Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Prigionieri del tatticismo politico?

Paolo Pombeni - 26.03.2015
Massimo D'Alema

In un passaggio delicato della politica come è quello attuale sembra che si stia spegnendo la volontà di puntare decisamente ad una rifondazione del nostro sistema. Il riaccendersi del dibattito sulla corruzione evoca fantasmi del passato e le fibrillazioni che scuotono la maggior parte delle forze politiche di qualche peso non sono certo un segnale di speranza.

Al centro c’è ancora la “questione Renzi”, tema assai delicato perché sta riducendo lo scontro politico ad un gioco di tatticismi in cui si perdono, ammesso che prima ci fossero, le strategie per il nostro futuro.

Ciò che inquieta una buona parte della nostra classe politica in senso trasversale è la scarsa possibilità che l’attuale presidente del consiglio e segretario del PD possa essere effettivamente ridimensionato. La ragione è banale: da un lato manca la possibilità di spingerlo allo scontro elettorale aperto per verificare se davvero ha nel paese quel consenso di cui si vanta; dal lato opposto manca una alternativa credibile con cui sostituirlo semplicemente con un passaggio parlamentare.

Il fatto è che Renzi non è solo contemporaneamente segretario del partito e presidente del consiglio, ma la sua segreteria non è “scalabile” dall’interno, e come vertice dell’esecutivo è a capo di un quasi-monocolore con maggioranza semi-garantita.

La novità della situazione sta nel combinarsi di questi aspetti. La minoranza PD, anche ammesso che non fosse quel puzzle di anime e di personalismi che è, può delegittimare il segretario (lo sta facendo con danni da non sottovalutare), ma non ha la forza di scalzarlo. La scissione sarebbe per lei una prospettiva suicida, perché la renderebbe più debole, non più forte a livello elettorale (e con una scissione lo scioglimento della legislatura sarebbe obbligato). La coalizione di governo lo è per modo di dire, perché una componente, l’antica Scelta Civica, è un fantasmino diviso in atomi, l’altra, NCD-UDC, una organizzazione che non decolla e che non può staccarsi dal governo perché se lo facesse sarebbe ingoiata nuovamente nella vecchia casa-madre.

Il problema per Renzi nasce però proprio dal fatto che la sua è una maggioranza “semi-garantita”. Significa che al dunque, se è in gioco la caduta del governo, essa è condannata a tenere; però ogni volta che si può fare qualche scherzetto tanto per metterlo in difficoltà, nessuno si tira indietro.

Questo stato di cose costringe il governo a scivolare sempre più nel tatticismo politico. E’ vero che alcuni risultati vengono anche ottenuti, ma a livello di immagine pubblica ciò che si vede è un estenuante balletto di delegittimazioni reciproche, mentre si avvicina l’apertura delle urne delle elezioni regionali, un passaggio che verrà letto, come sempre, quale “test” per il governo. Solo che ciò che di solito è una ritualità mediatica, questa volta rischia di essere preso come una “prova regina”.

Naturalmente si deve tenere conto anche delle opposizioni. Le più rischiose per il premier sono quelle a matrice populista, e lì c’è una ressa: si va da quelle politiche (M5S, Lega), a quelle cosiddette “sociali” (Landini & Co.), a quelle mediatiche (comici, talk show, stampa, che trovano facile salire su quel carro). Il pericolo viene dal fatto che anche a lui non manca una certa vena populista, sicché non può svincolarsi completamente da quel terreno di confronto.

Paradossalmente la crisi sempre più evidente del centro-destra non gioca veramente a favore del governo, perché anche qui siamo in presenza di debolezze talmente strutturali da non essere in grado di contrapporsi al governo in una dialettica costruttiva, per cui deve infilarsi anch’esso lungo la china degli show a pro di quella che pensa sia la pancia della gente. Ciò senza ignorare che accanto a questa tattica (fiacca a paragone di quella dei concorrenti), il centro destra prova a ricompattare attorno a sé un certo numero di interessi particolari (li chiamiamo così per evitare il vocabolo abusato di “lobby”).

Così però scatena gli istinti peggiori del renzismo, che ovviamente non è fatto di ingenue mammolette: anche da quelle parti sanno fiutare le esigenze e le domande che arrivano da varie fazioni della società e si attrezzano per essere loro a calamitare quei consensi (col vantaggio che farlo dal governo è più facile).

Inevitabilmente questa dinamica scatena la corsa al tatticismo politico con un occhio prevalente a come sfruttarlo a livello di comunicazione mediatica. Come si vede nella vicenda del difficile rimpasto di governo, che dovrebbe avere come obiettivo non solo il rimpiazzo del ministro Lupi, ma un serio tagliando ad una compagine governativa che ha al proprio interno più di un settore dolente, agire è assai complicato. La soluzione ragionevole sarebbe quella che si definisce una crisi pilotata di governo, cioè un ricambio complessivo che deve però passare per una nuova fiducia ad un Renzi-bis. E’ una soluzione che nessuno vuole prendere a mano, nel terrore che ciò significhi aprire una falla che farà crollare la diga, cioè la tenuta degli instabili equilibri attuali senza che vi sia certezza di passare a qualcosa di meglio.

Perciò si è condannati ad una politica di manovre tattiche limitate, rinviando tutto a dopo le elezioni regionali. Senza però che ci sia alcuna certezza che quel voto possa sciogliere i lacci e i lacciuoli che tengono prigioniera la politica attuale.