Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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I "primi" cento anni di Giulio Andreotti

Francesco Provinciali * - 16.01.2019
Giulio Andreotti

Avevo incontrato per la prima volta Giulio Andreotti molti anni fa a Genova, in occasione di un evento istituzionale.

Intrigato dalla curiosità di conoscerlo, oltre la fama politica che lo accompagnava mi avevano colpito di lui due aspetti fisici: la statura considerevole e le mani affusolate, quasi da pianista.

E a suo modo è stato davvero un grande solista nell’orchestra della politica italiana e internazionale.

Ricordo anche che nei convenevoli iniziali dei saluti di circostanza confuse per affinità di cognome un suo proconsole in terra di Liguria, un politico “di area” o di “corrente” come si diceva allora, con un alto dirigente di un’importante azienda nazionale.

Ripensando anni dopo a quella fugace stretta di mano e a quel piccolo lapsus mi sono venute in mente le accuse sui baci, sugli abbracci e sugli incontri narrate da malavitosi e assassini imprestati prima alla mafia e poi al pentitismo facile e imbonitore.

Nel mio piccolo credo, con tutti i miei difetti, di non aver fatto qualcosa di tanto grosso da meritare un pubblico pentimento postumo, altrimenti non mi sarei perdonato quella stretta di mano così innocente ma, vista a posteriori e per lui non certo per me, così potenzialmente compromettente.

Parlando, anni dopo quella circostanza, con il sacrestano della Chiesa di S. Giovanni Battista dei Fiorentini, dove ogni mattina il Presidente si recava a Messa a pochi passi da casa sua e da Castel Sant’Angelo, ebbi la conferma di un’impressione che avevo maturato sul personaggio: un uomo schivo, che amava confondersi tra la gente senza ostentare la sua presenza, discreto e legato ai suoi affetti familiari, abitudinario, calmo, intimamente devoto, nel bene e nel male un “romano de Roma”, di quella Roma scaramantica, capitolina, papalina e caput mundi che forse adesso non c’è più.

In occasione di uno dei suoi ultimi compleanni mi aveva ricevuto per un’intervista nel suo studio di Palazzo Giustiniani, al Senato, con un senso di ospitalità e una disponibilità quasi imbarazzanti per un signor-nessuno come me, a dimostrazione che i veri grandi sono innanzitutto persone semplici e ricche di umanità.

Anche in quella occasione, concedendomi un paio di foto-ricordo al suo fianco, mi ritornarono in mente le ‘confessioni’ dei pentiti sulle ‘intime confidenze’ e – uscendo dal suo studio mi era venuto proprio spontaneo pensare che un domani quelle istantanee scattate dal suo autista sarebbero state la prova-provata di certe sue frequentazioni delinquenziali, a condizione che io fossi davvero un mafioso, di rango o di stalla.

La Sua naturale cortesia, unita ad un interesse curioso e rispettoso verso il proprio interlocutore, lo aveva spinto fino al punto di redigere di suo pugno la prefazione ad un mio libro, non mancando di farmi pervenire i suoi rallegramenti personali a commento di quel testo che evidentemente aveva avuto il tempo di leggere.

Di Andreotti potrei evidenziare che sono state ben più numerose le parole dette di quelle da lui stesso proferite.

La gente, la stampa, l’eco degli eventi, l’invidia sempre prevalente nei comportamenti umani, quel non riuscire ad accettare che ci possa essere qualcuno, per dote di nascita o capacità maturata, più in gamba di noi, più acuto, intelligente, esperto, sagace lo hanno poi dipinto con i chiaroscuri che accompagnano sempre ogni grande personaggio, per destino suo e per cattiveria degli uomini destinato a meritare più riconoscimenti postumi che ammirazione in vita.

Mefistofele, Belzebù, Grande Vecchio: lui stesso ironizzava su appellativi, intrighi e mene che un giustizialismo bieco e rancoroso non gli ha mai risparmiato.

“Il potere logora chi non ce l’ha”: indubbiamente ne ha avuto molto ma credo di poter affermare che l’abbia sempre messo al servizio del suo Paese.

Durante l’intervista svelai - su questa battuta – un arcano: non l’aveva letta da Talleyrand, “l’avevo imparata dai contadini di Cassino”, mi disse.

Così come per l’altro celebre aforisma” A pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina”: stessa fonte di apprendimento.

Confrontandolo con certi politicanti redenti della terza repubblica, la sua statura e il suo rango si stagliano sopra un’estesa palude di mediocrità.

Non sono all’altezza per esprimere un giudizio sul politico ma ho maturato un profondo e sincero sentimento di stima e di stupore per il modo aperto, fiero, risoluto ma anche umile, attento, documentato, leale con cui affrontò le vicende giudiziarie che lo coinvolsero.

Non so se avesse letto Kafka ma certamente seppe attendere e vivere il suo “processo” come ogni uomo intimamente convinto della propria innocenza dovrebbe sempre fare, senza tentennamenti, senza indugi nell’affrontare a viso aperto la prova del giudizio e della verità, senza dilazioni, fughe o rinvii.

Grande tessitore della diplomazia internazionale, fu sempre un riferimento per tutti i grandi della terra a motivo della sua esperienza e del suo equilibrio, della sua paziente e tenace lungimiranza.

Allievo prediletto di De Gasperi, con Fanfani, Moro e Zaccagnini segnò l’epoca della presenza dei cattolici impegnati in politica in quella famigerata e fumettistica prima repubblica a cui ora si vogliono attribuire tutti i mali dell’umanità.

Colto, arguto, lucido, informato con una visione politica davvero planetaria, fu coevo di Churchill, Adenauer, Schuman, De Gaulle, Krusciov, Gromiko, Kennedy, Nixon, Breznev, Peres, Carter, Nasser, Mitterand, Thatcher, Kohl, Gorbaciov, intimo ai grandi Papi del secondo novecento.

Amato, odiato, invidiato fu soprattutto un uomo dotato di un intuito fulminante, di una memoria strabiliante e di un’intelligenza sopra le righe, non sempre circondato da fedeli e onesti compagni di viaggio.

Con lui se ne è andata una parte della nostra storia del dopoguerra.

Per questo piuttosto che ricordarlo nell’anniversario del trapasso (anche per rispetto alla sua nota scaramanzia) mi pare più commisurato al personaggio richiamarne la memoria a cento anni dalla sua nascita: una circostanza che avrebbe senz’altro apprezzato.

Dopo tanto clamore penso che resterà il ricordo della sua personalità spiccata, il suo senso dell’ironia, la sua intelligenza acuta, da vero cavallo di razza: adesso ci restano cento, mille sfumature di mediocrità, un casting mediatico dove va in scena una pletora di comparse.

 

 

 

 

*Giudice onorario presso il Tribunale dei Minori di Milano