Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Il summit di Parigi sul clima (One Planet Summit): deboli barlumi d'Europa

Raffaella Gherardi * - 03.01.2018
MPGA

A differenza del ventitreesimo appuntamento della Conferenza internazionale sul clima, (COP 23), conclusasi a Bonn il 18 novembre e passata pressoché sotto silenzio nei grandi media nazionali e internazionali, il summit di Parigi del 12 dicembre, convocato in occasione del secondo compleanno degli Accordi di Parigi sul clima, ha senz'altro avuto incomparabile risalto. Preannunciato da Macron, già a margine del G20 di luglio ad Amburgo, il Presidente francese ha attentamente curato la regia dell'evento, fin dal fortunato slogan proposto quale elemento distintivo dello stesso: Make our Planet Great Again. Alla celeberrima invocazione, variamente declinata da Trump, sul rendere di nuovo l'America grande (Make America Great Again), (in aperto spregio anche agli impegni sottoscritti a Parigi sul clima, due anni fa, da Obama), Macron ha contrapposto efficacemente,  anche dal punto di vista mediatico, la grandezza dell'intero pianeta, quale obiettivo da raggiungere da parte di quei paesi, e di tutte quelle istituzioni interne e internazionali e della intera società civile, che riaffermano  la improcrastinabile necessità di  lanciare e attuare urgentemente nuove azioni sul piano del cambiamento climatico e di un concreto sostegno alle stesse innanzitutto sul piano finanziario. Promosso dalla Francia, il vertice in questione si è tenuto del resto anche sotto l'egida delle Nazioni Unite e del loro Segretario Generale, Guterrez, e della Banca Mondiale (il cui Presidente, Jim Young Kim, ha dato l'annuncio che, a partire dal 2019, quest'ultima non metterà più a disposizione fondi per finanziamenti di progetti finalizzati all'esplorazione e all'estrazione di petrolio e gas). Il fatto che le misure a carattere finanziario, a sostegno di una nuova politica sul clima, siano state al centro del vertice di Parigi, trova una prima testimonianza fin dalle  quattro tavole rotonde d'apertura del summit, fondamentalmente orientate a ripensare il ruolo della finanza (e dei finanziamenti pubblici e privati) per l'azione sul clima e in favore di un'economia sostenibile, ad accelerare un'azione locale e regionale in tal senso e a rafforzare le politiche pubbliche per una transizione ecologica e solidale. Al di là dei risultati concretamente raggiunti nel corso del vertice parigino, (e dei differenti giudizi che ne sono stati dati, improntati a positività o, per contro, a  delusione), nella prospettiva appena richiamata, le più vive luci della ribalta mondiale si focalizzano senz'altro sulla figura di Macron, nella sua attenta e accurata veste di  leader globale/anti-Trump,  e sul suo grido di battaglia lanciato in apertura, di contro al convitato di pietra americano e raccolto e rilanciato dai media: "stiamo perdendo la battaglia sul clima!"  Tale grido deve suonare a ulteriore monito e appello per un rinnovato impegno da parte di tutti i sottoscrittori degli accordi di Parigi del 2015 (ed è la Francia per prima che aspira a impersonare il  buon esempio in tal senso, nello scenario della sua capitale, presentando, tramite il suo Presidente, una dozzina di progetti, da centinaia di milioni di dollari, per combattere il cambiamento climatico). A seguire altri leader, particolarmente in Europa e anche in casa nostra (a partire dal Ministro Galletti, in tema di "strategia energetica nazionale", ma anche da parte del Presidente del Consiglio), avranno cura di disegnare i successi dei loro paesi, relativamente alle misure prese per combattere il cambiamento climatico, in sintonia con le misure previste negli Accordi di Parigi del 2015 e anche oltre (qualche autorevole voce dell'alta politica nostrana rivendicherà, in tal senso, una sorta di primato dell'Italia anche nei confronti di Francia e Germania). A questo punto ecco delinearsi all'orizzonte il solito interrogativo ("solito" per chi ha a cuore non solo le sorti del suo paese ma anche quelle della Unione Europea): E la UE? Quale ruolo gioca l'Unione europea? Anche se i rappresentanti della UE, presenti al vertice parigino, non sono assurti agli onori delle cronache, (perlomeno attraverso i canali tradizionali della cosiddetta opinione pubblica), le Conclusioni del recente Consiglio Europeo del 14 dicembre non lasciano dubbi, circa la forte sfida che si intende lanciare, in linea con il recente evento parigino, laddove, nella sezione  specificamente dedicata ai Cambiamenti climatici si legge: «Il Consiglio europeo accoglie con favore l'esito del 'One Planet Summit' tenutosi a Parigi il 12 dicembre 2017 con l'obiettivo di aumentare i finanziamenti pubblici e privati a sostegno dell'azione per il clima, a seguito della COP 23 tenutasi a Bonn dal 6 al 17 novembre 2017… Ribadisce con fermezza l'impegno dell'UE e dei suoi Stati membri ad attuare in modo rapido e integrato l'accordo di Parigi e a mantenere un ruolo guida nella lotta contro i cambiamenti climatici, anche attraverso l'adozione di misure legislative in sospeso a livello dell'UE.»

Nelle pieghe della informazione sul summit di Parigi e dei vari "annunci" da parte dei leader mondiali, qualcosa di assai interessante viene, a mio avviso, proprio sul fronte comunitario e non solo dalle dichiarazioni del Vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, (il cui annuncio parigino sarebbe quello, riportato da alcuni organi di stampa, di stare guardando positivamente alla possibilità di ridurre gli accantonamenti delle banche ogni  volta facciano un investimento "verde"), ma particolarmente dal punto di vista dell'organico piano ambientale in dieci punti presentato dalla Commissione (Action Plan for the Planet) e che configura, nel suo insieme, l'Europa come volano di una piattaforma globale per una transizione verso un'economia sostenibile. Pare che Bruxelles abbia in cantiere già nei primi mesi del prossimo anno l'organizzazione di iniziative in tale prospettiva: basteranno queste per scaldare i cuori delle cittadine e dei cittadini d'Europa? Per ora, almeno in casa nostra, brilla l'assenza, anche nella campagna elettorale in atto di ogni riferimento 'alto' a tali tematiche e le varie parti politiche, anche quelle che a parole si richiamano all'Europa, preferiscono ancorarsi a personalismi interni di varia natura.

 

 

 

 

* Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche – Università di Bologna