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24 febbraio 2024
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Referendum: e se ragionassimo sul dopo?

Paolo Pombeni - 25.05.2016
Matteo Renzi

E’ un po’ ingenuo meravigliarsi per i toni sopra le righe che sta prendendo con largo anticipo la battaglia per il voto al referendum confermativo della riforma costituzionale: era difficile non accadesse viste le premesse, cioè l’accusa a Renzi di voler mettere in piedi un sistema autoritario, le sempiterne storielle sulla “costituzione più bella del mondo”, la troppo facile polemica fra progressisti e conservatori. Da questo punto di vista rassegniamoci, sarà così sino alla fine, anche perché il palcoscenico mediatico delle polemiche attira i pasdaran dei diversi schieramenti come il miele le mosche.

Chiediamoci invece, almeno noi che abbiamo messo in piedi questo modestissimo organo per il piacere di ragionar di politica, come mai non si discuta per nulla delle prospettive che si hanno in mente, dall’una e dall’altra parte, per il dopo referendum. Qui non vogliamo parlare del problema del sì o no a Renzi, la sua eventuale uscita dalla scena politica o i suoi regolamenti di conti dopo una vittoria. Sono cose importanti, ma sono effetti collaterali, per quanto potenzialmente distruttivi.

Vorremmo invece affrontare semplici domande che sarebbe opportuno porre, la prima a chi sostiene il no, la seconda a chi sostiene il sì.

Ai sostenitori in buona fede della bocciatura della riforma bisogna chiedere se davvero il loro obiettivo è continuare con l’organizzazione costituzionale così come è. Ovviamente sappiamo benissimo che nel gruppo che si batte per il no ci sono in buona misura semplicemente avversari di Renzi il cui unico fine è buttarlo giù. Della Costituzione importa loro il giusto (e ad una parte per nulla). Tuttavia non sarebbe giusto rifiutarsi di vedere che fanno battaglia per il no molti autorevoli personaggi (non ho difficoltà a definirli tali) che hanno in passato lavorato in varie sedi ed istanze perché l’attuale Carta venisse modificata. Essi oggi obiettano, legittimamente, che non volevano fosse cambiata in questo modo. D’accordo, ma è qui che sorge la domanda: come e con quali forze essi pensano che verrà ripreso il lavoro di aggiornamento del testo costituzionale?

Non crediamo che siano così sprovveduti da pensare che un’alleanza fra Salvini, Berlusconi, M5S, estrema sinistra, dissidenti PD come adatta a produrre un testo migliore, visto che, comunque sia, una riforma costituzionale ha bisogno di una maggioranza parlamentare. Molti dei critici dell’attuale riforma a cui ci rivolgiamo sono stati quantomeno testimoni, come chi scrive, se non partecipi in posizioni qualificate, delle commissioni, comitati e quant’altro che negli ultimi trent’anni hanno provato a riscrivere le norme su costituzionali senza combinare nulla, perché di volta in volta le forze politiche che agivano nelle varie fasi non volevano trovare un accordo sulle riforme.

Allora dobbiamo tenerci un sistema che ha gravi problemi di funzionamento, non fosse altro perché il ricatto della doppia fiducia fra Camera e Senato, con sistemi elettorali piuttosto confusi renderà instabile qualsiasi formula politica?

Ai sostenitori del sì bisogna egualmente chiedere di pretendere dalle forze politiche che hanno promosso la riforma un chiarimento su cosa succederà dopo. Prima di tutto: come ci si orienterà nella legge per dare ai cittadini potere di intervento nella designazione dei nuovi senatori estratti dai consigli regionali? Come si gestirà la transizione per arrivare al nuovo senato, visto che è legata alle elezioni dei consigli regionali che scadono con tempi diversi? In secondo luogo: come intende Renzi risolvere il problema interno al PD che non può continuare a vivere in questa modalità di assemblaggio di tribù diverse?  In vista di una legge elettorale come l’Italicum che prevede scontri fra “liste”(dunque aggregazioni di necessità più ampie del partito tradizionale) quel tema non è affatto secondario.

Infine un’ultima questione, che non è la meno importante. Come ci si orienterà nel riconsiderare  l’Italicum per quella parte che propone il premio di maggioranza alla lista vincitrice a prescindere dal numero di cittadini che esercitano il diritto di voto? Sappiamo bene che è una questione scivolosa, ma se si vuole davvero blindare la legge in sede di esame presso la Consulta questo aspetto andrebbe riconsiderato. Fissare una soglia di partecipazione del 50% degli aventi diritto perché scatti il premio di maggioranza sarebbe saggio: non è una soglia irraggiungibile, ma prende in considerazione il fatto che è difficile legittimare un sistema a cui si rifiutassero di partecipare metà degli elettori.

Naturalmente ci sono anche altre questioni che riguardano la gestione della riforma. Per esempio l’impegno che i suoi sostenitori devono assumersi di educare, scusate il termine, i cittadini al buon uso delle rappresentanze regionali al nuovo senato. Per far questo bisognerà superare l’antiregionalismo che serpeggia tanto nel testo proposto quanto fra una parte di coloro che lo sostengono.

Non ci sembrano questioni da poco, sia per un fronte che per l’altro, e francamente le troviamo più interessanti che discutere a base di citazioni a vanvera dei lasciti della Resistenza e delle prese di posizione di questo o quel protagonista della politica passata.