Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2021
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Ucraina: l’Europa apolitica all’ombra della guerra

Michele Chiaruzzi * - 26.04.2014
John Kerry

Affrontare oggi, da osservatori, la questione russo-ucraina è come tentare di verniciare un’auto in corsa. Gli eventi scorrono a velocità variabile, subendo accelerazioni e decelerazioni spesso improvvise. Gli sviluppi dell’ormai costante tensione politica e diplomatica non si lasciano afferrare pienamente e sono imprevedibili negli esiti. Conviene allora tentare di fissare alcuni punti fermi che interessano la dimensione internazionale di questa vicenda. Considerando questi punti, e i fatti che li riguardano, tutti ovviamente collegati l’un l’altro, forse si possono chiarire alcuni aspetti fondamentali di un quadro internazionale complesso ed intricato.

Il primo fatto, il più ovvio, è che la guerra non ha cessato d’allungare la propria ombra sul continente europeo. L’idea dell’Europa quale zona di pace perpetua, divulgata fin dai giorni in cui infuriavano le guerre jugoslave è, letteralmente, ancora un’utopia. Parla, cioè, di un luogo che ancora non esiste e va realizzato. Ciò detto, occorre segnalare un fatto di rilievo. Per la prima volta nella (breve) storia dell’Unione Europea il tentativo di allargarne il perimetro politico-economico è divenuto un elemento di contrasto politico internazionale di prima grandezza che coinvolge tutte le potenze maggiori. L’accordo associativo fra Unione europea e Ucraina, unito alla pluridecennale espansione verso est dell’Alleanza atlantica, è stato l’innesco di questo contrasto e ciò non va affatto sottovalutato.

In questo senso, beninteso, la politica estera dell’Unione europea si è dunque trasformata da fattore di stabilizzazione nelle relazioni internazionali a fattore destabilizzante l’ordine internazionale. La crisi sull’Ucraina contribuisce a ricordare che l’Unione europea è inevitabilmente – forse malgrado la volontà di certi governi europei – un soggetto politico, o perlomeno come tale è percepito. Non ultimo da chi ne sventola le bandiere in piazza e da chi con quel gesto, e ciò che significa, si confronta in modo antagonistico e ostile. Questa valutazione non va trascurata se s’intende pensare l’ordine internazionale in Europa senza rigidità e con lungimiranza, considerando lo spazio europeo per quel che è e mai cesserà d’essere: uno spazio politico, prima che economico-amministrativo. In quanto tale va pensato e governato.

Secondo, l’idea finora molto diffusa che il territorio e il suo controllo fosse divenuto un elemento secondario, o persino marginale, nella politica internazionale europea è smentita dall’annessione di fatto della Crimea da parte della Federazione Russa e dalla modifica dei confini politici in Europa tramite la pressione della minaccia dell’uso della forza. L’espansione verso occidente della Russia ricorda che la politica internazionale europea, come tutta la politica, concerne prima di tutto l’esercizio del potere su qualcosa (territorio) e qualcuno (popolazione). Non per nulla questi due elementi sono un perno del contrasto attorno al quale ruota la ‘questione ucraina’. Se è così, la politica internazionale europea non è ancora giunta a una fase post-territoriale e se la rilevanza del territorio è un aspetto cruciale della modernità, allora la politica internazionale europea non è giunta ad una fase postmoderna. Al contrario, la questione della Crimea ripropone oggi un problema classico nelle relazioni internazionali europee e presenta un tipico dilemma: come garantire il mutamento pacifico dell’assetto politico-territoriale?

Terzo e conclusivo punto. Il concetto che il sistema di stati d’Europa – di cui la Russia è un membro di primo rilievo – sia ormai alieno dalla logica di potenza, o almeno dalle sue regole più tradizionali, è un concetto sbagliato o prematuro. Ciò perché poco o nulla si capisce del conflitto attuale se non si comprende la persistente rilevanza delle sfere d’influenza nelle relazioni internazionali e il problema della loro definizione. Le sfere d’influenza identificano confini politici invisibili ma sostanziali e riguardano, prima di tutto ma non solo, la dimensione della sicurezza in tutti i suoi aspetti. Se la loro definizione è contestata o ignorata, come nel caso dell’Ucraina, le   frizioni costanti che riguardano le relazioni internazionali divengono conflitti politici acuti e rischiano di degenerare in confronti armati. Questa definizione è però assai complessa poiché riguarda regole di condotta operative che emergono  dalla prassi internazionale grazie al reciproco riconoscimento, tra le potenze maggiori, di questi confini politici.

Le domande che si pongono a questo proposito sono dunque anch’esse una vecchia novità: quali sono, o dovrebbero essere, i confini politici dell’Unione Europa e quali quelli militari dell’Alleanza atlantica? Anche da queste risposte dipende un valore politico europeo: la pace.

 

 

 

* Ricercatore presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna