Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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La Germania e la crisi economica

Edmondo Montali * - 20.11.2014
Gerhard Schroeder

La Germania è vittima di una sorta di maledizione sulla quale storici e pubblicisti discutono da decenni.

Se prova ad esercitare la propria influenza, traducendo la sua forza economica in scelte politiche, la cosa migliore che può capitare è l’evocazione di un famigerato quarto Reich. Se invece sceglie un atteggiamento di basso profilo ripiegando sulla difesa dei propri interessi che non appaia protagonismo internazionale allora il coro intona la grettezza teutonica incapace di vedere oltre la sua meschina convenienza.

Ne nasce un enigma irrisolvibile: è sempre colpa della Germania.

L’attuale crisi dell’eurozona non fa eccezione. La Germania è doppiamente colpevole: di cercare di instaurare un’egemonia tedesca sull’Europa con mezzi diversi dalle avventure militari dei precedenti tentativi; ma allo stesso tempo è colpevole di non esercitare una leadership sufficientemente forte e visibile per consentire a tutta la zona Euro di uscire dalle difficoltà.

In verità, il dibattito europeo, certamente esacerbato dalla crisi e alimentato da strumentalizzazioni politiche al servizio di interessi di parte, manca di chiarezza sia su cosa succede sulle sponde del Reno e dell’Oder sia dei motivi che spingono i tedeschi a una politica che in apparenza miope e senza prospettive.

La Germania ha avviato un processo di riforme per il quale paga un prezzo sociale alto. Certo, ha un grande surplus commerciale, imprese competitive, conti pubblici in ordine, un Welfare state ancora relativamente generoso e una possibilità di alimentare investimenti sconosciuta al resto d’Europa. Tutte cose che in altri Paesi rappresentano ormai poco più di un miraggio.

Ma accanto a questa realtà ne esiste un’altra che non attira molto i titoli della nostra stampa nazionale perché risulterebbe difficile da spendere per alimentare la deresponsabilizzazione di una classe politica ormai screditata.

In Germania il settore del mondo del lavoro a basso o bassissimo costo si è espanso dal 15% del 1995 al 22,2% del 2006. Il Paese sta vivendo una stagione di disuguaglianze sociali che sembra prefigurare più una nuova società di classe che il benessere per tutti prefigurato dal capitalismo renano secondo le parole di Ludwig Erhard. Nel 1970 il decile più alto dei tedeschi occidentali possedeva il 44% delle attività finanziarie, nel 2011 il 66%; le imposte sui salari, i redditi e i consumi sono pari all'80% del totale delle entrate fiscali mentre le imposte sui redditi di impresa e i profitti sono solo il 12%. Quasi 8 milioni di tedeschi ricevono un basso salario, Niedriglohn, e 12 milioni di individui vivono al limite o sotto la soglia di povertà come ha sottolineato il rapporto federale del 2014. Il 25% degli occupati ha un lavoro precario. La società tedesca è divisa tra un centro del mondo del lavoro protetto ma in continua contrazione e una periferia sempre più vasta che perde diritti e vede peggiorare costantemente le sue condizioni salariali e di protezione sociale.

Esiste un prezzo sociale che la Germania sta pagando ma che annega nell’indifferenza generale in un continente che preferisce nascondere dietro i relativi privilegi dei quali ancora gode la Germania, a fronte della crisi verticale dei Paesi dell’area mediterranea, il fallimento di un’intera classe dirigente. Questo fallimento non sarà sanato né dal successo né dal fallimento delle politiche tedesche.

Ma questa realtà non può nasconderne un’altra che rischia di precipitare le già gravi condizioni di salute dell’Unione Europea: la Germania non  scorge come la crisi che pensa di avere alle porte si sta già accomodando nel salotto di casa. Le politiche di rigore, di tagli e di Bilancio che l’Europa persegue difendono, non ancora per molto, alcuni punti di forza dell’economia tedesca. Ma comprimono, stritolano la domanda interna dei Paesi mediterranei. Senza la crescita della zona euro, complessivamente considerata, attraverso politiche di stimolo agli investimenti e alla domanda aggregata, non potrà che esserci una contrazione del commercio che investirà in primo luogo l’economia tedesca e la sua vocazione all’export.

Con gli attuali margini di crescita che registriamo nelle economia europee, la Germania sta già soffrendo. Se assisteremo ad ulteriori contrazioni il prezzo sociale che oggi sta pagando si trasformerà in una vera e propria una crisi economica dalle imprevedibili conseguenze.

E’ necessario ripensare i meccanismi che presiedono le politiche europee senza cullarsi nelle facili illusioni che queste non riguardino la Germania che ne approfitterebbe solamente o, viceversa, che essa possa e voglia imporle al resto d’Europa in virtù di una sua presunta volontà egemonica.

Bisogna partire dai dati della sofferenza sociale, in Germania come nel resto d’Europa, per invertire le priorità europee: non rigore e deflazione risanatrice ma crescita e sviluppo.

Come farlo è tema di discussione. Nel 2013 il DGB, la confederazione sindacale tedesca, approvò un documento dal titolo evocativo e davvero interessante: “Un nuovo Piano Marshall per l’Europa”.

Non sarà originale ma suona decisamente affascinante.

 

 

 

* Edmondo Montali, ricercatore della Fondazione Giuseppe di Vittorio ed esperto di storia del movimento sindacale.