Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Primarie francesi 2016: un ciclone Fillon?

Michele Marchi - 23.11.2016
François Fillon

Richiamando un contributo di circa un mese fa pubblicato su queste stesse colonne (http://www.mentepolitica.it/articolo/tocca-ad-alain-jupp/1013), sembra ora possibile affermare che ci si attendeva Juppé ed è invece comparso Fillon. Posto che proprio l’esito inatteso delle primarie del centro e della destra francese invita a non dare per scontato nemmeno il ballottaggio previsto per domenica 27 novembre, è possibile riflettere su alcune indicazioni emerse dall’interessante appuntamento transalpino.

La prima riguarda il carattere inatteso dei risultati, in particolare il 44% raccolto dall’ex Primo ministro François Fillon a fronte del 28% del super-favorito Alain Juppé. Più in generale la questione riguarda il complessivo fallimento della macchina dei sondaggi. Tra i molti errori commessi ve ne sono alcuni imperdonabili e altri meno gravi o perlomeno più giustificabili. Partendo da questi secondi si può rilevare che in realtà l’altissima partecipazione, oltre 4 milioni di votanti, era stata via via annunciata da molti, anche se non da tutti, gli istituti. In secondo luogo non erano mancati i richiami, corretti, alla volatilità di un elettorato “aperto” e spesso descritto come indeciso sino all’ultimo. Da questo punto di vista proprio la presenza di indecisi sino al giorno stesso del voto (5% circa) ma soprattutto sino ai due/tre giorni precedenti (36% circa) ha avuto un peso importante. Qui finiscono gli errori accettabili e cominciano quelli meno giustificabili. A partire dal 14-15 novembre la crescita di Fillon era stata segnalata, almeno da alcuni istituti, ma nessuno era giunto ad accreditare un livello maggiore del 20% e soltanto Ipsos per Le Monde il 18 novembre aveva preventivato un Fillon sopra al 30%. Ma ben più gravi, al di là dei meri numeri, si sono rivelati l’incapacità di segnalare la prepotente “dinamica Fillon”, quella di individuare il corrispettivo affondamento di Sarkozy (al contrario considerato sempre certo di concorrere al ballottaggio) e infine l’insistenza nel presentare un Alain Juppé costantemente sopra al 30%. In definitiva l’errore macroscopico è stato quello di non accorgersi che, perlomeno dal mese di ottobre, lo scontro a tre era vero e non soltanto apparente. Di fronte a questo quadro due insegnamenti sembrano evidenti. Prima di tutto esce ridimensionata la teoria che vorrebbe l’elettore medio conformare il proprio voto alla dinamica dei sondaggi. Al contrario l’impressione è che l’elettorato di destra si sia fatto in larga misura beffe di quel Juppé da oltre un anno giudicato favorito da tutti i sondaggisti alle primarie e anche alla successiva presidenziale. In secondo luogo esce confermata l’estrema difficoltà nel condurre serie indagini all’interno di un quadro complessivo di crisi di tutte le forme tradizionali di organizzazione della rappresentanza e anche di contemporanea ristrutturazione delle categorie di appartenenza socio-economica e cultural-identitaria.

Il secondo gruppo di riflessioni riguarda, come è ovvio, lo spazio della destra repubblicana francese. Cosa rappresenta in questo ambito il successo di Fillon? Cosa può in prospettiva implicare, se confermato al ballottaggio di domenica prossima? Anche qui ci si muove sul terreno incerto delle impressioni, tutte da confermare innanzitutto nella corsa presidenziale, se davvero Fillon sarà il candidato della destra e del centro. Un primo elemento certo però esiste: il capolinea della parabola politica di Nicolas Sarkozy che, partito a fine anni Ottanta dalla declinazione orleanista (e balladuriana) della destra francese, aveva conquistato l’Eliseo nel 2007 sull’onda di un mix particolare di volontarismo anti-chiracchiano, europeismo e atlantismo per certi versi anti-gollista e sovraesposizione mediatica (tanto da far parlare addirittura di Sarko-berlusconismo), già usurato nel 2008 dopo un anno di mandato. Il tentativo di riadattare tutto ciò sull’onda della doppia crisi (economia e terrorismo) e della contemporanea sfida frontista ha prodotto una sconfitta “onorevole” nel 2012 e una piuttosto “disonorevole” in queste primarie. Un secondo dato non altrettanto certo, ma comunque abbastanza nitido, è il fallimento della proposta Juppé, quella di presentare un centrismo neogollista, sul modello dello Chirac 2002-2007. Col senno di poi si può affermare che la sua campagna per queste primarie è stata tutta impostata come se egli dovesse affrontare un ballottaggio presidenziale con di fronte Marine Le Pen. Insomma ha anticipato i tempi e il suo elettorato sembra averlo punito pesantemente per questo. Se si passa infine a Fillon il giudizio se possibile deve essere ancora più cauto. Bisogna ricordare che siamo di fronte ad un politico di lunghissimo corso, eletto per la prima volta in Parlamento nel 1981 (a 27 anni fu il più giovane deputato di quella Assemblée nationale), più volte ministro (la prima già nel 1993, nel governo di coabitazione guidato da Balladur con Mitterrand all’Eliseo) e come si è detto braccio destro di Sarkozy nel corso del quinquennato 2007-2012. Fillon, sul finire degli anni Ottanta, si avvicina alla corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin e proprio insieme al suo mentore conduce la campagna per il “no” al referendum di ratifica del Trattato di Maastricht. È in questa fase che, accanto anche a Charles Pasqua, cerca il rinnovamento di un gollismo saldamente nelle mani della coppia Chirac-Juppé. Quale il suo posizionamento nel corso di queste primarie? Fillon si è presentato come il candidato della “verità”, per quanto riguarda la necessità di imporre al Paese uno choc liberale sul piano economico-sociale (con tagli drastici a spesa pubblica e alla tassazione alle imprese) e per questo è già stato tacciato di visione neo-thatcheriana. D’altra parte egli si è costruito un’immagine progressivamente più salda sul fronte identitario e valoriale, con alcune prese di posizione nette su islam e integrazione, sulla necessità di regolare i flussi migratori e sui cosiddetti temi di società, esprimendosi contro il mariage pour tous, scelta che gli è valsa un appoggio massiccio dei cattolici (egli peraltro non ha mai fatto mistero della sua profonda fede cattolica). In caso di conferma del suo score domenica prossima, almeno due questioni si porrebbero immediatamente. In fondo il successo di Fillon è in larga parte legato al fallimento dei suoi due principali oppositori. Juppé ha scommesso troppo ed esclusivamente su competenza e credibilità. Sarkozy ha messo sul piatto della bilancia solo e soltanto la sua supposta forza, la sua ipotetica capacità di garantire un argine a destra al FN. Insomma, di fronte al troppo competente e al troppo forte, Fillon avrebbe trovato il giusto mix, tanto che qualcuno ha scomodato lo slogan di Mitterrand del 1988 (La force tranquille) parlando di una droite tranquille. Le incognite però permangono: Fillon riuscirà a scongiurare una candidatura centrista (eventualmente di Bayrou) e a non far decollare quella di Macron e contemporaneamente a garantire un controllo saldo, almeno teoricamente certo con Sarkozy, del “fianco destro” del suo partito, attratto dalle sirene del lepenismo?

Questi interrogativi aprono infine ad una riflessione sul più ampio spettro politico francese dopo il 27 novembre, dando sempre per acquisita la definitiva vittoria di Fillon. Anche qui un punto è certo. Eliminando Sarkozy dal ballottaggio, il popolo della destra francese ha confermato un’impressione diffusa: l’idea di una replica del duello Sakozy-Hollande era assolutamente avversata. E questo è un altro colpo duro per l’attuale presidente Hollande, che della capacità di opporsi a Sarkozy, già battuto nel 2012, aveva fatto il suo atout principale. Chiuse le primarie della destra e del centro, l’attenzione tornerà sul campo di macerie della sinistra e qui si aprirà una doppia partita. La prima riguarda le primarie della cosiddetta Belle Alliance Populaire, volute dal segretario del PS Cambadélis e previste per gennaio prossimo. Hollande rischia l’umiliante bocciatura interna e la conseguente impossibilità di una ricandidatura, eventualità mai verificatasi dal 1958? E Manuel Valls aspetterà un mandato e costruirà in vista del 2022 o porterà alle estreme conseguenze la sua progressiva presa di distanza dal presidente già nella prossima primavera? E in definitiva sarà Arnaud Montebourg, ex ministro polemicamente dimissionario nell’agosto 2014, il candidato del PS con più chance di correre alle presidenziali? E questa è solo la prima partita. Non bisogna dimenticare la seconda, quella che vede presenti i due outsider della sinistra. Da un lato Emmanuel Macron, il giovane ex super ministro dell’Economia che ha da poco annunciato la sua candidatura e che, se sarà confermata l’eliminazione di Juppé, potrebbe conquistarsi uno spazio di agibilità politica al centro altrimenti insperata. Dall’altro quel Jean-Luc Mélenchon che potrebbe proporsi come unico baluardo a sinistra da opporre contemporaneamente al populismo anti-sistema di Marine Le Pen e al neo-liberismo reo di scardinare il modello sociale francese incarnato da Fillon.

Scenari, scenari e ancora scenari … . Ma accanto a questi, per concludere, una indicazione che sembra anche una speranza. Dopo i casi Brexit e Trump, l’emergere della leadership di Fillon, se confermato, segnerebbe un’inversione di tendenza. Nel senso che ci si troverebbe di fronte al riproporsi di una destra seria e competente, ma soprattutto classica, nel senso cioè della competizione destra-sinistra, argine ad un populismo antisistema che con la sua supposta tendenza a trascendere i clivages è prima di tutto acerrimo nemico, non bisogna mai dimenticarlo, proprio della dinamica destra versus sinistra. Si tratterebbe di un passo in avanti sulla strada del ritorno ad una dialettica democratica tradizionale, che fornirebbe un assist non irrilevante prima di tutto al PS, affinché si muova verso una sua rifondazione. E sarebbe in definitiva un messaggio importante anche per tutti quei sistemi europei che vedono avanzare proposte antisistema e populiste e che, guarda caso, sono proprio caratterizzati dall’assenza di una dinamica chiara e coerente di confronto, scontro, ma anche dialogo, tra destra e sinistra.