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La padella e la brace

Paolo Pombeni - 05.08.2014
Matteo Renzi

Che dietro lo scontro sulla riforma per il Senato ci fosse in realtà la battaglia per la legge elettorale (e forse anche per un’ipotesi di elezioni anticipate) l’avevano capito quasi tutti. Quel che non è ancora chiaro è se quella battaglia Renzi l’abbia davvero vinta in anticipo,

A stare a quel che si dice sui media ci sarebbero una serie di concessioni pronte per varie parti in causa che potrebbero spiegare una nuova fase di semi-dialogo almeno con alcune delle forze politiche. L’impressione però è che, come nella progettazione dell’Italicum si agì con discreta leggerezza su più di un punto, altrettanto si stia facendo ora: insomma alcune delle riforme prospettate sembrano porsi nella classica alternativa fra la padella e la brace.

Naturalmente tutto va inquadrato in un orizzonte complessivo, spesso sottostimato. Se infatti il ricorso ad elezioni nazionali è ipotetico fino al 2018, quello alle elezioni regionali è certo fra fine anno (quando si voterà per l’Emilia Romagna e la Calabria) e la prossima primavera . E’ vero che le regioni hanno legislazioni elettorali proprie, anche abbastanza cervellotiche in alcuni casi, ma è altrettanto vero che si tratta di contesti in cui si distribuisce non poco potere e dove si gioca da subito la sopravvivenza o meno di tutta una serie di partitini, nonché il riscontro sulla forza o sulla debolezza di quelli maggiori.

Il tema delle “soglie” è da leggere in questo contesto, perché sul raggiungimento o meno di quelle fatidiche percentuali nel “test” regionale l’opinione pubblica si orienterà per riconsiderare le proprie scelte elettorali. Qui si colloca, soprattutto a sinistra, il tema delle coalizioni, che anche partiti relativamente accreditati di percentuali decorose come SEL hanno tutto l’interesse a mantenere: non si tratta infatti solo di percentuali di consenso, diciamo così, “ideologico”, ma di “posti” (assessorati, presidenze e quant’altro) a cui il patto di coalizione dà diritto, cioè si tratta di quei meccanismi che permettono ad una classe di professionisti della politica di poter esistere e di avere una clientela.

L’Italicum aveva naturalmente presente il giochetto (che tutti i politici conoscono benissimo) e per questo aveva inventato un labirinto di soglie: altissime per chi si presenta da solo, basse per chi si coalizza con i grandi, di nuovo sproporzionate per coalizioni fatte da piccoli che si uniscono fra loro. Non poteva reggere, anche per la scure della possibile interpretazione di illegittimità costituzionale, e dunque adesso si starebbe retrocedendo all’idea di una soglia di sbarramento unica per tutti (come per esempio in Germania).

La soluzione è assolutamente plausibile, ma presenta un problema che se non verrà risolto rischia di costituire una mina vagante: che succede quando si presenteranno coalizioni elettorali, visto che ora una coalizione elettorale avrà, o subito o con ballottaggio un premio di maggioranza? Andrebbe considerato un problema: ove la coalizione si rompesse in corso di legislatura i suoi partiti manterrebbero un numero di deputati “aggiuntivi” cui non avrebbero avuto diritto se non si fossero presentati coalizzati e per di più renderebbero vano il premio di maggioranza come garanzia di governabilità. Se invece, come sarebbe anche logico, si stabilisse che nel caso di rottura della coalizione vincente fossero obbligatorie la fine della legislatura e le elezioni anticipate si darebbe un non piccolo potere di ricatto alle forze minori.

Come si vede, un bel pasticcio.

Veniamo alla seconda modifica principale prospettata, il ritorno al voto di preferenza. Qui davvero l’alternativa fra padella e brace è massima. Le preferenze potrebbero dare l’illusione di mettere in mano ai cittadini le scelte sulle persone da mandare in parlamento. Ovviamente è una prospettiva piuttosto astratta. A prescindere dal problema delle manipolazioni illegali (mafie, voti di scambio e quant’altro), le preferenze implicano la necessità di una doppia campagna elettorale: una che farà il partito e una che ogni candidato dovrà fare per sé stesso. Con che mezzi? E chi glieli darà? Anche qui senza mettere subito in campo ipotesi di corruzione a vario titolo (ma, come sopra, son poi casi che esistono …) significa dare in mano un notevole potere ad elementi esterni come i media, che potranno creare o azzoppare un candidato e non è sempre detto che lo facciano per limpide scelte ideali e per ponderati ragionamenti responsabili.

Certo le liste bloccate non sono una bella soluzione. Oggi i partiti non esistono più come luoghi reali in cui si incanala la dialettica delle varie componenti della pubblica opinione, ma sono organizzazioni di professionisti della vita politica che competono tra loro per garantirsi una carriera (la riprova, banale, è che non esistono che rarissimi casi di politici che usciti da quel ruolo abbiano esercitato posizioni di peso equivalente nella cosiddetta società civile). Lasciare la determinazione delle liste a questi “caminetti” non offre che scarse garanzie su una circolazione delle elite che sia di qualità ed oggi, in particolare, all’altezza del difficilissimo momento in cui viviamo.

Come si vede non è che esistano soluzioni semplici a questi problemi piuttosto complicati. Quel che è certo è che non promette molto di buono il ricercarle attraverso un negoziato fra parti che sono interessate a garantirsi sopravvivenze o vantaggi sulla cui legittimità esse stesse non hanno alcuna certezza.