Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Furbi e pericolosi. AfD spaccherà la Germania

Francesco Cannatà * - 07.03.2020
Heinz Bude

Vagabundierender Hass. Odio deambulante. Cosi nel 2015 Heinz Bude descriveva le viscere della società tedesca. Per il docente di sociologia dell’Università di Kassel il 10% della popolazione del proprio paese agisce dominata dal rancore sociale. Un umore alla base di una aggregazione definita dal ricercatore lega degli amareggiati. Dietro questo concetto un po’ fumoso si trovano persone “con un grado di istruzione relativamente alto”, una visione del mondo da essi definita “aperta” ma ossessionati da una “esistenza” vissuta “al di sotto delle proprie possibilità”. Un destino “sopportato”. Un fato causato da condizioni impossibili da “determinare, gestire e controllare”. Una sventura fonte di “emarginazione” poiché di quanto accade a loro “non importa a nessuno”. Una situazione non riconducibile a “disoccupazione”, che non riguarda strati sociali “in declino” ma alla convinzione diffusa di “non contare più nulla”. Da qui un risentimento verso il mondo che trascura la loro esistenza ma “accoglie a braccia aperte persone di cui ignora tutto, persino cosa faranno in Germania”. Un clima razionalmente indecifrabile capace di spalancare formicai complottisti e deliranti. Attentatori trasformati in vittime. Complessità quotidiane risolte grazie a “cabale sataniste”. Caos mondiale spiegato con l’attività di “sommergibili sionisti”. Partiti visti come aziende con cui l’élite mondiale pianifica guerra civili. Servizi segreti che inciampano su sé stessi, media che ingannano.
La guerra, diretta contro i tedeschi, in realtà è già cominciata. L’odio, sdoganato dai social network, si dirige contro “il sistema che si disinteressa di noi”. Presentando nel 2015 la ricerca, Bude valutava minoritario l’entourage da lui descritto. Il sociologo metteva però in guardia da un “corto circuito” sociale capace di “gonfiarlo”. Uno scenario simile potrebbe venire nel caso in cui gli amareggiati trovassero l’alleanza col “proletariato dei servizi”, ossia quei lavoratori da cui loro “si fanno servire”. Con gli amareggiati questi condividono la “mancanza di riconoscimento sociale”. Dal punto di vista elettorale, insieme questi spezzoni valgono circa il 25% dei voti. Nel 2015 l’ostacolo a questo obbiettivo veniva dall’assenza di “un portavoce in grado di dare dimensione pubblica al milieu”. Da allora questo problema è in via di risoluzione.

Per oltre mezzo secolo la possibilità dell’affermazione nella politica tedesca di un uomo come Björn Höcke sembrava semplicemente assurda. Nel frattempo l’impossibile è diventato realtà. L’uomo di cui nell’ottobre 2015 il magazine televisivo Monitor mandava in onda spezzoni di comizi paragonandoli a quelli di Joseph Goebbels, per l’allora vice responsabile di Alternative für Deutschland, AfD, Alexander Gauland, era semplicemente un “nazional-romantico”. Ossia poco più di un sognatore. Per l’ex quadro della CDU, colui che in quelle stesse giornate nella capitale della Turingia di fronte a 10mila manifestanti, affermava che “Erfurt è e resterà tedesca” giurando su “1000 anni di Germania” riprendeva immagini “del XIX secolo”. Naturalmente “ciò disturba ma non ha assolutamente nulla a che fare col passato nazionalsocialista”. Basterebbe però analizzare gli interventi dell’uomo che dal piccolo Land dell’ex RDT vuole spiccare il volo nazionale per capire che non è così. Si capirebbe soprattutto che nel pensiero di Björn Höcke è presente la tradizione nazionalista e razzista dei movimenti revivalisti. Polarizzando il partito in modi che trasmettono insicurezza persino ai fondatori.

Dopo il clamore sollevato in Turingia della momentanea elezione, lo scorso 5 febbraio, di un liberale alla guida del Land con i voti determinanti dell’AfD, in Germania è ripartito il dibattito sull’enigma AfD. Quale il reale peso degli estremisti di destra nel partito, quale quello dei conservatori? Chi vota per il partito vuole solo mandare un messaggio a quelli lì, o intende a dar vita a un altro sistema politico, la rivoluzione di cui spesso parla Höcke? Ed è vero che al suo interno liberal-conservatori e estremisti antidemocratici si sfidano? La forza nata a metà aprile 2013 per opera di un gruppo di accademici appartenenti all’élite della repubblica di Bonn voleva rappresentare il lato anticonformista del dibattito scientifico, pubblicistico e politico, non diventare il megafono del radicalismo di estrema destra. Nel 2013 nessun partito tedesco sognava di farsi “unico rappresentante di una omogenea volontà popolare”. Solo lo scontro sul salvataggio greco e il tema dell’immigrazione hanno aperto le porte al populismo di destra. In poco tempo è stata smentita la tesi che in Germania non esistessero le prospettive per la nascita di un partito populista di destra. La svolta arriva nel 2015. Fino a quel momento, il 50% dei voti ricevuti da AfD proveniva da ceti benestanti dal punto di vista del reddito. Sarà l’espulsione, nel 2015, del suo fondatore, Bernd Lucke, a trasformare il DNA di AfD: la quota del ceto medio-alto scende al 30%, quello degli impiegati passa dal 27 al 12%. Il contrario accade con la rappresentanza degli strati più disagiati che cresce dal 30 al 50%. Oggi il grosso della truppa elettorale di AfD è costituito da uomini e donne con bassa istruzione e scarso reddito. Elettori che, culturalmente guidati dal top-tema dell’immigrazione, sono molto più a destra di quelli del 2013. Ma che dal punto di vista sociale pretendono politiche più di sinistra rispetto a quell’anno. Non è dunque un caso se il tema immigrati venga risolto abbastanza facilmente mentre su quello economico-sociale manchi chiarezza. Il partito non è unito. Così, nel caso in cui le questioni della distribuzione o quelle delle diseguaglianze dovessero guadagnare visibilità, a perdere sarebbe la retorica della forza alternativa. Divisa tra classica struttura parlamentare e movimento di strada, AfD è percorsa anche da doppiezza politica. Ha bisogno di alleati ma è sedotta dal tentativo di usare la piazza per ricattare il Bundestag.
Inammissibile però sostenere che AdF rientri nelle categorie dei partiti fascista, nazista
o neonazista. Chi fa questi accenni dimentica cosa è stato il regime hitleriano e banalizza i concetti storici. Studiosi tedeschi come Michael Wildt o Heinrich Winkler hanno messo in guardia dall’uso inflazionistico di parallelismi storici. La temporanea elezione di un responsabile di Land con i voti di AfD non è affatto paragonabile alla presa del potere nazionalsocialista del 1933. Per Winkler, AfD è riconducibile al Partito Nazionale di Weimar. Il resto sono analogie errate che gettano falsa luce sulla democrazia tedesca.





Dottore di ricerca in Storia dell’Europa orientale e autore di Nel Cuore d’Europa, Textus 2019.