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Ma non è una partita a poker …

Paolo Pombeni - 17.06.2014
Poker

Il turbinio di iniziative intorno alle possibili riforme istituzionali non suggerisce tanto l’idea che fra le forze politiche ci siano state conversioni sulla via indicata da Renzi, quanto piuttosto fa nascere il sospetto che ci sia una certa convergenza di forze per far saltare il banco alzando in continuo la posta.

Mettiamo in fila alcuni dati. Il centro destra, tanto FI quanto NCD, si è ributtato sul tema dell’introduzione dell’elezione diretta del presidente della repubblica, proponendo addirittura la promozione di un referendum popolare sul tema. Al di là del merito della questione, si tratta di un percorso arduo e lungo (ci vogliono modifiche costituzionali anche solo per dare il via ad un referendum propositivo) che non può avere altri significati, se non quelli di gettare un po’ di confusione in campo e di acquisire qualche visibilità nel dibattito.

Più o meno gli stessi obiettivi che si propone Grillo, che, folgorato su non si quale via, ha scoperto che adesso Renzi è legittimato dal voto popolare e dunque diventa un interlocutore accettabile per un confronto sulla legge elettorale. Niente di diverso neppure per il segretario della Lega Salvini, reduce da una affermazione elettorale e voglioso di avere un posto a tavola.

La sostanza della faccenda è che tutti puntano non ad un negoziato, che è improbabile almeno in prima battuta, ma a far saltare gli equilibri del PD in modo che si possa ricominciare tutto da zero, vuoi nell’ipotesi per loro migliore di tornare così alle urne sull’onda di uno sfascio dell’immagine di Renzi, vuoi nell’ipotesi di ripiego di tenere comunque tutto in stallo perché si impedisce il formarsi di una maggioranza per una riforma.

La debolezza di Renzi è nel non avere preparato accuratamente le proposte di riforma istituzionale, che sono inevitabilmente intersecate: legge elettorale, riforma del Senato e ridefinizione dei poteri delle regioni sono materie connesse fra loro. Su ciascuna abbiamo più o meno solo dei titoli e delle affermazioni generali. Però Renzi ha oggi dalla sua un vantaggio che i suoi avversari avevano sottovalutato: c’è un vento generale che invoca ormai il cambiamento a qualunque costo e che è disposto a scommettere sul giovane corsaro, costi quel che costi. C’è infatti la convinzione che il premier sia l’unico che ha l’audacia di mettere le mani in una situazione deteriorata, così come si ritiene che proprio questo fattore sia l’unico che può rilanciare almeno un poco la nostra credibilità internazionale, così necessaria in tempi di crisi economica.

Di conseguenza tutti i partiti hanno capito che se vogliono salvarsi dall’egemonia del nuovo vincitore debbono sia scendere sul suo terreno, sfidandolo sul terreno propositivo, sia provare a batterlo, mostrando che però in questo confronto sarà perdente (e dunque si faranno riaffiorare le perplessità, mai completamente sopite, su Renzi come fenomeno “gonfiato”).

Il punto delicato è che qualsiasi riforma istituzionale è in questo momento un, almeno parziale, salto nel buio. Sul tema della riforma del sistema elettorale qualsiasi scelta è un rischio. L’ipotesi dell’Italicum, cioè quella di un ballottaggio fra le prime due coalizioni (o i primi due partiti), essendo difficile la vittoria secca di uno a maggioranza, non consente oggi di immaginare con ragionevole sicurezza chi possano essere i contendenti finali e di conseguenza costringe a coalizioni ampie e raffazzonate. L’ipotesi alternativa di un sistema in qualche modo proporzionale potrebbe certo liberare dal bisogno di coalizioni coatte, ma lascerebbe nell’incertezza totale sulla possibilità che emerga dalle urne una linea di composizione parlamentare per fare un governo.

Sul Senato pesano le incognite che sono state più volte richiamate: anche con una elezione di secondo grado non è chiara quale sarebbe la maggioranza di governo nella seconda Camera (le linee di partito nel caso di rappresentanze legate ad elezioni in qualche misura personalizzate come quelle di governatori e sindaci tengono sino ad un certo punto).

Si deve poi essere consapevoli che comunque sia incombono scadenze piuttosto complicate. Berlusconi vede arrivargli addosso l’appello sul processo Ruby;  bisognerà porsi il problema della successione a Napolitano che l’anno prossimo compie novant’anni.

Basta leggere i giornali con attenzione per registrare il nervosismo che pervade la nostra classe politica in tutte le sue componenti. E’ in questo clima che i partiti vogliono oggi rianimare quel “tavolo di concertazione” che il governo ha invece voluto liquidare come obsoleto per risolvere le vertenze economiche. Renzi ha difficoltà a rifiutare di farlo, perché ha predicato che le riforme si devono fare con la più ampia condivisione possibile, ma così corre il rischio o di farsi intrappolare  nella palude dei compromessi al ribasso, o di farsi impallinare con l’immagine del dittatore che poi alla prova dei fatti non accetta alcun negoziato.

Sembra che troppi stiano interpretando la faccenda come se fosse una grande, magari persino affascinante partita a poker. Però non lo è, perché si tratta di una occasione di credibilità e di aggiustamento del sistema che non è possibile sprecare.