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16 ottobre 2019
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Parigi, Berlino e la crisi greca

Michele Marchi - 18.07.2015
Grexit

Leggendo i principali commenti alla chiusura del negoziato che ha dato il via libera al terzo piano di aiuti economici alla Grecia, su due punti i principali opinionisti sembravano convenire. Da un lato si è sottolineato l’attivismo del presidente francese Hollande e si è addirittura parlato di una sua vittoria. Dall’altro lato molti osservatori hanno posto l’accento sull’importanza di un operato congiunto di Berlino e Parigi e di conseguenza insistito, ancora una volta, sulla centralità dell’asse franco-tedesco nell’evoluzione del processo di integrazione europea.

Secondo chi scrive il successo di Hollande e il primato dell’asse franco-tedesco possono anche costituire due letture plausibili, a patto che ci si chiarisca sul significato di queste affermazioni.

Partendo da Hollande si deve innanzitutto ricordare quanto proprio l’Eliseo si sia speso per il salvataggio della Grecia, addirittura inviando funzionari di fiducia del presidente ad affiancare i colleghi greci nella stesura del piano da proporre a Bruxelles. Non si deve però dimenticare che Hollande si è mosso in questo modo prima di tutto per ragioni di politica interna. Evitare la Grexit era per lui una conditio sine qua non per il complicato tentativo di non perdere l’ala sinistra del suo partito e in generale tentare di mantenere il controllo della gauche in vista del 2017 e allo stesso modo per contrastare il populismo antieuropeo di Marine Le Pen. In secondo luogo l’inquilino dell’Eliseo si è tramutato nel più strenuo paladino del salvataggio di Atene con un occhio alla possibile evoluzione dell’Ue in caso di Grexit e Brexit. L’uscita della Grecia dall’area euro e quella possibile di Londra dall’Ue comporterebbero, infatti, la caduta degli ultimi due ostacoli prima della riforma “alla tedesca” della zona euro e di conseguenza dell’intera Unione.

Su questo punto si innesta la riflessione riguardo l’efficacia dell’asse franco-tedesco nell’ultimo drammatico negoziato europeo. È necessario chiarire il quadro e riflettere su cosa realmente sia stato tale asse e su cosa esso rappresenti oggi. Sino al crollo del Muro di Berlino e alla successiva riunificazione tedesca l’asse non è stato altro che un modo per descrivere l’esercizio di un primato politico francese nello spazio dell’integrazione europea, progressivamente eroso dall’emergere della potenza economico-sociale tedesca, appesantita politicamente dal passato imperialista e totalitario. La definitiva “abdicazione politica” di Parigi si è avuta con la firma del Trattato di Maastricht del 1992 e con il successivo consiglio europeo di Copenaghen del 1993. I due passaggi hanno sancito rispettivamente la nascita di un’Europa alla tedesca da un punto di vista economico e monetario e spostato il baricentro geopolitico verso est, con il via libera ai criteri per l’adesione e di conseguenza al grande allargamento del 2004-2007.

Da questo momento Parigi, ben lungi dall’esercitare la sua leadership all’interno della coppia o asse franco-tedesca, si è accontentata del ruolo di “junior partner”, quando non ha incarnato quello di “homme malade de l’Europe”, come accaduto dopo il referendum del maggio 2005 e nella costante crescita elettorale del Front National, baluardo continentale dell’anti-europeismo.

Che un asse così “monco” non potesse produrre grandi risultati a livello europeo lo è si è ben presto rilevato, basti pensare alla decisione di cercare di opporsi all’intervento Usa in Iraq nel 2003, finendo per spaccare in due il fronte continentale, o al più recente (2008) “braccio di ferro” sul tema dell’Unione per il Mediterraneo, progetto di grande interesse e fascino, ma ben presto abortito proprio a seguito dello scontro tra Parigi e Berlino.

Il caos greco si è innestato in un quadro di questo genere ed ha incentivato i desideri tedeschi di completare quel processo avviato con Maastricht, la volontà cioè di chiudere un cantiere incompleto, di passare insomma alla fase due, quella della federazione politica e del cosiddetto “choc federale”.

Se si avanzerà, come pare, su questa linea, due conseguenze appaiono inevitabili. A guidare tale processo, ad esercitare la vera leadership, non potrà essere altro che lo Stato che più si è preparato per questo upgrading nel processo di integrazione. Quando nel 2003 Parigi e Berlino derogarono alle regole del Patto di Stabilità (stabilendo un pericoloso precedente), il cancelliere tedesco Schröder sfruttò l’occasione per lanciare un piano di riforme avanzate e non particolarmente popolari (Agenda 2010) tanto da costargli la rielezione. Al contrario la Parigi di un declinante Chirac si limitò a perpetrare il suo immobilismo, i suoi aumenti nella tassazione diretta e indiretta e soprattutto nella spesa pubblica. La seconda parte dello scenario potrebbe essere l’inveramento della proposta del 1994 di una coppia di deputati CDU: la creazione di un’Europa a due velocità. Quei due deputati erano Karl Lamers e Wolfgang Schäuble, allora presidente del gruppo parlamentare CDU-CSU. Tra le numerose indicazioni del documento, uno dei testi più ambiziosi ed articolati dell’europeismo dell’ultimo ventennio, vi era la convinzione che a “trainare” il gruppo di testa dovesse essere il cosiddetto “nocciolo duro” franco-tedesco. Considerato l’odierno attivismo di Schäuble, l’impressione è che solo una parte di quel progetto possa attuarsi. L’Ue si muove progressivamente verso le due velocità, ma Parigi sembra da tempo aver optato per il “passo lento”.

Tutto ciò premesso, si può anche accettare l’idea di un primato di Hollande e di una centralità dell’asse Parigi-Berlino nel recente negoziato europeo. Attenzione però a cosa si intende per “primato” e a cosa per “asse”.