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La politica degli aruspici

Paolo Pombeni - 23.11.2016
Aruspici etruschi

L’aruspice, ci spiegano i dizionari, era nell’antica Roma il sacerdote incaricato di esaminare le viscere degli animali sacrificati, in origine per verificarne la purezza, poi per trarre indizi sul futuro. Ci sembra che qualcosa di simile stia accadendo nella politica italiana e non solo: ovviamente non sacrifichiamo più animali agli dei, ma in senso figurato ci diamo da fare per trovare un sostituto alle viscere da esaminare per trarre indizi sul futuro e interpretare la volontà misteriosa di quel nuovo dio che è il sentimento popolare.

Le moderne viscere su cui si esercitano i politici-aruspici sono i sondaggi, le zuffe mediatiche in TV e sui giornali, le analisi che offrono i cosiddetti spin doctor delle più varie scuole. Non sappiamo se siano metodologie che danno risultati migliori di quelli che gli antichi aruspici ricavavano dall’esame delle viscere delle vittime sacrificali. Sappiamo che la moda ha effetti non poco distorsivi.

Oggi sembra che a dominare sia la tesi che l’unica cosa che conta è solleticare la pancia del paese secondo uno slogan che potrebbe essere questo: a populista, populista e mezzo. E’ la scelta che sta cavalcando Renzi, ma è anche quella verso cui si sta dirigendo Berlusconi. Gli altri non sono da meno, ma c’era più da aspettarselo e per loro era una scelta quasi obbligata.

Per Renzi c’è da chiedersi quanto questa ultima fiammata di populismo spinto possa giovare alla sua battaglia. Evidentemente il premier e i suoi consiglieri pensano che il risultato finale dipenda dal muovere l’elettorato ancora indeciso e fin qui è una costatazione banale. La cosa su cui varrebbe la pena di investigare è se questa fascia di elettori sia formata in maggioranza di persone di elementare cultura politica che possono essere conquistate solo a base di slogan sostanzialmente qualunquisti (lotta alla casta, riduzione delle poltrone, taglio dei costi della politica).

La questione non si ferma però a questo livello, perché c’è un ragionamento più raffinato da fare. Bisogna vedere innanzitutto se davvero elettori poco capaci di analisi politica si faranno smuovere da quegli argomenti o se, pur condividendoli sostanzialmente, non per questo faranno lo sforzo di recarsi alle urne. In secondo luogo bisogna valutare quanto una polemica politica di così basso livello non faccia perdere consenso fra elettori più consapevoli che si erano orientati a sostenere la riforma, ma che si trovano a disagio a farlo sulla base di quelle motivazioni. Il “combinato disposto” di queste due realtà andrebbe tenuto maggiormente in conto.

Un discorso non troppo diverso andrebbe fatto per Berlusconi. Il suo siluramento, non si sa se definitivo o momentaneo, di Parisi così come la diffusione di sue comparsate propagandistiche (che dovrebbero essere l’antipasto per una presenza più massiccia in TV e sui media) è piuttosto significativo. Temiamo che giochi anche una specie di richiamo della foresta nel vecchio manipolatore di opinione pubblica, che non riesce ad accettare che Renzi, Salvini, Grillo gli abbiano rubato il palcoscenico. Berlusconi si sente sfidato a dimostrare che quanto a “comunicazione” il maestro resta lui.

Ciò però entra in contraddizione con quella fascia di elettorato che rimane l’unica a sua disposizione: i cosiddetti moderati. L’arma della paura del comunismo non funziona verso uno come Renzi, sul terreno dell’utopia circa un futuro meraviglioso non c’è partita con Grillo (che predica una soluzione utopica dei problemi più commisurata con l’attuale fase di crisi economica),  e quanto ad appello agli “animal spirits” di gente spaventata da come va il mondo Salvini è difficilmente superabile.

In definitiva le due forze che potrebbero avere in mano di necessità la gestione del “dopo” in una forma efficace , cioè il riformismo responsabile e il moderatismo raziocinante, non sono gestibili a base di iniezioni massicce di populismo arrembante somministrate dai due personaggi. Conosciamo l’obiezione a questo: ma una cosa è la propaganda politica, un’altra la gestione della sfera decisionale in senso lato di governo. Non abbiamo forse visto in passato scontri feroci, per esempio fra DC e PCI, per poi trovare forme di confronto se non addirittura di collaborazione?

Il fatto è che ci si scorda che allora i partiti erano sia pure vagamente “chiese”, per cui i fedeli seguivano i gran sacerdoti dando loro una specie di mandato in bianco. Oggi non esiste alcun partito neppure vagamente assomigliante a quelli. Perciò questi duellanti si lanciano scontri che poi non si sarà in grado di riportare sotto controllo mentre invece si dovranno fare i conti con i veleni iniettati che saranno ormai entrati in circolo.

Questo è il futuro che i politici-aruspici di oggi non sono in grado di decifrare fidandosi di analisi illusorie delle viscere della società. Certo possono confortarsi col richiamo ai successi imprevisti di Trump o di Fillon, ma sono illusioni ottiche. Primo perché non si sa quali frutti daranno quegli alberi; secondo perché l’Italia ha una struttura istituzionale debole e minata dalle lotte che abbiamo richiamato. Due variabili su cui varrebbe la pena di spendere qualche riflessione.