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Quando il gioco si fa duro

Paolo Pombeni - 26.04.2014
Renzi, Grillo e Berlusconi

Si dice semplicemente che ora la campagna elettorale per le Europee entra nel vivo, ma questa volta si tratta di qualcosa di più. Sembra chiaro che ci si sta rendendo conto di quale sia il disegno strategico implicito nella proposta di Renzi e che, da fronti opposti, si è deciso di provare a farlo fallire.

Certo ragionare di politica è sempre rischioso, perché le variabili e le contingenze inaspettate sono talmente tante che è facilissimo essere smentiti da quel che succederà. Ma questo modesto foglio elettronico è nato proprio nella convinzione che ragionare in politica serva, e dunque ci proviamo.

Partiamo da una premessa: il sistema politico italiano ad essere bipolare nel senso classico del termine (ammesso e non concesso che il bipolarismo esista davvero così come viene descritto nei manuali) non c’è mai riuscito. Abbiamo sempre avuto coalizioni che facevano perno su un “partito cardine” con cui gli alleati condividevano una certa quota di obiettivi, ma che al tempo stesso cercavano di… scardinare contenendone il potere di indirizzo.

Oggi Renzi propone il nuovo PD come cardine attorno ad un modello di riformismo socialdemocratico: naturalmente non quello “ideale” che sarebbe bello avere secondo i “modelli” che si leggono nei libri, ma quello che è in grado di produrre la quota di classe politica che si è oggi coalizzata intorno a lui. Lo scenario sarebbe di fatto quello “centrista”, cioè una coalizione indirizzata in quel senso che ha un buon consenso elettorale, ma che accetta di avere alla sua destra e alla sua sinistra dei competitori “estremisti”, magari di una certa consistenza, ma non in grado di rubargli la centralità.

E’, come si sarà immaginato, lo schema che resse a lungo la politica italiana dal 1948 agli anni ’70 del secolo scorso, quando fu poi progressivamente eroso e vanificato. Paragonare il PD renziano alla DC storica farà rizzare i capelli ad alcuni e compiacerà altri che lo interpreteranno come un giudizio negativo. In realtà qui il paragone è solo sul ruolo, non sulla natura e sulla collocazione ideologica, anche se qualche parallelo si potrebbe trovare pure in questi campi.

Lo scenario è determinato dalla montante  impossibilità di avere un bipolarismo destra/sinistra in senso “manualistico” per la presenza del M5S che è il vero competitore, ma verso il quale non è ben chiaro cosa si possa fare. Si tratta infatti per ora chiaramente di un partito antisistema che sta guadagnando in abilità politica (la sua classe dirigente parlamentare è, almeno in vari casi, meno naive di quel che si pensasse), ma la cui spendibilità come alternativa di governo è più che dubbia.

La risposta più semplice a questo quadro sarebbe una nuova conventio ad excludendum, secondo la famosa formula che Leopoldo Elia inventò per spiegare la posizione del vecchio PCI nel sistema politico della prima Repubblica. Ciò suppone però una coalizione fra PD renziano e un po’ di satelliti centristi. L’incognita è che fare di FI. Berlusconi è chiaramente in affanno, perché capisce che se passerà quella linea la posizione del suo partito è destinata quanto meno ad indebolirsi, più probabilmente a finire nella marginalità.

Ecco allora la sua alleanza di fatto con quanti vogliono provare a far saltare questa prospettiva, azzoppando il disegno renziano. Così si leggono le sue ultime mosse sulla scena politica. In quest’ottica il disegno passa per la spaccatura del PD: agli antirenziani si fa balenare l’opportunità di una alleanza “di sinistra” con un trionfante M5S, che, capita l’antifona, sta già lanciando messaggi in questa direzione ai dissidenti PD. Nell’immaginario di coloro che inseguono questa prospettiva si giungerebbe così alla realizzazione di quell’avvento della “sinistra pura” al potere che è il sogno storico di tutta una componente intellettuale del nostro paese dal 1945 in poi.

Peccato che questi non si rendano conto che Grillo e i suoi non hanno nessuna intenzione di fare le truppe cammellate che realizzano quel disegno, ma, al contrario, sono in grado di assorbire in una nuova tipologia questi nuovi apprendisti stregoni. Ancora una similitudine storica: succederà a questi antirenziani quello che successe ai liberali italiani quando pensarono nel 1920-24 che Mussolini li avrebbe riportati al potere.

Berlusconi forse pensa che invece proprio queste spaccature del PD lo riporteranno in sella, perché di fronte al pericolo di un governo grillino scatterà, almeno nelle classi dirigenti del paese, il riflesso della conventio ad excludendum. In fondo è il rilancio (rivisto) del mito, su cui tanto ha guadagnato, del comunismo alle porte.  E’ però un calcolo arrischiato perché per un suo successo si presupporrebbe che a condurlo fosse un leader credibile, non un vecchio con sulle spalle la deludente prova di un ventennio di governo e il peso di una serie notevole di guai personali.

Ecco perché, a nostro avviso, il gioco politico si sta facendo duro. Le Europee vengono da tutti considerate un test con scarsi rischi per tastare il polso al paese. Però non è detto sia così. Più facilmente possono divenire un detonatore che spinge tutti a tentare la forzatura di rovesciare il tavolo.

L’ultima cosa che serve in una fase delicatissima come quella che stiamo vivendo.