Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Crisi, si chiude la "finestra" elettorale di giugno

Luca Tentoni - 21.04.2018
Gentiloni e Casellati

Il percorso intrapreso in questi giorni dal Capo dello Stato per cercare di sbloccare la crisi sta chiudendo la "finestra" delle elezioni anticipate a giugno. Per votare il 24 - ultima data disponibile prima dell’"esodo" estivo di milioni di italiani - si dovrebbero sciogliere le Camere fra i 45 e i 70 giorni prima del voto, cioè fra il 15 aprile (che è già alle nostre spalle) e il 10 maggio. Considerando la mole di adempimenti, anche restringere l'intervallo a 55 giorni (sciogliendo il 30 aprile) sembra un azzardo, quindi esce di scena una delle ipotesi. È un grosso problema per i partiti, poiché non avere la carta di riserva del "voto subito" apre la strada, in casi estremi, ad un Esecutivo "balneare" che porti il Paese alle urne a fine settembre (con scioglimento delle Camere, perciò, ad agosto). Ma quest'ultima ipotesi potrebbe essere a sua volta poco praticabile, perché il nuovo Parlamento si insedierebbe a ottobre, ci sarebbero altre consultazioni (difficile, infatti, che dal voto-bis emerga una maggioranza netta) e si arriverebbe senza un governo nella pienezza delle funzioni all'appuntamento con le scadenze della legge di stabilità. Ce lo possiamo permettere? Quindi, non solo l'alternativa ad un accordo politico non è rappresentata dal voto a giugno, ma probabilmente è costituita da un Esecutivo "provvisorio ma definitivo", come quello che Gentiloni iniziò a guidare nell'ormai lontano dicembre 2016 e che sembrava destinato a durare poco (nelle intenzioni di taluni) ma che oggi, un anno e cinque mesi dopo, è ancora in carica (sia pure per il disbrigo degli affari correnti). In pratica, i vincitori "dimezzati" (che in hanno guadagnato tanti voti ma mancato di parecchio la maggioranza dei seggi in Parlamento) rischiano di trovarsi con la soluzione "provvisoria" che meno desideravano fin dall'inizio. Del resto, un mese di veti e controveti, l'uso strumentale - per prendere tempo e tenere il punto - di elezioni regionali (Molise, Friuli-Venezia Giulia) che in altri tempi non sarebbero state considerate nemmeno dei "test", sono tutti elementi che hanno chiuso la finestra del voto a giugno. Le forze politiche, insomma, hanno dimostrato di saper usare molto male la diplomazia necessaria in frangenti come questi. Segno, da un lato, di una scarsa consuetudine con certe situazioni e, dall'altro, della volontà - fra i grandi sconfitti - di sapere usare nel migliore (cioè letale) dei modi il proprio potenziale di interdizione. Se i partiti avessero voluto ascoltare le parole del Capo dello Stato, avrebbero capito che in un regime parlamentare nel quale non c'è coalizione o forza che disponga della maggioranza in entrambe le Camere, non ci sono veri vincitori, ma solo tanti soci di minoranza che - per entrare o restare in gioco - debbono fare molte concessioni e ridimensionare ambizioni personali e partitiche. Ciò vale per tutti, vincitori dimezzati e sconfitti travolti. Probabilmente Mattarella sapeva già il 4 marzo che il voto a giugno non era neanche da inserire fra le opzioni possibili: lo si sarebbe evitato sia in caso di accordo (e nascita rapida di un nuovo governo), sia in caso di trattative bloccate. Se davvero le forze politiche - le quali dicono di non temere nuove elezioni, forse con un pizzico di eccessiva sicurezza - avessero voluto creare una "situazione spagnola", avrebbero potuto presentarsi subito al Quirinale dicendo: "Non ha vinto nessuno, si rivota subito". Non l'hanno fatto, ovviamente, per molteplici motivi, alcuni dei quali legati ai destini dei partiti e altri a quelli dei loro leader. Il Capo dello Stato è un arbitro di vaglia che si trova a gestire una partitella di una serie minore. Ecco perché talvolta è parso che i duellanti cercassero la "benedizione" e il sostegno del Colle, anziché proporre alle altre forze politiche soluzioni non accettabili o al limite del provocatorio. Il problema è che i giocatori sono eternamente sospesi fra la prospettiva di un nuovo voto (ormai slittata, ma rinviabile a settembre-ottobre) e quella di un governo costruito cercando di piegare i partner anziché cercare di farseli "amici". La differenza fra Mattarella e i leader è che questi ultimi picchiano duro pensando di avere una partita di ritorno a disposizione (le elezioni anticipate) ma il primo sa che la gara è unica, senza ripetizione a breve. Così, mentre il Presidente ascolta leader che affermano di "aver perso la pazienza", probabilmente riflette sul fatto che dopo le sfuriate arriverà il momento della ragione. Intanto, la finestra per votare a giugno è chiusa e lo spazio di manovra dei partiti è sempre più stretto. Non ci si rende conto - o si fa finta - che quando Mattarella deciderà di far cadere il canape del Palio di Siena di questa crisi, bisognerà correre per vincere, ma anche adottare la strategia giusta per non finire fuori gioco o disarcionati alla prima o all'ultima curva. A questi livelli, la politica non è un gioco, ma una prova di disponibilità, pazienza, dialogo, apertura mentale, capacità di sacrificare qualcosa - anche sul piano personale - per giungere alla meta. Il tempo passa, il Colle agisce e aspetta i frutti. Che - per sfiancamento - prima o poi arriveranno.