Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Leggi, fondamentalismi, azioni caritatevoli

Francesco Domenico Capizzi * - 08.01.2020
Marco Cappato

L’assoluzione di Marco Cappato coincide con una montante epoca politica basata su pure tecnicalità e mere propagande elettorali, una volta marginalizzati progetti complessivi di progresso sociale. Il verdetto cade sonoramente nel pieno delle festività natalizie infrangendo i vetri scintillanti di una cultura pervasa di cristianesimo, ma in una società “fuori dalla cristianità, non più cristiana” come affermato in questi giorni decisamente da papa Francesco.

Il sostegno alla volontà di Fabiano Antoniani aveva attivato l’accusa di istigazione ed aiuto al suicidio in virtù dell’articolo 580 del c.p., nonostante il movente poggiasse soltanto su sentimenti di compassione e la determinazione del medico anestesista si collocasse sul diritto soggettivo e personalistico sancito dall’articolo 13 della Costituzione: “La libertà personale è inviolabile”. La sentenza assolutoria giustifica l’intervento intenzionale e programmato di avere adiuvato la decisione assunta dalla persona in piena coscienza.

Naturalmente le divisioni a proposito non mancano: gli oppositori sostengono che è stata “sancita la morte di Stato” muovendo dall’art. 2 della Costituzione che, sottolineando il valore normativo della persona e del diritto alla vita, escluderebbe un orientamento giuridico che violi in ogni circostanza l’intangibilità della vita in quanto si eleva al di sopra della stessa decisione personale a causa del limite invalicabile che risie­de, appunto, nella tutela della vita. Alcuni fra questi vi aggiungono il principio secondo cui titolare della vita è soltanto Dio, che, in tal modo chiamato in causa, diviene un ulteriore ostacolo alla condivisione del parere della Consulta del settembre scorso che ha ritenuto “non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Già nel caso di Eluana Englaro la Corte di Cassazione, nel 2009, aveva sostenuto la liceità di sospendere il trattamento terapeutico e di supporto vitale “quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile e non vi sia alcun fondamento che lasci supporre che la persona abbia la benché minima possibilità di un qualche sia pur flebile recupero della coscienza e di ritorno alla percezione del mondo esterno…” . Ed ancora prima, nel 1997, la Convenzione europea su Diritti umani e sulla Biomedicina aveva affermato: “La sospensione dei trattamenti che si configurino in accanimento terapeutico è possibile se esiste il consenso scritto del malato o dei familiari qualora egli non si trovi nelle condizioni di intendere e di volere”.

Con un certo tasso di semplificazione si può affermare che i pro­gressisti considerano la decisione della Consulta e l’assoluzione di Cappato strumenti per rafforzare la libertà individuale e la promozione del diritto all’autodeterminazione della persona, fra i conservatori prevalgono i timori che la legge diventi l’occasione per aprire le porte all’eutanasia attiva, una sorta di “cavallo di Troia”.

Resta comunque difficile, sul piano scientifico ed etico, distin­guere il limite sottile che corre fra non-accanimento terapeutico, se­dazione terminale ed eutanasia attiva: la coscienza e le assunzioni di responsabilità travalicano le definizioni, le normative e gli stessi atti istituzionali. Soprattutto, la questione mai dovrebbe essere affrontata utilizzando fondamentalismi giuridici e religiosi e tantomeno tattiche politiche. Occorrerebbe, piuttosto, partire dalla constatazione che ma­lati ridotti a gusci pietrificati percorrono sentieri di sofferenza in tempi e spazi desolati ed immobili. In questi casi, e solo in questi casi, la morte diviene un evento naturale, un atto caritatevole e compassionevole.

A tanti si è presentata l’occasione di osservare queste condizioni estreme e confessarsi nell’intimo della coscienza che cosa sarebbe stato auspicabile per quella determinata persona. Chi è riuscito a restare estraneo a questa voragine non dovrebbe disquisire astrattamente su diritti e doveri, speran­ze e testimonianze. Il medico che fermasse la sua opera intenzionalmente un po’ prima dell’accanimento terapeutico, anche in assenza di un testamento biologico, non dovrebbe essere giudicato passibile di reato, ma pienamen­te medico e non esecutore di condanne capitali su chi ha perduto ogni coscienza di sé stesso: le accuse sarebbero ideologiche e inumane.

La carità e la compassione, qualunque sia la loro fonte, giustifica­no l’operato responsabile di medici agnostici e religiosi, innanzitutto ispirati a libertà di coscienza ed al principio inderogabile dell’autodeterminazione, accomunati dai vincoli umani di una immanente debolezza e povertà comuni.

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna