Ultimo Aggiornamento:
25 gennaio 2020
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Dopo il super Tuesday: capire il “fenomeno Trump” per sconfiggere Donald Trump

Francesco Maltoni * - 03.03.2016
Super Tuesday

Fino a poche settimane fa, ipotizzare Donald J. Trump candidato alla Casa Bianca era un esercizio piuttosto fantasioso. La sua figura, si pensava, era destinata a durare fintanto che gli indugi non si fossero rotti con le vere votazioni: un abbaglio mediatico, insomma, in attesa delle primarie. Ma ora, con il Super Tuesday alle spalle, il magnate detiene ufficialmente la più seria ipoteca sul tavolo dei Repubblicani alla nomination per le presidenziali.

 

In queste ore, sembra di assistere a due Americhe differenti: nei talk shows, sui siti online o i social media tutti si interrogano sulla migliore strategia per fermare Trump, per evitare la minaccia di una sua candidatura e di una, a questo punto possibile, elezione. Dall'altro canto, c'è un altro Paese, che a tutte le latitudini, dall'ovest infarcito di latinos del Nevada fino al sud prettamente afroamericano della Carolina, vota in maggioranza per il miliardario newyorchese, rafforzandone, caucus dopo caucus, primaria dopo primaria, le mire su Washington.

 

Solo venendo a capo di questa ambivalenza sarà possibile capire fino in fondo il fenomeno Trump, in un Paese che, in base agli indicatori, ha messo brillantemente alle spalle la crisi economica, arrivando a rivedere al rialzo le stime di crescita anche per l'anno in corso e abbattendo sensibilmente il tasso di disoccupazione.

 

Tutto ciò, nell'America reale che vota Trump ma non lo dice, sembra non contare. I risultati del super martedì sono lì a testimoniarlo: sei Stati hanno infatti premiato senza indugi la linea controcorrente del candidato simbolo di questa stagione politica americana. Addirittura, dopo una prima fase di indifferenza, i primi big del partito stanno appoggiando la campagna del tycoon: nei giorni scorsi, è infatti arrivato l'endorsement del governatore Chirs Christie, New Jersey.

 

Alle sue spalle, però, gli esponenti politici sono ancora vivi, in particolare Ted Cruz, che si è aggiudicato il ricco bottino di delegati del Texas – dove giocava in casa – oltre a Oklahoma e Alaska. Allo stato attuale, Trump guida la corsa dei Repubblicani con 285 grandi elettori, contro i 161 del senatore texano e gli 87 di Marco Rubio, che ha a disposizione pochi giorni per perfezionare l'annunciata vittoria casalinga in Florida. Forse, la prima, vera forza di Trump è soprattutto questa prolungata frammentazione del partito Repubblicano, che non riesce a fare quadrato su un solo nome, con candidati ormai spacciati come Ben Carson o John Kasich tuttora in corsa. Diversi analisti hanno notato che potrebbe già essere tardi per contrastare la scalata di Donald Trump alla nomination per le elezioni di novembre. Di certo, vittima principale di una sua vittoria alle primare sarebbe proprio quel partito Repubblicano che andrebbe a rappresentare il quale, dopo aver dato fiato ai Tea Party per cavalcare l'onda del neo conservatorismo, si trova un nemico interno ben più temibile di quelli al di fuori.

 

Sicuramente, il clima negli Stati Uniti si sta avvelenando ogni giorno di più. I comizi di Trump sono ormai teatro di proteste, azioni dimostrative e scene eclatanti a cui la politica americana non era affatto abituata. Nei giorni scorsi, durante un evento, gli animi si sono surriscaldati e un fotografo del Time Magazine è stato gettato a terra e immobilizzato da quello che, si è poi venuto a sapere, era un agente del servizio segreto.

 

Così, quasi senza accorgersene gli Usa sprofondano nella melma del populismo mediatico. Come è possibile che la più antica e solida democrazia del mondo si trovi oggi a fronteggiare la possibile elezione a presidente di un magnate senza scrupoli, con alle spalle diversi scandali, che strizza l'occhio al Ku klux klan e continua a promettere la costruzione di un muro divisorio con il Messico? Davvero dopo otto anni di amministrazione Obama – tra alti e bassi – in cui si è realizzata l'utopia di vedere un afroamericano guidare la nazione più potente del mondo, il passaggio di consegne avverrà con un personaggio capace di coniugare un misto di xenofobia, demagogia, qualunquismo e smisurata ricchezza personale?

 

Questa è la domanda cardine, alla quale dovrà trovare risposta anzitutto Hillary Clinton, ormai lanciatissima verso la nomination per il partito Democratico. La corsa a due con Bernie Sanders, infatti, sembra ormai prossima alla conclusione. Lo sfidante ha adottato una linea di fair play verso l'ex first lady, rinunciando ad attaccarla direttamente sul fianco scoperto dello scandalo email. Obiettivo di Sanders è infatti quello di ripetere la ampagna di Obama del 2008, quando riuscì a sconfiggere Hillary un passo alla volta. Ora, però, la fetta larghissima di elettori afroamericani – determinanti per gli Stati del sud – pare orientata a schierarsi in maniera compatta per la Clinton voltando le spalle all'anziano politico del Vermont, il quale sembra ben lungi da poter ambire alla nomination.

 

Di fronte al crescere del ciclone Trump, una figura rassicurante come Hillary Clinton non può che trarre giovamento in termini elettorali e di profilo istituzionale. Non è un caso se i due favoriti, nei propri discorsi celebrativi al termine del super tuesday, si siano dedicati un paio di rispettive frecciate. Quasi a voler testimoniare che la stagione delle primarie sembra prossima alla conclusione, mentre la vera sfida sta per iniziare: quella che porterà all'elezione del presidente americano il prossimo 8 novembre.

 

 

 

 

* Classe 1984, giornalista professionista, sociologo, dottore magistrale in “Mass-media e politica”. Ha svolto esperienze in Rai (sede di New York) e Sky.