Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Politica politicante e governo della ripresa

Paolo Pombeni - 13.09.2017
Berlusconi, Salvini, Di Maio e Renzi

I dati economici sembrano incoraggianti, anche se parlare di uscita definitiva dalla crisi è prematuro. Tuttavia indubbiamente ci sono risultati positivi che non erano attesi e prospettive di consolidamento di una ripresa che, pur nei suoi limiti, sembra ormai avviata. Se non ci saranno sorprese, sempre possibili in un contesto internazionale tutt’altro che pacifico, ci si avvia ad una fase che ha contorni diversi da quelli immaginati fino a qualche mese fa dalla nostra politica politicante.

Se il paese abbia introiettato questo cambio di orizzonte è però una questione aperta. La gente non cambia idea guardando le statistiche e leggendo le previsioni degli specialisti: quando certe percezioni si sono radicate nell’immaginario collettivo non è così facile smuoverle. Vale a maggior ragione per un cambio di passo nell’economia che non è ancora avvertibile nell’immediato dal vissuto della maggior parte della popolazione, perché per esempio il problema più grave, la disoccupazione giovanile (che peraltro tocca una fascia molto ampia di popolazione perché in qualche modo arriva a lambire il confine dei quarantenni), non è ancora stata ridotta in maniera tale da rendere il fatto percepibile a livello diffuso. Non parliamo poi delle disfunzioni degli apparati politici: dalla cronica emergenza dell’incapacità di governo “ordinario” dei territori, che è la radice per cui ogni evento naturale di qualche intensità si tramuta in tragedia, al permanere delle disfunzioni croniche nei settori della burocrazia, dei servizi, della scuola e dell’università, abbiamo persistenze che inducono a pensare che alla fine non è che sia cambiato molto.

Da qui il problema più grave dell’Italia in questo momento: una sfiducia che continua ad essere ampia tanto che l’elettorato è disorientato e che la quota di astensioni variamente motivate non scende da livelli importanti (più o meno intorno al 40%).

I partiti però non sembrano interessati più di tanto a contrastare questo fenomeno, quanto piuttosto a sfruttarlo nell’illusione che possa aiutare gli incrementi marginali allo “zoccolo duro” di cui ogni partito ritiene di poter disporre. In sostanza si pensa di proporre all’elettorato questo semplice ragionamento: avete ragione a vedere tutto in maniera pessimistica (se non peggio), ma fidatevi che noi abbiamo la ricetta magica, la quale consiste semplicemente nel fatto che se noi andiamo al potere possiamo realizzare tutte quelle migliorie che voi aspettate da anni. Naturalmente poi tutti glissano su quali siano queste migliorie e soprattutto su perché a loro dovrebbe riuscire quel che non si è riusciti a fare negli ultimi trent’anni. Anche qui la spiegazione fornita è semplicistica: sino a qui queste cose non è stato possibile farle perché non c’eravamo noi. Se per caso c’erano forze che avevano il nostro stesso nome, comunque non erano fatte proprio da noi e insomma adesso abbiamo imparato ad essere diversi. Il corollario ovvio è che con queste argomentazioni sono avvantaggiati quelli che veramente possono dire di essere dei nuovi venuti.

Va sottolineato che il contesto rende molto difficile il passaggio decisivo per stabilire qualsiasi possibilità di governo: cioè raggiungere una forza parlamentare sia per numeri che per coesione interna tale da consentire la riuscita di un progetto riformatore che deve incidere in profondità sulle strutture del paese. In una situazione di mobilità dei consensi elettorali, prospettare coalizioni significa indebolire la presa di ogni componente coinvolta, perché l’immagine per la gente è che, bene o male, ciascuna non è poi così diversa dai suoi alleati. Di qui la rincorsa da parte di tutti a posizioni in modo diverso radicali, che non lascino all’elettore alcun dubbio sull’impossibilità per lui di trovare altrove quel che gli viene proposto. Con la conseguenza ovvia che poi diventerà difficilissimo mettere in piedi coalizioni coese, perché la concorrenza interna prevarrà su qualsiasi intesa circa degli obiettivi, che alla fine diventeranno secondari.

E’ una storia che si è già abbondantemente vista anche in tempi in cui i partiti godevano di fedeltà elettorali granitiche: si può cominciare dalle difficoltà del centro-sinistra storico (DC + PSI) che finì distrutto da queste tensioni interne e si arriva fino alle attuali coalizioni di centrosinistra o di centrodestra. Poca meraviglia dunque se lo schema si ripropone oggi in tutte le tre componenti principali che si contendono le quote maggiori di consenso. I Cinque Stelle per non correre il rischio si arroccano su loro stessi, il centrodestra è attraversato dalla concorrenza fra Lega e FI, il centrosinistra fra PD e rimasugli di quel che era un tempo l’estrema sinistra radicale.

La concorrenza sia all’interno dei possibili “poli” o “campi” che dir si voglia, sia fra loro non avviene confrontando davvero progetti di riforma realistica di un paese che si deve ammettere è indebolito da decenni di incuria governativa (ben accettata, è bene non dimenticarlo, da un paese che riteneva che non dover rispondere ad un governo fosse ottimo perché ciascuno si facesse con comodo gli affari propri). Le riforme di cui abbiamo bisogno richiedono gradualità, il che però significa anche incremento costante passo dopo passo evitando la comoda visione per cui gradualità significa avviare qualcosa e poi lasciar perdere.

La politica politicante fa fatica (molta) ad accettare questo cambio di passo, perché le interessa al momento consolidare in qualche modo rendite di posizione precarie. Esattamente il contrario di qualsiasi visione che si proponga il governo delle trasformazioni in corso.