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02 luglio 2022
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Luddismo sociale?

Paolo Pombeni - 20.11.2014
Sgomberi Milano novembre 2014

Una volta nei sindacati e a sinistra tutti sapevano la storia di Ned Ludd, che nel 1779 sembra abbia guidato una rivolta di operai che sfasciarono delle macchine tessili, convinti che queste rubassero loro la possibilità di lavorare. Il termine “luddismo” passò così a definire tutte le manifestazioni in cui con rivolte irrazionali si sfasciano i prodotti dello sviluppo applicati all’industria nella illusione che questo possa riportare i lavoratori a godere dei vantaggi che si immaginano connessi alla situazione precedente.

Nei sindacati e a sinistra si spiegava con quella metafora che non ci si difende dal progresso, che certo può nell’immediato portare anche disagi, prendendosela con obiettivi irrazionali, perché invece bisogna adeguarsi e governare il cambiamento. Non è stato distruggendo i telai meccanici che gli operai hanno recuperato posti di lavoro.

Questa semplice lezione storica andrebbe rivisitata visto quel che sta succedendo di questi tempi. E’ inutile negare che la società italiana sia percorsa da correnti di ribellismo sociale il cui obiettivo è quello di “sfasciare”, metaforicamente ma troppo spesso anche materialmente, una situazione esistente nell’illusione che questo farà ritornare un mitico buon tempo antico. E’ un atteggiamento che coinvolge operai e giovani studenti, precari e garantiti, intellettuali e politici, tutti uniti dall’idea che si possa semplicemente fermare il mondo così come si sta evolvendo e instaurare una specie di età dell’oro in cui i problemi si risolvono semplicemente negandoli.

Naturalmente è onesto ammettere che questa retorica della soluzione facile per qualsiasi problema ha una storia piuttosto lunga alle spalle, fiorente anche nei decenni passati. Con questa retorica hanno giocato in tantissimi, a cominciare da Berlusconi col suo famoso “ghe pensi mi”. Nulla di diverso ha fatto e fa Grillo che promette la palingenesi facile nei più diversi campi e trova milioni di adepti che lo votano. Però anche Landini fa delle analisi che non sono convincenti sulle soluzioni possibili alla crisi occupazionale che affligge questo paese e la Camusso si inventa che tutto si risolverebbe con la “patrimoniale”. Salvini fa credere che le migrazioni di popoli si possano fermare e che l’Italia possa uscire dall’euro, basta che lo voglia. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Il problema con cui ci troviamo a fare i conti è che questo andazzo sta squilibrando e non poco il nostro sistema sociale. La volontà “luddista” travalica poi il livello delle parole in libertà e tracima dalle canalizzazioni fornite dalle tradizionali organizzazioni politiche. La presenza sempre più forte di “antagonisti” in molte manifestazioni, la ricomparsa di organizzazioni violente di estrema destra che trovano spazi nei disagi delle periferie e non solo, sono segnali che non andrebbero sottostimati, perché galleggiano su quel mare di benzina infiammabile che è una società in cui cresce la disperazione di trovare soluzioni razionali e percorribili per uscire dalla crisi da cui si sente attanagliato un numero crescente di persone.

Basta guardare le difficoltà con cui vengono accolte tutte le proposte di riforma. E’ emblematica la vicenda della scuola. In questo settore ogni anno il governo, quale che fosse il suo colore, annuncia di mettere in cantiere dei cambiamenti e regolarmente questi annunci provocano solo rigetto, denuncie che così si vuol solo peggiorare la situazione, inni a mitiche “autogestioni” del sistema scolastico. Lungi da noi l’idea di sostenere che tutti quei progetti di riforma fossero buoni, ma sarebbe onesto ammettere che bloccandoli non si è affatto migliorata la situazione, che anzi è solo continuamente peggiorata e che le “autogestioni” sono farse che si ripetono stancamente tutti gli anni e che non producono classi di giovani più preparati e più capaci di collocarsi nel mercato internazionale.

La vicenda della scuola è solo un esempio, per quanto emblematico. Altrettanto si potrebbe dire per la vertenza sindacale su cui si sta impantanando la CGIL. Anche in questo caso la sua obiezione preconcetta al cosiddetto Jobs Act non è supportata da alcuna reale proposta alternativa, perché in sostanza Camusso e soci propongono di non toccare l’esistente, senza spiegare come mai questo “esistente” sia incapace di produrre quei posti di lavoro di cui ha fame una platea ormai enorme di disoccupati. Invocare investimenti pubblici massicci in un momento di profonda crisi finanziaria è tornare ad illudersi che distruggendo i telai meccanici si creerebbero posti di lavoro.

La domanda a questo punto è come si possa reagire a questa cultura neo-luddista che sta rischiando di travolgere il nostro paese. Certo una classe politica che non si pone il problema di inverare le proprie strategie riformiste con una rigorosa selezione del personale politico a tutti i livelli e con l’autoimposizione di comportamenti eticamente rigorosi non ha capito in che pasticcio stiamo per andarci a cacciare. Il luddismo, anche quello “neo”, è destinato ovviamente a perdere, ma questo potrebbe avvenire in un periodo troppo lungo perché siamo in grado di contenerne gli effetti distruttivi che invece si affermano in spazi di tempo molto ridotti.