Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Gli anni di Putin: 2) L'economia

Francesco Cannatà * - 05.02.2020
Pozzo petrolifero russo

Fine degli anni ‘90. Primo decennio del 2000. Seconda metà del 2014. Tre momenti critici per il prezzo del petrolio. Dai 20 $ al barile dell’ultimo scorcio del XX secolo, ai 140$ degli inizi del nuovo millennio, fino all’altalena, tra i 40 e i 60$, della fase attuale. Se per gli statistici questi sbalzi sono semplici oscillazioni tariffarie, per l’economia di alcuni paesi si tratta di veri colpi al cuore. Dagli shock conseguenti al calo dei ricavi energetici l’URSS ha infatti subito una serie di infarti budgetari che hanno prima paralizzato e dopo necrotizzato la potenza socialista. Una patologia simile percorre anche le vene della nuova Russia. A oltre 30 anni dalla dissoluzione sovietica e nonostante gli sforzi compiuti dai primi due mandati della presidenza Putin (200-2008) e da quella Medvedev (2008-2012) , l’economia di Mosca ha ancora il proprio baricentro nelle materie prime, e il commercio estero russo è sempre soggetto ai prezzi del mercato mondiale del petrolio. Dagli idrocarburi discendono il 70% dell’export, il 50% del bilancio statale e il 50% della produzione industriale nazionale.
Riguardo poi la percentuale di gas e petrolio in mano statale si nota come questa sia in linea con le diverse fasi della politica russa. Massima, 81% nel 1994, gli anni successivi alla dissoluzione sovietica, questa quota tocca il minimo, 13%, nel 2003. Da quel momento la risalita è costante fino al 2011 quando in mano pubblica si trova il 40% del settore. Parallelamente la presidenza Putin si consolida solo quando, dopo le privatizzazioni degli anni ’90, il Cremlino riprende il controllo dell’energia federale. Chi in Russia possiede le chiavi di questo forziere gestisce l’industria degli idrocarburi e, indirettamente, ha in mano il settore bancario e l’intero processo produttivo. Naturalmente questa medaglia ha i suoi lati negativi. Quando i prezzi di gas e petrolio calano, le economie centrate principalmente sull’export di materie prime da forti diventano deboli. Inoltre i rapporti di forza interni al mercato energetico sono in via di trasformazione. L’imprevedibilità degli acquirenti indebolisce i produttori. Rischi di cui la classe dirigente russa è cosciente. Dal 2001, in ogni suo messaggio sullo stato della nazione, Putin mette in guardia dall’handicap rappresentato dalla dipendenza da materie prime, ribadendo la necessità della diversificazione.

 

Che, nonostante le invocazioni del presidente, Mosca non si sia mai davvero messa su questa strada rappresenta l’handicap dell’economia russa ed è alla base di una malsana contraddittorietà.
La Russia potenza energetica e militare è frenata da una economia anemica e da prospettive di crescita striminzite. Il risultato? L’affermazione di un petrostate nel quale l’alleanza tra i detentori della rendita energetica e le forze di sicurezza afferma i propri interessi rispetto a quelli di ceti che non possono fare a meno dello Stato di diritto e della certezza di poter agire all’interno di dinamiche dove il profitto è regolamentato, protetto, apprezzato.

Falliti, nei selvaggi ’90, i tentativi di avviarsi su questa strada l’economia russa ha seguito una traiettoria diversa. Alla crescita è stata preferita la stabilizzazione macroeconomica. Ciò ha dato vita a una strategia fatta di controllo dei flussi finanziari, sterilizzazione dei surplus di bilancio, aumento degli stipendi. Tale politica economica ha contratto la quantità di moneta in circolazione, aumentato il costo del credito, diminuito gli investimenti. L’aumento del livello di vita è avvenuto senza un proporzionale progresso del PIL. Salari e carico fiscale hanno spinto alle stelle i costi di produzione rendendo più conveniente importare che produrre e inchiodando all’obsolescenza alcuni settori economici. Persino nella fase del boom, la quota dei servizi e attività produttive non superava il 10% del PIL, mentre il 40% della forza lavoro era occupata nel settore pubblico. Queste scelte, cementate dall’alleanza tra le strutture energetiche e i servizi, hanno fatto prosperare gruppi sociali ostili alla concorrenza e alle riforme. L’opposizione ha preso la forma della fuga di capitali - dalla fine dell’URSS 1000 miliardi di dollari hanno lasciato il paese - e di cervelli. 

A questi svantaggi peculiari alla storia russa vanno aggiunti i cicli dell’economia globale. Nel 2008, anno in cui il barile costava 130 $ e le imprese energetiche incassavano 650 mrd di dollari, la crisi planetaria colpiva duramente il paese. Se l’esistenza  di due fondi valutari di stabilizzazione – unificati nel 2018 – evitava il collasso del sistema bancario, gli investimenti non sarebbero più tornati ai livelli pre crisi. Nel 2009 il PIL (-7,9%) precipitava. Nel 2010-2012, l’aumento del prezzo del petrolio spingeva  la crescita tra il 3 e il 5%. Nuova discesa (-2,8%), nel 2015. Nel 2016 il trend tornava leggermente positivo superando però il 2% solo nel  2018. Lo scorso anno questa percentuale si è dimezzata (+1,3%).

 

Quando nel 2014 il prezzo del barile è sceso la Russia non era riuscita a diversificare un economia imperniata sulla rendita energetica. Secondo Jevsej Gurvich e Il'ja Prilepskij negli anni 2014-2017 per il calo del prezzo del petrolio Mosca ha perso 400 mrd di dollari, per le sanzioni 170 mrd.

Il paese era però protetto. Nel 2016 le riserve accumulate dallo Stato rappresentavano il triplo dei costi delle importazioni. Le imprese godevano di un sufficiente stock di capitali, la popolazione, tra depositi bancari e liquidità, disponeva di 500 miliardi di dollari e il PIL per abitante era di 7500$. Dato questo tranquillizzante visto che lo spettro di rivoluzioni colorate si materializza con PIL inferiori a 6mila $.     

La crisi spingeva il mondo degli affari a cercare maggiori protezioni politiche. Scelta inevitabile visto che le sanzioni avevano bloccato l’accesso al credito globale e i finanziamenti potevano arrivare solo dalle banche di Stato. Nel 2018 i prestiti privati registravano un boom: 130 miliardi di dollari, +46% rispetto al 2017. L’indebitamento medio, 4600 $, di fronte a un salario medio mensile di 670 $, poneva il rischio di bolle creditizie. Nel febbraio e giugno 2019, accuse fumose portavano agli arresti di due imprenditori, Michael Calvey e Sergei Petrov, e di un banchiere, Philippe Delpal. Ciò spingeva la comunità russa degli affari a denunciare gli arbitrii delle forze di sicurezza mettendo sul chi vive gli investitori stranieri.
Il 2019 è anche l’anno dell’aumento della povertà in Russia passata, secondo Rosstat, dai 20,4 milioni (13,9%) del primo trimestre 2018, ai 20,9 (14,3%) del 2019. Percentuali in linea con quelle europee ma che riflettono il forte degrado della situazione nazionale. Secondo il centro Fond Obshchestvennoe Mnenie, il 12% della popolazione è sottoalimentato, il 25% spende in cibo l’intero reddito e l’11% non può permettersi medicinali vitali. Il combinato disposto delle sanzioni e del calo del prezzo degli idrocarburi, ha fatto perdere alla popolazione russa circa il 10% di reddito reale, afferma Natalia Orlova analista di Alfa Bank. Era dal 1990 che il paese non conosceva un tale impoverimento. Queste le ragioni per cui nel 2019 il malcontento popolare è venuto allo scoperto.

Il 16 gennaio la Duma ha approvato, con sole 44 astensioni, il governo di Michail Mishustin. Per rivitalizzare l’economia e far salire il rating di Putin il nuovo premier avrà a disposizione 25,7 trilioni di rubli. Di questi tra i 400 e 500 mrd andranno in spese sociali: infanzia, sanità, scuola e settore pubblico. Se finora la reputazione del fiscalista Mishustin si basava sul suo talento di raccogliere denaro ora, da primo ministro, dovrà mostrare altrettanta creatività nello spenderlo. Controllore della novità che “il consolidamento fiscale non è più prioritario” è Andrej Belousov. Consigliere economico di Putin l’uomo, risaputo fautore della spesa pubblica, è il nuovo primo vice premier dell’esecutivo. L’effetto di questa nomina è lampante: il governo ha nuove gerarchie. I fautori del conservatorismo fiscale hanno fatto spazio ai partigiani delle uscite. Una svolta si, ma con giudizio. Cosi il precedente ministro delle finanze, Anton Siluanov, ha mantenuto l’incarico ma non è più primo vice premier. Posto andato ad Andrej Belousov. Belousov è però anche colui che ha dato il via al procedimento penale contro Calvey. Vengono cosi i dubbi se Mishustin sarà in grado di onorare le altre promesse: smantellare gli ostacoli all’imprenditoria e attirare gli investimenti. Naturalmente nella squadra di governo non mancano gli uomini del primo ministro. Ma l’esecutivo Mishustin è nuovo solo a metà. Lo ha sottolineato il premier ringraziando Putin. Il suo governo, ha detto, farà di tutto per essere all’altezza delle aspettative del capo dello Stato e di quelle della nostra gente. Prima il presidente, poi il popolo.

 

 

 

 

* Dottore di ricerca in Storia dell’Europa orientale e autore di Nel Cuore d’Europa, Textus 2019.