Ultimo Aggiornamento:
04 luglio 2020
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I due Papi

Sabina Pavone * - 05.02.2020
I due Papi

E’ degli ultimi giorni la notizia della pubblicazione in Francia del libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah in merito al tema del celibato (Des profondeurs de nos coeurs, Fayard, 2020) che ha fatto riaffiorare il tentativo delle forze conservatrici di ascrivere il papa emerito al partito anti-Bergoglio, soprattutto in risposta al sinodo dell’Amazzonia svoltosi recentemente a Roma che ha invitato a «stabilire criteri e disposizioni da parte dell'autorità competente, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente […], potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

La scelta di riproporre una curia profondamente divisa, espressione di due visioni della chiesa radicalmente differenti, è una prospettiva molto diversa da quella proposta da I due papi (2019), in programmazione sulla piattaforma di Netflix. Nonostante il titolo - che potrebbe far pensare a una visione per così dire dicotomica - il film diretto da Fernando Meirelles e interpretato da Jonathan Price (Jorge Mario Bergoglio - papa Francesco) e da Anthony Hopkins (Joseph Ratzinger - Benedetto XVI) propone invece un’immagine della chiesa romana certamente non pacificata, ma che, in qualche modo, tiene insieme le due figure di Ratzinger e Bergoglio come espressione di una sorta di Giano bifronte: all’apparenza opposte l’una all’altra ma nella sostanza, strettamente legate. Benedetto XVI vuole costruire mura, Bergoglio quelle mura vuole invece tirarle giù e costruire ponti. Eppure entrambi sono dentro la chiesa, sono risorse, potremmo dire, per la chiesa stessa. La voce fuori campo che accompagna nella seconda scena del film il corteo funebre di Giovanni Paolo II - «si batteva per i diritti umani, per la giustizia per i poveri, […]. Ma in netta antitesi, il papato di Giovanni Paolo II ha anche segnato la fine della liberalizzazione e il ritorno alla dura condanna di omosessualità, aborto, contraccezione, sacerdozio femminile e preti sposati» - in fondo suggerisce proprio la necessità di trovare una composizione rispetto ai tratti caratterizzanti il pontificato di Karol Wojtyła.

Costruito intorno ai due protagonisti e ai loro dialoghi serrati, in qualche caso forse leggermente macchiettistici, il film può essere letto a vari livelli.  Il primo è quello più banale, costruito intorno all’apparente contrapposizione tra i due cardinali così come rappresentata in una delle prime scene, nell’incontro in cui Bergoglio fischietta Dancing queen degli Abba sotto lo sguardo perplesso di Ratzinger. Il primo conclave rafforza in qualche modo il cliché dell’opposizione tra queste due figure e del loro modo sostanzialmente contrapposto di vedere la missione della chiesa. Nel corso del film emerge però la scelta di abbandonare (non ribaltare, che è cosa diversa) quest’opposizione e di concentrarsi invece sul tema della possibilità del cambiamento: individuale ma anche, e soprattutto, da parte dell’istituzione. Fare di Ratzinger il deus ex machina dell’elezione di Bergoglio è evidentemente una forzatura cinematografica ma riflette sulla capacità di un’istituzione come la chiesa romana di interrogarsi sull’evidenza di una crisi e di trovare soluzioni al suo interno. Potremmo parlare dell’intuizione della necessità di un rinnovamento che si concretizza, paradossalmente, grazie allo  spirito più conservatore. Le dimissioni di Ratzinger sono un dato di realtà che nel film è letto anche come conseguenza dell’incapacità di interpretare i segni di un rapporto fra Dio e l’uomo (ci vorrebbe «un apparecchio acustico spirituale»).  Da questo punto di vista mi sembra che I due papi sia un film con un secondo livello incentrato proprio sulla presenza di Dio e sulla sua capacità di comunicare e farsi sentire dagli uomini: «Non sento Dio, non ne sento la voce. Credo in Dio, ma non lo sento», forse uno dei passaggi più drammatici di Benedetto XVI nel secondo dialogo con il cardinale Bergoglio, e anche quest’ultimo durante le sue omelie ritorna più volte sullo stesso tema: non sentire la voce di Dio.  Entrambi i protagonisti rievocano i segni della loro vocazione nel corso del film e non a caso, quando i segni davvero importanti arrivano, nessuno dei due si dimostra all’altezza di leggerli nella loro complessità. Ratzinger non comprende come la questione della pedofilia sia una priorità imprescindibile per il futuro della chiesa (e Bergoglio, alla fine della confessione di Ratzinger, ha quasi un moto di repulsione: prima dell’assoluzione chiederà spiegazioni, il dialogo si farà serrato), così come Bergoglio non capisce che sconfessare l’operato nella baraccopoli di Bajo Flores dei suoi confratelli Yorio e Jalics avrà conseguenze tragiche non solo per loro, ma per la chiesa argentina nel suo complesso. Da questo punto di vista entrambe le figure sembrano per certi versi perdenti, ma è nella consapevolezza dei propri errori che s’innesta il cambiamento, altro leit motiv del film: accettare il cambiamento della chiesa è forse accettare compromessi? Ratzinger lo afferma nel primo dialogo che si svolge a Castel Gandolfo («Sono cambiato» afferma Bergoglio, «No, sei sceso a compromessi» replica Benedetto XVI), eppure sarà proprio lui ad abbattere muri, a sentire finalmente la voce di Dio nella possibilità di intravedere un futuro in movimento, non più statico, per la chiesa. Da parte sua, Bergoglio comprende che la chiesa fuori della società non ha possibilità di futuro, che il futuro è la liberazione dei poveri. Due sono i libri che si intravedono tra le sue mani: Nuova evangelizzazione dalla prospettiva degli esclusi di Leonardo Boff (sospeso a divinis proprio da Ratzinger prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) e Pedagogia dell’oppresso di Paulo Freire; due capisaldi della teologia della liberazione.

Un altro passaggio chiave è proprio il legame tra le piazze degli ultimi frequentate da Bergoglio nella sua vita da vescovo e l’unico vero momento che viene rappresentato del suo pontificato: la visita a Lampedusa. Potremmo dire, con le parole di Enzo Bianchi, che si è cattolici seguendo i localismi o il Vangelo: Bergoglio con il suo pontificato sceglie di essere chiesa seguendo il Vangelo, un Vangelo che ha nella sua dimensione universalistica la sua profonda vocazione, in una visione integrata tra gli ultimi e la Terra (il riferimento di Bianchi è all’enciclica Laudato sii). Da questo punto di vista si riconosce la mano del regista Meirelles, già capace con City of God (2002) di mettere in risalto la drammaticità del contesto politico e sociale sudamericano: il film era costruito intorno a una favela brasiliana e non mi pare casuale che la prima vera scena de I due papi sia ambientata in un quartiere povero di Buenos Aires. Il merito del film credo stia soprattutto nel ribadire questa forte dimensione universalistica che aiuta a rovesciare la nostra prospettiva eccessivamente eurocentrica sulla chiesa e ci invita a ridimensionare anche le polemiche attuali che, viste quasi «dalla fine del mondo» (per riprendere le parole citate nel film dal discorso di elezione di papa Francesco), sembrano avere davvero poco senso.

 

 

 

 

* Sabina Pavone insegna Storia moderna all'Università di Macerata. Si occupa di storia religiosa, con particolare riguardo alla storia delle missioni in Oriente, delle conversioni e dei rapporti tra missionari e inquisizione romana.