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28 ottobre 2020
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Mattarella e la “pagina bianca” del 4 marzo

Luca Tentoni - 03.01.2018
Una pagina bianca

La politica deve saper governare i processi di mutamento, per evitare che creino ingiustizie e marginalità. Questo è il senso del messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che stavolta, pur sottolineando che non è suo compito fornire indicazioni politiche, ha però in certo modo voluto dare un contributo introduttivo sulla fase che porterà al rinnovo delle Camere e sulla funzione delle elezioni e del ruolo della classe dirigente del Paese, alla luce della Costituzione entrata in vigore esattamente settanta anni fa, il primo gennaio 1948. Anziché scegliere la facile via di un discorso "omnibus", lungo e onnicomprensivo, Mattarella ha richiamato gli elettori e le forze politiche ad una lettura attenta e serena delle nostre "regole del gioco". In una società nella quale "non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l'avvenire, deformando il rapporto con la realtà", la parola "futuro" può "anche evocare incertezza e preoccupazione". È questa la posta in gioco alle elezioni del 4 marzo: esiste una visione responsabile e lungimirante del futuro del Paese? I partiti e i cittadini sono davvero pronti, come auspica il Capo dello Stato, a far sì che "la democrazia viva di impegno nel presente, alimentandosi di memoria e di visione del futuro"? Sono capaci di "preparare il domani, intendere e comprendere, le cose nuove"? Eppure, è quanto siamo chiamati a fare. L'appuntamento con le urne del 4 marzo non è una gara fra personalismi, slogan, visioni irrealistiche e irresponsabili di un futuro dal quale possiamo avere tutto senza pagare il prezzo di nulla. Il voto è l'espressione di una sovranità popolare che è "al vertice della nostra vita democratica" e che "si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni", le quali aprono "come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento". Quando Mattarella aggiunge che "a loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese" fa capire che il sovrano (il popolo), i partiti e le istituzioni rappresentative hanno l'onere di compiere scelte ponderate, informate, responsabili: "il dovere di proposte adeguate, realistiche e concrete, è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi". Non è di un paese dei balocchi che gli italiani hanno bisogno, ma di una doppia prova di maturità: del popolo sovrano, che deve saper esercitare senza superficialità il proprio compito; dei soggetti politici, i quali debbono proporre ciò che è possibile e non ciò che può far loro guadagnare voti sfasciando i conti pubblici, guardando al tornaconto immediato e senza pensare alle prospettive future. Del resto, "i problemi che abbiamo davanti sono superabili: possiamo affrontarli con successo, facendo, ciascuno, interamente, la propria parte. Tutti, specialmente chi riveste un ruolo istituzionale e deve avvertire, in modo particolare, la responsabilità nei confronti della Repubblica". Il discorso di Mattarella, così pacato e sintetico, potrebbe non essere stato percepito da tutti per la sua forza programmatica. È, invece, il richiamo al dettato e allo spirito della Costituzione repubblicana, che passa per punti e riferimenti molto precisi: il ritmo "fisiologico" di cinque anni della durata della legislatura appena conclusa; il valore della partecipazione elettorale (consapevole, s'intende), in particolare dei giovani (ai quali il Capo dello Stato ricorda che, cento anni fa, quando i loro coetanei del tempo morivano in trincea, pace e democrazia non erano affatto acquisizioni stabili e scontate); la memoria del passato (utile per neutralizzare pericolose suggestioni che talvolta si riaffacciano) e la visione del futuro (che animò i Padri costituenti e gli italiani che, nel dopoguerra, ricostruirono il Paese sia materialmente, sia ricucendo il tessuto democratico della "comunità di vita" alla quale Mattarella fa riferimento). Soprattutto, nel richiamo alla concretezza delle proposte, il Presidente della Repubblica unisce il dovere dei partiti di governare il cambiamento e "guidare i processi di mutamento". In altre parole, di non farsi trascinare dai sondaggi, dalla convenienza di rinviare politiche necessarie e interventi volti a ridurre le ingiustizie sociali, l'emarginazione, la disoccupazione, la compressione dei diritti. La Repubblica può crescere solo se i valori della nostra Carta Fondamentale sono attuati pienamente. Un cittadino che vede mancare le proprie certezze, che si sente escluso dalla "comunità di vita", può avere paura del progresso, nutrire sfiducia nelle istituzioni, rifiutare il voto e disconoscere la bontà degli stessi principi democratici. Questo pericolo è presente, anche se, come ricorda Mattarella, non si può dipingere l'Italia come un paese "preda del risentimento", perché ci sono tante persone "che affrontano, con tenacia e coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle". Proprio per questo, tuttavia, non vanno lasciate sole: se, da un lato, si invoca una maggior partecipazione popolare (soprattutto dei giovani, che sono il futuro del Paese), dall'altro lato non si può non ricordare che la "pagina bianca" del 4 marzo sarà scritta dagli elettori in base al tipo di offerta politica, che dovrà essere seria, realistica, non solo attraente. Ogni volta che l'elettore percepisce la vacuità del progetto al quale ha dato il voto, la sua fiducia nella valenza della rappresentanza politica viene meno. Quello di restringere progressivamente l'area del consenso ai valori democratici è un lusso che non possiamo permetterci, se non vogliamo tradire il patto che settanta anni fa, con l'entrata in vigore della Costituzione, diede all'Italia "la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: la pace, la libertà, la democrazia, i diritti". Condizioni "non scontate, né acquisite una volta per tutte", ammonisce Mattarella.