Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Le divisioni storiche e il futuro del Paese

Luca Tentoni - 09.05.2020
Covid 4 maggio 2020

La "fase due" dell'emergenza legata al Covid-19 ha avuto i suoi effetti anche nell'opinione pubblica, riattivando le divisioni politiche. Infatti, come spiegano Roberto Biorcio e Fabio Bordignon nell'illustrare i dati di un sondaggio dell'Atlante politico per "Repubblica", mentre a marzo il 94% degli intervistati era a favore della linea del governo e dei provvedimenti adottati, oggi la quota scende al 64%, in modo però difforme a seconda della posizione politica degli interpellati. Nel centrodestra, c'è un 52% di critici contro un 47% di favorevoli, mentre nella coalizione giallorosa i giudizi positivi su quanto disposto dal governo costituiscono il 72% delle risposte. Va detto che le distinzioni riguardano anche le categorie socioeconomiche degli intervistati: i favorevoli sono il 76% fra operai e impiegati (che di solito votano di più per centrosinistra e M5s) ma solo il 55% fra gli autonomi (in questo gruppo la Lega è molto forte, come del resto tutta la destra). Difficile dire se la causa prima di questa divaricazione di pareri sia dovuta alla condizione economica oppure alla collocazione politica. Se fosse vera quest'ultima ipotesi - che a noi pare una concausa dell'altra - riaffiorerebbe ciò che dall'inizio della cosiddetta Seconda Repubblica è sempre stato evidente: ci sono due mondi che non si riconoscono legittimità a governare e che sostanzialmente non si fidano l'uno dell'altro. Dicendolo più chiaramente: quanti elettori di centrosinistra avrebbero affidato a Salvini o alla Meloni un decimo dei poteri che ha avuto Conte in questa fase? E quanti degli elettori della destra radicale di FdI e Lega sono oggi disposti a dar credito ad un governo che hanno tollerato fin troppo, solo perché la crisi era così grave da far passare tutto il resto in secondo piano? Non sono forse queste, oltre alle differenze economiche (senza contare centro-periferia, Nord-Sud, vincenti e sconfitti della globalizzazione), le linee di faglia che hanno segnato la frantumazione della coesistenza democratica nell'ultimo quarto di secolo? L'Italia che esce dalla fase uno non è, come si sperava, migliore della precedente, ma semplicemente è rimasta la stessa, con le sue contrapposizioni - per fortuna non violente - che certo saranno accentuate dalla crisi economica e dall'uso sconsiderato che qualche soggetto politico potrebbe fare della paura e della miseria. L'unità nazionale non è possibile perché oggi non ci sono le condizioni del 2011, o, meglio, perché allora si pensava che le forze di opposizione a Monti non avrebbero potuto guadagnare consensi (a destra, la Lega ne perse, per uno scandalo; a sinistra, Idv scomparve), senza contare che l'opposizione più pericolosa non era in Parlamento ma fuori, pronta a fare del M5s, già alle politiche del febbraio 2013, il primo partito sul territorio nazionale (il Pd conquistò però il primato assoluto alla Camera grazie al voto della circoscrizione Estero). Oggi un governo di solidarietà nazionale non è possibile: non solo perché una parte dei Cinquestelle non vuole Berlusconi, ma perché FdI non entrerà mai in una grande coalizione che potrebbe presto diventare impopolare (meglio restare fuori, sfruttando la rendita dello scontento; ancor meglio, poi, se la Lega entrerà in maggioranza, lasciando alla Meloni il monopolio del voto "anti" e populista di destra) e perché Salvini (che già cede nei sondaggi, rispetto alle europee) potrebbe pagare dazio scegliendo di far parte di un raggruppamento arcobaleno guidato da Draghi (e nettamente orientato verso una rotta europeista). Un Esecutivo con qualche grillino in meno e qualche forzista in più darebbe un tocco d'azzurro al Conte giallorosa, ma non di più; lo stesso Draghi, costituendo una coalizione del genere, sarebbe esposto a venti troppo forti per non rischiare di finire sugli scogli alla prima occasione. La lezione del 2011 (chi è responsabile perde le elezioni) è stata appresa un po' da tutti, tranne forse che dal Pd. Quindi, in un Paese diviso profondamente (con una casistica di fratture che a Rokkan sarebbe parsa interessantissima) e con forze politiche non disposte al suicidio (stante una volatilità elettorale minima del 20-25% ad ogni tornata), è facile prevedere che la "fase tre" (sperando che almeno la situazione sanitaria migliori, com'è nell'auspicio di tutti) sarà politicamente durissima. Potrebbe nascere una nuova unità, di fronte alla crisi economica, ma potremmo avere anche un "liberi tutti": un otto settembre nel quale nessuno sia disposto a fare il Cireneo portando sulle spalle la croce di un Paese allo stremo.