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03 dicembre 2022
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A colpi di immagine. L’Isis e le forme di mediatizzazione del terrore

Maurizio Cau - 20.11.2014
Isis

Continua l’offensiva mediatica condotta dall’Isis a colpi di decapitazioni, omicidi cruenti, spot inneggianti alla violenza. È degli ultimi giorni la messa in rete delle immagini che riprendono l’uccisione dell’ostaggio americano Peter Kassing (è il sesto) e di quindici soldati siriani. A colpire è, una volta di più, la cura meticolosa con cui vengono messe in forma le immagini lanciate sul web come veicolo di violenza. A impressionare non è tanto la qualità di ripresa dei video, ma la loro vicinanza a codici narrativi e modelli iconografici figli della cultura cinematografica occidentale. Vale dunque la pena riflettere sul ruolo che le immagini hanno nella guerra senza quartiere condotta in Siria e in Iraq dalle forze jihadiste. 

Che le immagini costituiscano un aspetto centrale del “marketing del terrore” non è certo una scoperta di queste settimane. Al Qaeda l’abbiamo imparata a conoscere attraverso i video sgranati in cui Bin Laden inneggiava alla guerra santa contro l’Occidente, e negli anni la propaganda del terrore ha utilizzato in misura sempre più massiva le potenzialità della tecnologia digitale. Twitter, youtube, siti dedicati: l’azione di arruolamento delle coscienze e la minaccia alle potenze occidentali corrono sempre più sulla rete. Ma cosa è cambiato tra le immagini piatte e un po’ incerte che un tempo mostravano gli addestramenti dei talebani o i loro capi racchiusi in set improvvisati tra le rocce in compagnia dell’immancabile kalashnikov e i video che in questi mesi ritraggono processi sommari, combattimenti, fucilazioni?

È cambiato anzitutto il linguaggio, o meglio il modello di messinscena utilizzato per costruire il “racconto” del terrore. Dalla frontalità e dalla fissità dei videomessaggi di Bin Laden si è passati all’uso di montaggi serrati, movimenti di macchina, dissolvenze, riprese dall’alto affidate a droni, titoli di testa con font curati. Non si tratta solo di differenze di carattere tecnico, ma dell’introduzione di una vera e propria “regia”, che dimostra come il valore di quelle immagini non risieda solo nel carattere testimoniale dei loro contenuti, ma nel registro comunicativo che svelano.

Per amplificare il proprio messaggio di morte e per dare legittimazione politica alla propria azione, Isis utilizza i codici narrativi dei blockbuster americani e della fiction occidentale: si pensi al carattere “seriale” delle decapitazioni degli ostaggi (con tanto di “lancio” della condanna/puntata successiva), all’uso di veri e propri trailer che annunciano (coming soon…) le conseguenze del conflitto globale, o al ricorso al format del reportage di guerra e al suo assunto oggettivante (è il caso dell’ostaggio britannico John Cantlie tra le macerie di Kobane). Attraverso la costruzione di una narrazione seriale del terrore le forze dell’Isis puntano a enfatizzare il senso di minaccia proiettato sull’Occidente, ma l’obiettivo non è solo quello di alimentare la paura. Viene allora da chiedersi a chi siano rivolti i video che con certosina frequenza invadono i media occidentali. Puntano a terrorizzare? A fare nuovi adepti? A provocare un intervento delle forze militari capace di alimentare ulteriormente la prospettiva di una guerra santa di portata universale? Di tutto un po’, poiché si tratta di video che lavorano con obiettivi (e su pubblici) differenti: da un lato mirano a raccogliere (in particolare in Occidente) nuovi adepti alla causa della Jihad, dall’altro a paralizzare la società occidentale e a indurne i governi all’azione. Con una singolare novità, resa ancor più evidente nelle immagini degli ultimi giorni, in cui le esecuzioni di massa dei soldati siriani sono avvenuto a volto scoperto mostrando i tratti occidentali del volto di alcuni boia, quasi a dire che il conflitto non è inquadrabile in tutto e per tutto come una lotta tra mondo islamico e Occidente, ma che è conseguenza dell’implosione stessa del sistema politico e culturale occidentale.

In un bel lavoro di qualche anno fa dedicato alla capacità dell’immagine cinematografica di guidare lo spettatore verso il ruolo di testimone dopo la mediatizzazione del terrore avvenuta col crollo delle torri gemelle, lo studioso di cinema Marco Dinoi scriveva che «tra il “sembra vero”, con cui gli avventori del Grand Café accoglievano nel 1895 le prime proiezioni cinematografiche dei fratelli Lumière, e il “sembra un film”, con cui lo spettatore televisivo dell’attentato contro le Twin Towers ha reagito a quelle immagini, c’è un salto cognitivo che manifesta un aspetto della nostra epoca con cui già da tempo ci troviamo a fare i conti». A distanza di quindici anni quel salto cognitivo è ancora da colmare. Le immagini che veicolano la violenza jihadista hanno preso a ricalcare in forma sempre più chiara stilemi e registri narrativi del cinema spettacolare, della serialità televisiva e dell’iconografia dei videogames: la società (anche quella del terrore) è sempre più una società delle immagini.