Ultimo Aggiornamento:
25 maggio 2019
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L’Europa come alibi

Paolo Pombeni - 16.01.2019
Grillo e Di Maio

In questa campagna elettorale infinita l’Europa sta diventando l’alibi di molti partiti: tanto della Lega e dei penstastellati, quanto del PD. Naturalmente poi come condimento si usa qualsiasi cosa, dalla cattura di Battisti alla TAV, ma è della vicenda dell’Unione Europea che si cercherà soprattutto di farsi scudo. Potrebbe anche essere un fatto interessante, perché dimostra, sia pure in maniera contorta, che in qualche misura ci si rende conto che il futuro del nostro paese è iscritto in quel contesto e che una classe politica non può legittimarsi se non presentandosi come la più adatta a difendere e promuovere la presenza dell’Italia in quel contesto.

Salvini l’ha intuito da tempo, sia pure in una maniera più che discutibile. Il suo ragionamento è che l’Italia è una specie di ruota di scorta dell’Europa, che la usa per scaricarci addosso dei problemi dandoci ben poco in contraccambio. L’argomentazione è rozza, ma ha una sua efficacia, perché il leader della Lega l’ha connessa al problema delle migrazioni, cioè ad un tema che nell’immaginario collettivo di una quota cospicua dei nostri concittadini desta molte paure.

Di qui la sua azione per dimostrare che se ci si “impone” si portano a casa risultati, o quanto meno non si è supinamente assoggettati a quanto ci viene imposto dagli altri. Ovviamente si possono fare molte controdeduzioni a questo modo di ragionare. Soprattutto andrebbe ricordato che il rapporto con la UE non si riduce alla questione dei migranti e che quel che eventualmente si può guadagnare su un tavolo si può molto facilmente perdere su altri, magari piuttosto importanti. Tuttavia presso quote rilevanti dell’opinione pubblica questo rilievo non passa, perché Salvini è stato molto abile nel concentrare tutto su un solo tema cardine di natura così irrazionale da resistere a tutte le obiezioni.

La posizione dei Cinque Stelle è invece assai debole sulla questione europea. Chiusi come sono in un loro universo fantastico, non sono in grado di sviluppare un progetto minimamente coerente sui temi europei. Hanno intuito che devono scendere su quel terreno, altrimenti Salvini li schiaccia definitivamente, ma non sanno bene cosa dire. Si rifugiano perciò in un indistinto attacco alle “euro burocrazie”, criticano la doppia sede del parlamento europeo (qui hanno ragione, evitassero una non necessaria polemica antifrancese), vagheggiano uno tsunami politico che dovrebbe trasformarli nell’ago della bilancia nei futuri equilibri. A prescindere dalla fragilità di queste critiche e dalla scarsa opportunità che accada quel che si immaginano, sono temi che non scaldano la gente. Per coloro che di Europa sanno poco e se ne interessano ancora meno sono faccende che non scaldano i cuori, per coloro che invece hanno la percezione che in Europa si conta se si dispone di una classe dirigente all’altezza suona invece come conferma della pochezza dei pentastellati come classe dirigente.

Come si inserisce il PD in questo contesto? Da un certo punto di vista potrebbe presentarsi come la componente che può mettere in campo una classe dirigente all’altezza dei compiti che si devono affrontare a Bruxelles. Peccato che ben pochi sappiano chi sono gli europarlamentari PD e che ruolo hanno giocato nella passata legislatura. Sarebbe un tema interessante perché qualche presenza significativa l’hanno avuta, si pensi per esempio a Pittella, ma assai poco valorizzata e priva di quelle caratteristiche che impongono i personaggi all’opinione pubblica.

Così i Democratici sembrano avere scelto l’occasione delle Europee come quella che consentirà loro di risalire la china della perdita di consenso, ma di fatto giocando su un tema tutto interno e tradizionale alla più modesta tradizione della sinistra: quella del raggruppamento, per non dire dell’ammucchiata progressista o presunta tale. Certo si sente dire che si faranno molte aperture alla società civile uscendo dallo schema dei politici di professione, ma ci permettiamo di dubitarne. Innanzitutto perché le elezioni europee sono difficilissime: hanno collegi immensi e hanno le preferenze, sicché bisogna essere persone molto conosciute e con un ottimo supporto organizzativo, due caratteristiche non proprio facili da mettere insieme. In secondo luogo sarà difficile proprio aprire le liste all’esterno per la scelta del raggruppamento o ammucchiata che dir si voglia. Lo abbiamo già visto in tante precedenti esperienze: quelli che si coalizzano vogliono posti per i loro uomini e donne e con la scarsità di prospettive di successo per gli outsider ci sarà proprio poco spazio.

Questo quadro ci fa temere come risultato un indebolimento ulteriore della presenza italiana in sede comunitaria in una fase che si preannuncia come complicata e turbolenta. Ai partiti italiani i risultati delle urne europee interessano più che altro perché confermeranno o meno il cambiamento di orientamenti che si è registrato nel nostro paese, ma sarebbe bene ricordare che una parte non piccola del nostro destino futuro sarà ancora legata a quel che avviene a livello comunitario. E per giocare un ruolo in quelle sedi gli show ad uso del grande pubblico servono proprio a poco.