Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Epidemie e intervento umanitario: una lettura geografica del caso “Ebola” in Sierra Leone e nelle regioni di confine.

Filippo Pistocchi * - 03.03.2016

 

Abbiamo più o meno tutti seguito il diffondersi progressivo del problema della diffusione di ebola, una malattia insidiosa poiché di facile contagio e di difficile cura, che ha messo a dura prova non soltanto alcune regioni dell’Africa occidentale (Guinea, Sierra Leone, Liberia), ma l’intera umanità: l’impotenza disarmante di assistere ad una sciagura senza poterla fermare prontamente provoca stupore, sgomento, senso di fallimento.

In un’Africa in forte e veloce crescita economica, dove si stanno compiendo importanti passi avanti nel processo di sviluppo, rimane ancora marcato lo iato fra ricchezza (poca e mal distribuita) e povertà (molta e molto diffusa). Per tali ragioni, la sfida posta dalla risoluzione di un problema sanitario apre scenari complessi, poiché essa va inserita in un più ampio terreno di studio, che coinvolge inevitabilmente anche l’ambito economico, politico e sociale.

Non è per mera ironia della sorte il fatto che ebola si sia diffusa nelle stesse zone colpite dal dramma della guerra dei diamanti insanguinati e dei bambini soldato: sono vasti spazi di frontiera, zone di passaggio da uno Stato all’altro, povere di evidenti barriere istituzionali. Le regioni di confine, in Africa, sono spazi aperti, poiché i confini sono porosi e permeabili: al di qua e al di là di essi vivono gruppi etnici spesso imparentati, che nel passato furono popoli il cui areale insediativo venne solo tardivamente frammentato dall’esperienza coloniale e post-coloniale. Le popolazioni che subirono questa sorta di diaspora geografica nutrono un forte senso di appartenenza reciproca e vivono in un continuo contatto, ignorando i vincoli imposti dalla geopolitica internazionale. Così, anche commercio illegale, contrabbandieri, terroristi, malattie non vengono scoraggiati dai confini. Se e quando i confini vengono chiusi, ormai è troppo tardi.

Ed è stato troppo tardi anche per ebola, perché, in assenza di strumentazioni e strutture sanitarie adeguate, è stato difficile fare una pronta diagnosi per predisporre una terapia adeguata di contrasto. I sintomi, infatti, sono generalmente febbre superiore a 38, mal di testa, dolori muscolari, vomito, diarrea, dolori addominali, emorragie. Ma in Africa, si sa, queste manifestazioni sono comuni a tante altre malattie. E così, ad oggi sembra che ebola abbia mietuto quasi 4000 morti in Sierra Leone, quasi5000 inLiberia e oltre2500 inGuinea.  

Il 7 novembre scorso la Sierra Leone (vedi figura) era stata dichiarata ebola free, poiché, secondo le procedure di sicurezza, non vi si riscontravano casi infetti da 42 giorni, periodo doppio di quello che serve per l’incubazione del virus (addirittura, dopo 90 giorni da quella data, e cioè il 5 febbraio, si sarebbe dovuta dichiarare missione compiuta e ogni forma di supervisione, monitoraggio e controllo sarebbero stati definitivamente sospesi). La popolazione stava ritornando a vivere nella normalità, dedicandosi alle proprie attività lavorative in un mix di processi in cui l’economia formale e quella informale spesso si fondono, lungo le strade e nei mercati, e per i quali l’arte di arrangiarsi è spesso la competenza più diffusa e proficua. Eppure, a fine gennaio si sono verificati altri casi – pochi – di persone infette: il livello di guardia è nuovamente salito e l’incubo di un altro intervento internazionale è tornato a preoccupare la popolazione, memore del senso di isolamento e, soprattutto, del dramma dell’abbandono vissuti nei mesi precedenti. Quando infatti si era capito che il Paese, sprovvisto di mezzi, strutture e risorse per fronteggiare il problema, era stato colpito dall’epidemia, per evitare un più rapido contagio nell’attesa di un piano operativo internazionale, è stata operata una scelta ambigua e controversa, la “quarantena”: intere zone della Sierra Leone, soprattutto quelle rurali e meno accessibili, sono state isolate, con il divieto imposto agli abitanti di uscire di casa, di andare nei campi e di sostenersi vicendevolmente. Nel frattempo, però, dall’esterno tardavano ad arrivare gli aiuti, mancavano i medici e le medicine, incominciava a scarseggiare il cibo, perché per colpa di quei divieti intere piantagioni sono andate in malora e la campagna incolta è stata mangiata dalla natura.

Insomma, queste condivisibili strategie di sicurezza e prevenzione, concepite per evitare che la popolazione morisse di ebola, hanno provocato fame e malnutrizione, indebolimento del corpo e del sistema immunitario e il manifestarsi di altre malattie. Perché, lo sappiamo, la malattia in Africa è strettamente connessa, in un equilibrio quanto mai precario, al complesso sistema alimentare, culturale, sociale ed economico. Per risolverla non basta intervenire sulla salute della popolazione. Chissà, forse qualche aiuto umanitario lanciato dal cielo (riso, acqua, latte in polvere) avrebbe potuto evitare che qualcuno, non morendo di ebola, morisse di fame o a causa della fame.

 

 

Figura 1 – Carta della Sierra Leone colpita da ebola. I distretti più interessati sono quelli di confine con la Liberia (Kailahum e, per prossimità geografica, Kenema) e con la Guinea (Bombali e, per prossimità geografica, Port Loko). O meglio, sono i distretti attraverso i quali passano i principali assi stradali di collegamento con gli altri due Paesi. Va anche notato che Makeni (Bombali District) è capoluogo di tutta la Northern Region, mentre Kenema (Kenema District) lo è della Eastern Region: sono, dunque, gli insediamenti urbani più popolosi di quelle regioni.

 

 

 

 

*Filippo Pistocchi è docente di Geografia Politica ed Economica presso l’Università di Bologna