora "necessitata"). In altre parole, poichè quello di Renzi è un Esecutivo nato con una maggioranza eterogenea, forse occorrerebbe un passaggio parlamentare (una crisi e un governo bis in poche ore) per dar vita ad un'alleanza organica anzichè dettata dalla contingenza e dalla necessità. Bisognerebbe anche capire se, a livello locale, i partiti di sinistra da una parte e i centristi dall'altra sarebbero disposti a fare come un tempo la DC e il PCI col PSI. I socialisti, infatti, erano in alcune realtà locali in giunta con i democristiani e in altre con i comunisti. In alcune regioni - soprattutto da Roma verso nord - i centristi hanno scarsa consistenza numerica, perciò sarebbe difficile dar vita a coalizioni Pd-Udc-Ncd per le amministrative. Insomma, la nascita di un'alleanza elettorale politica nazionale come quella che oggi governa il Paese non sarebbe certo un compito agevole, sul piano mediatico ma anche - sebbene in misura minore - su quello pratico. Certo, stando al governo per 4-5 anni sarebbe più semplice, ma da qui al 2018 - soprattutto il prossimo anno - avremo molte consultazioni elettorali, quasi tutte comunali. Al Pd sarebbe sufficiente il sostegno dei partiti di Casini e Alfano per non perdere città come Milano e forse (se la nuova giunta Marino durasse poco) anche Roma? E se, invece, si confermassero le alleanze fra Pd e partiti di sinistra, dove e come si sperimenterebbe con gli elettori la "maggioranza diversa" con i centristi? Nel Pd c'è già una notevole distanza (anche nelle sorti, talvolta) fra il partito nazionale e quello periferico, ma una svolta politica epocale come la chiusura a sinistra per aprire ai centristi non potrebbe non sentirsi anche nelle realtà locali lontane dal Largo del Nazareno.

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali

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