Quirinale: la partita si complica
Che la partita per la successione di Napolitano sarebbe stata complicata lo sapevano tutti. Che questa fosse sempre più ostaggio del gioco di risistemazione della geografia del potere politico in Italia si poteva sperare ci fosse evitato. Ma è una speranza che sta infrangendosi davanti alla miopia di una classe parlamentare troppo incentrata solo sul suo futuro e condizionata dal suo passato.
Eppure la situazione complessiva in cui siamo immersi diventa ogni giorno più difficile: c’è la partita del default greco incombente, ora quella dell’integralismo islamico che punta scatenare in Europa conflitti esplosivi. Per non stare ad elencare elementi che ben si conoscono: il travaglio interno agli USA con l’indebolirsi della presidenza Obama; le turbolenze delle aree a rischio dalla Libia alla Siria; le impennate neoimperiali di Putin e via elencando. Questo per guardare al contesto internazionale, perché sono noti ai lettori i guai di casa nostra, da una crisi economica da cui si fatica ad uscire ad una gestione delle riforme che è a dir poco intricata.
In queste condizioni concentrarsi sia sulla ricerca di una personalità all’altezza di assumere un ruolo da protagonista nel concorrere alla gestione di queste emergenze sia sulla opportunità di consolidare poi questa personalità con un largo consenso di investitura sarebbe essenziale. Invece il gioco perverso a cui sembrano dedicarsi le forze in campo è quello di rendere impossibili entrambe le condizioni.
La strumentalizzazione dell’ipotesi di avere al Quirinale Romano Prodi è indicativa. Prodi è, inutile negarlo, una delle figure che risponderebbero meglio sulla carta alla caratteristica di essere un già accreditato protagonista nell’ambito delle relazioni internazionali. Ha una sua statura nel campo economico e anche questo conta. Certo, per essere obiettivi, nella gestione della politica interna non è sempre stato abile, ma ovviamente in questo terreno altro è muoversi come giocatore, altro è muoversi come arbitro (per semplicità manteniamo questa metafora non completamente aderente alla situazione).
Bene, questa opportunità viene bruciata, perché subito la minoranza PD punta a farne una candidatura che abbia il combinato disposto di essere un calcio negli stinchi a Renzi ed un altro a Berlusconi. Prodi ovviamente osserva da lontano e con distacco questa bagarre, ma il problema non è, in questo caso, cosa convenga a lui, ma cosa converrebbe al paese.
Qualcosa di non molto diverso si è fatto con la candidatura di Giuliano Amato, questa volta affossata dall’affrettata voglia di Berlusconi di targarla come una scelta a lui gradita (ovvero, viene interpretato malignamente e senza fondamento, come a lui favorevole).
Se volessimo riprendere vecchi discorsi da prima repubblica, diremmo che così si mettono fuori gara due “cavalli di razza” come si fece con l’accoppiata Moro-Fanfani. Allora si finì per non avere mai al Quirinale una sponda per la gestione di quella inevitabile trasformazione del sistema politico italiano che pure Moro aveva a suo tempo intuito come inevitabile (non sappiamo se si potesse dire lo stesso di Fanfani). In tempi più recenti la distrazione dei grandi elettori ci ha regalato un uomo come Napolitano che della necessaria presenza del Quirinale nelle turbolenze di una crisi di passaggio è stato sempre consapevole e che ha avuto la capacità di farsene carico.
Oggi non possiamo contare che un qualche miracolo faccia di nuovo “distrarre” i grandi elettori per cui, pur mandando a rotoli i giochi di corridoio precedenti, arrivi un nuovo presidente che non sia magari previsto come un “grande timoniere”, ma che poi sappia esserlo di fatto. La sempre più chiara connessione che si va stabilendo fra l’esito del confronto per l’elezione dell’inquilino del Colle e la vittoria o sconfitta del mutamento di geografia politica che si sta realizzando attorno a Renzi e ai suoi non fa sperare in esiti slegati da queste competizioni interne ai partiti.
E’ triste, ma temiamo sia così. Al momento non vediamo levarsi voci che richiamino, con autorevolezza o con la forza di qualche largo consenso, la classe politica a responsabilizzarsi sulla portata della loro decisione. Un presidente autorevole sia a livello internazionale che a livello interno non diminuisce il peso del premier, ma anzi lo rafforza, perché ne tutela lo spazio d’azione sottraendolo parzialmente (più di così non si può) alle miserie della lotta politica. In più, ed è questo che dovrebbe interessare le opposizioni, un presidente autorevole è una garanzia per l’alternanza dei parti e delle coalizioni alla guida del governo, perché certifica che questo può tranquillamente avvenire in un paese che può farlo senza compromettere la coesione nazionale e le strategie di fondo dell’azione delle istituzioni.
Se in questa Italia esiste ancora davvero una “opinione pubblica” responsabile, dovrebbe agire proprio per sottrarre il dibattito attuale al giochetto delle rivalse e delle ripicche di una anche troppo nutrita schiera di personaggi politici in cerca di autore. Renzi ha detto di voler fare un discorso sul profilo del presidente di cui abbiamo bisogno invece di immiserirsi nelle meschinità del toto-nomi. Lo faccia, ma non si faccia condizionare dalla paura di tracciare un profilo dietro cui poi il miglior interprete potrebbe non essere quello più gradito a lui e ai suoi.
Se l’operazione sarà limpida e forte la sua statura politica ne uscirà notevolmente accresciuta.
di Paolo Pombeni
di Laura De Giorgi *


