Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Noi e la vita degli altri

Francesco Provinciali * - 07.03.2020
Blake

Vedere il mondo in un granello di sabbia

E un paradiso in un fiore selvaggio,

Tenere nel palmo della mano l’infinito

E l’eternità in un’ora.

(William Blake)

 

Sono sempre stato affascinato dalla conoscenza: quella delle ‘cose’ mi permette di approfondire il contesto dove si svolge la mia vita per organizzarla meglio, possibilmente cercando una sostenibile armonia entro cui “esserci”, quella delle persone favorisce l’incontro delle molteplici, infinite esperienze e la comprensione umana e spirituale degli altri.

Ci vuole del tempo per accorgersene, i primi anni della nostra esistenza sono presi d’abbrivio, sullo slancio del fare: poi viene il tempo della riflessione, dei ricordi e della misura da attribuire al nostro rapporto con il mondo.

Non è mai troppo tardi – ad esempio – per apprezzare quanto sia utile indulgere nell’ascolto, se ne coglie l’utilità quando la narrazione delle esistenze altrui rimette in discussione o viceversa ravviva gli apprendimenti maturati, spesso consolidati inconsciamente in noi come granitiche certezze.

La formazione della nostra identità, ciò di cui siamo capaci, i nostri limiti e difetti, le virtù nascoste, le verità taciute e lentamente riaffiorate nel tempo ci accompagnano dal primo respiro di benvenuto al flebile sospiro di commiato: la vita è un lungo percorso di opportunità che si realizzano, di altre che restano incompiute, di rivisitazioni postume che ci permettono di leggere alla luce del presente, i significati reconditi delle nostre esperienze.

Dovrebbe venire un momento per tutti in cui ascoltare le parole degli altri diventi un dovere, mi pare infatti che oggi non sia più un’occupazione tendenzialmente abituale.

Mai il mondo è stato tanto aperto alle parole fino ad esserne fagocitato e mai come ora c’è così poca comprensione tra la gente.

Trovo che siamo inesorabilmente circondati dalla solitudine e che ad esempio le persone anziane, cioè quelle che avrebbero più da raccontare, anche in funzione di una utilità sociale di tale narrazione, restino marginalizzate e inascoltate ai più.

Tesori di vita e di esperienze, insegnamenti ed esempi che restano nascosti e inespressi. Ricchi potenzialmente di storia e di apprendimenti ma resi muti in un mondo che ascolta le sirene dell’effimero e del breve, del forte e del bello.

Temo che ciò non costituisca un fatto casuale ma sia una delle tante forme di rappresentazione di una realtà dove i vissuti sono rapidamente dimenticati, le vite espropriate di autenticità, dove l’esperienza – in tutte le sue variegate valenze, anche educative – risulta spogliata di significati apprenditivi.

Prevale un modello esistenziale preconfezionato e prestabilito, svuotato di originalità e significati autentici, omologato, ripetitivo, triste: grandi potenzialità sbandierate come miraggi, il culto del successo, dell’arrivare, dell’esser primi e felici, anche soverchiando o escludendo le vite altrui.

Nessuno riflette mai abbastanza sulle colpe e sui meriti del destino: venire al mondo in una società accogliente, organizzata, crescere nell’affetto di una famiglia, ricevere buoni esempi, godere di una condizione esistenziale dignitosa non offre forse opportunità native e ambientali più favorevoli rispetto a chi conosce solo l’indigenza, l’abbandono, lo sfruttamento, la fame, la miseria, la marginalizzazione?

Siamo come sassolini lasciati cadere dall’alto e sparsi in ogni angolo del pianeta ma le origini della nostra collocazione nel mondo non hanno valenze di merito ma di casualità.

Eppure siamo talmente avvitati al presente e pregiudizialmente preclusi alla conoscenza della storia e alla dimensione planetaria degli eventi da non accorgerci che gli ‘assalti’ e i ‘respingimenti’ hanno radici lontane: io sarò sicuramente il pronipote di un pirata saraceno ma trovo intorno a me altrettanti discendenti delle prime invasioni barbariche.

Credo che tutti possano darci qualcosa, che noi si possa fare qualcosa per gli altri.

Tutti si sforzano di capire le derive critiche del nostro tempo, il prevalere di sentimenti negativi come l’insoddisfazione, il sospetto, l’acrimonia, il rancore.

Io credo che occorra riflettere sulle cose, sugli avvenimenti, sui fatti per avere in cambio delle risposte.

Ma mi pare di poter dire che gli insegnamenti più incisivi e duraturi, convincenti ed esemplari possiamo ricavarli dal paziente ascolto delle narrazioni altrui.

Se ci esercitiamo in questo doveroso compito di rispettosa empatia, di attenzione, di benevola considerazione dei vissuti riceveremo il dono di risposte ancor più convincenti.

Ma sempre aprendoci alla reciproca conoscenza, alla verità, al dialogo aperto e sincero, ricco di vicendevoli apprendimenti e di ricchezze nascoste: i veri eroi del mondo di oggi sono coloro che sono capaci di sostenere con spontaneità la propria condizione di inadeguatezza.

A guardarci bene intorno e senza andar troppo lontano ci si accorge invece ben presto che il modus vivendi indicato come vincente è quello dello scontro, della sopraffazione, dell’alterigia, della tracotanza , del sistematico allontanamento degli altri dal nostro progetto di vita.

Eppure è proprio dall’ascolto e dal dialogo con il prossimo che si scopre che debolezze e fragilità, solitudini e abbandoni possono diventare motivo per capire la vita, per tendere la mano.

La conoscenza della vita e dei suoi misteri, il senso da dare ad una sconfitta, al dolore, alla solitudine, alla sensazione di insoddisfazione che ci accompagna - silente e malcelato - ci rende reciprocamente utili e vicendevolmente interessanti: c’è sempre qualcosa da imparare da ognuno, per la condivisa umanità presente in ciascuno, dai potenti della terra agli umili e dimenticati.

Qualche giorno fa mi sono soffermato ad ascoltare un artista di strada: se ne stava dignitosamente rannicchiato sul marciapiedi e la sua musica ha folgorato il mio cuore.

Mi sono trattenuto a parlare con lui, complimentandomi per la sua bravura: era un musicista bulgaro, laureato nel suo paese, emigrato con la famiglia per mancanza di opportunità di lavoro.

Gli ho detto: “Non ho mai sentito eseguire così bene, in modo struggente, My way” ed era la pura verità, quella musica suscitava in me una profonda commozione, portava l’eco di posti lontani, riempiva l’animo di sentimenti e armonia.

Ho studiato molto - mi ha risposto - e suonavo in un’orchestra. Ma è la passione che mi fa esprimere quello che sta nelle note, mentre suono penso alla mia terra, alla mia vita, al mio destino”.

Ognuno dà ciò che possiede, anche il suo talento e la sua nostalgia erano e sono rimasti nella mia intimità come uno splendido scrigno ricco di sorprese che per un attimo mi hanno fatto trasalire, che mi hanno fatto capire che il senso vero della vita è un dono che ci possiamo scambiare anche con una stretta di mano.

 

 

 

 

* Ex dirigente ispettivo MIUR