Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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L’instabilità del quadro politico italiano

Paolo Pombeni - 05.02.2020
Aula Montecitorio

Il quadro politico italiano rimane instabile, perché è privo di centri capaci di organizzarlo in maniera tanto accettabile, quanto adeguata alle sfide che sono sul tappeto. Parliamo di centri al plurale, perché continuiamo a credere che sia un falso problema quello della ricostruzione di un mitico “Centro” così come per un quarantennio sarebbe stata la Democrazia Cristiana.

Quel partito fu, almeno per una lunga fase, certamente tale per la sua contrapposizione alla “sinistra” identificata nell’alternativa del comunismo che pretendeva di egemonizzarla. Non lo fu in assoluto perché, anche qui per un tratto non breve, si considerò una componente essenziale del riformismo italiano. Come sempre nella storia si può discutere sulla tipologia di quel riformismo, ma è difficile negare che molte delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta furono gestite dalla DC in rapporto, dialettico, ma fino ad un certo punto, col riformismo laico, prima dei repubblicani e presto, superati un po’ di muri ideologici, anche dei socialisti.

Certo il riformismo democristiano stava in un partito che teneva dentro anche una forte componente conservatrice (in alcune appendici assai contigua alla destra), ma ciò avveniva per l’imposizione da parte della Chiesa dell’unità politica dei cattolici. Vale invece maggiormente la pena di sottolineare che fu quel riformismo dc che consentì, in maniera confusa e pasticciata, un certo dialogo con il riformismo che stava nel PCI quando questo poteva esprimersi nonostante la cappa pesante dell’ideologia sovietizzante da cui non riusciva a sottrarsi (in parte anche perché non poteva farlo nel quadro di allora).

Fu questo che diede vita a quel “bipartitismo imperfetto” secondo la formula escogitata da Giorgio Galli all’epoca in cui, Duverger imperante nelle scienze politiche, sembrava che il bipartitismo all’anglosassone fosse la formula perfetta della democrazia. Pur non essendoci per ragioni di politica internazionale possibilità di alternanza al potere (e certo abbiamo pagato un prezzo salato per questo) di fatto si costruì, lentamente e perfino in maniera camuffata, perché non lo si voleva dire al popolo, un universo di sostanziale convivenza nazionale. Magari da quello derivò anche un certo tipo di consociativismo poco salubre, ma non tutto va ridotto a questo.

E’ stato il venir meno di questo equilibrio fondato su una strutturazione della società in “mondi” governati ciascuno da comuni appartenenze socio-ideologiche che ha spiazzato la politica italiana. Ovviamente quell’universo è finito per ragioni di evoluzione storica e non è ricostruibile in nessun modo. Ciò che ha complicato il passaggio è stata la tenace volontà di ricostruirlo calandolo nella nuova dicotomia che è inerente ad ogni sistema politico democratico: quella fra conservatori e progressisti. Si è così voluto dare dimensioni di valore “morale” ai due campi, e ciascuno di essi non ha saputo far di meglio che riproporre per sé la vecchia dicotomia ereditata dalla guerra fredda, cioè quella fra buoni e cattivi. Oggi si dovrebbe riflettere sulla viscosità del contesto ereditato dalla guerra fredda, che ha portato ciascun campo a disporre di una corte di intellettualità desiderose di ripercorrere i fasti della antiche battaglie, finendo però solo per riproporle in formule senza radici.

La situazione è peggiorata nel momento in cui è entrata prepotentemente in gioco l’antipolitica. La stucchevolezza della contrapposizione angeli e demoni da un lato e dall’altro l’arrivo sulla scena di generazioni che erano di fatto estranee all’ambiente storico che le aveva prodotte, hanno portato allo spaesamento del quadro politico spingendo per una sua radicalizzazione. Abbiamo così visto il ritorno sulla scena della destra-destra, capace di conquistare spazi che al momento rasentano la metà dell’elettorato. Contro di essa c’è una ripresa, confusa, di un amalgama di forze che le si contrappongono, ma che non sono affatto omogenee né disponibili ad una vera fusione. In quel campo si ritrova tanto il progressismo riformista, quanto il radicalismo utopico. Mentre sia pur confusamente la destra, profittando anche di un contesto internazionale favorevole, sembra in grado di darsi qualche dinamica omogeneizzante, la sinistra non riesce ad uscire dalla sua, purtroppo tradizionale, contrapposizione fra riformisti e massimalisti.

E’ in questo contesto che rinasce l’illusione che sia possibile risolvere la partita astraendosi da quel confronto per formare al suo esterno un “centro” che possa fungere da stabilizzatore del sistema. Il problema è che non lo si può fare con l’ambiguità del non essere né di destra né di sinistra. Quando si avanza una prospettiva del genere si finisce per dare fiato all’antipolitica, che è una forma di fuga dalla realtà. Peggio che peggio quando si crede che si possa risolvere tutto affidandosi a dei “tecnici” che si pensa possano far a meno del richiamo a delle scelte valoriali.

In realtà la sinistra dovrebbe accettare una seria battaglia al suo interno per imporre l’egemonia dei riformisti sui massimalisti, puntando, se possibile, a convertirli alla ragione. In quel modo, se si avesse successo, si costringerebbe anche la destra a rivedere le sue posizioni radicaleggianti, che sono altrettanto sterili di quelle dell’estrema sinistra.

Solo con una virtuosa competizione fra riformismi, più inclini alla conservazione o più orientati al progresso, si può realizzare quell’equilibrio nazionale che consente l’unità di un paese nella costruzione del suo futuro (di questi tempi abbastanza oscuro e difficile). Se volete è una vecchia storia, ma andrebbe rinvigorita.