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24 febbraio 2024
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La campagna d’inverno

Paolo Pombeni - 12.01.2016
CNEL

Renzi incassa il risultato che gli serve per avviare la fase due del suo progetto politico: la riforma costituzionale, croce e delizia della politica italiana praticamente dal giorno dopo l’approvazione della nostra Carta a fine 1947, è arrivata in dirittura d’arrivo. Approvata in seconda lettura da Camera e Senato non può più essere modificata se non al prezzo di far saltare tutto: la riforma costituzionale e anche il governo Renzi e tutto ciò che questo ha significato e significa.

Per questa ragione la ratifica in terza lettura, quando sarà possibile solo votare sì o no al testo così com’è, avrà un esito scontato, a meno che non mutino le condizioni generali del quadro politico. Alle condizioni attuali è quasi impossibile, ma in politica le condizioni potrebbero imprevedibilmente anche cambiare in modo significativo ed allora tutto diventerebbe possibile.

In verità il premier conta sul fatto banale che a nessuno conviene far saltare il banco in questo modo, quando ci sono due occasioni molto più ghiotte (e più sicure) per farlo. Se fosse una Camera a respingere nella nuova lettura il testo oggi approvato difficilmente ci si sottrarrebbe all’accusa di essere nelle mani di una classe politica irresponsabile che per i suoi giochetti interni non esita a precipitare il paese in una crisi. Se invece il testo attuale fosse bocciato nel referendum confermativo, che è assolutamente certo (ci sono già i numeri parlamentari per imporlo), la responsabilità di avere azzerato la situazione ricadrebbe sul “popolo”, e si sa che il popolo è sovrano.

In aggiunta non si dimentichi che questa riforma consente anche la richiesta alla Corte Costituzionale di un giudizio preventivo sulla costituzionalità di una legge elettorale, incluso l’Italicum. Dunque una ulteriore occasione per provare, in modo ineccepibile, a buttare a mare la svolta prodotta da Renzi.

Sono prospettive realistiche? Di nuovo, a carte ferme, non parrebbe. Con buona pace degli autorevoli costituzionalisti (conservatori) che si danno da fare per costruire una copertura “scientifica” a quella che è, a nostro modesto giudizio, puramente una operazione di stizza politica verso una novità imprevista, pensiamo si farà fatica a convincere gli elettori che conservare il senato così com’è sia una battaglia di progresso. In fondo, questa, con l’alibi della difesa del diritto alla scelta dell’elettore, è la sola ragione spendibile: difficile immaginare che si possa far leva sulla conservazione del CNEL e delle provincie o sulla difesa delle prerogative delle regioni in varie materie. In più, essendo il referendum senza vincoli di quorum, appunto perché è un referendum che mira a saggiare se c’è una “bocciatura” dell’attività del parlamento, sembra difficile che un eventuale forte astensionismo sia interpretabile come un rigetto del testo che si deve giudicare.

Ovviamente la faccenda cambia se il referendum assume la fisionomia di un giudizio sull’operato di Renzi. L’ambiguità della situazione sta in questa piega che da un lato si cerca strumentalmente di dare alla prova, ma che dall’altro è insita in essa proprio per come si è svolto il confronto (molto aspro) in parlamento e nell’opinione pubblica.

Il premier ha colto il punto (il fiuto politico certo non gli manca) e non si è tirato indietro, ma, al contrario, ha rilanciato in termini di drammatizzazione, esplicitando che una bocciatura della riforma implicherà un suo ritiro dalla politica. Ha così iniziato la sua “campagna d’inverno”, che gli serve anche per dribblare il significato del test delle amministrative. Anche qui: ha ragione a sostenere che allora si voterà per scegliere dei sindaci e non per dare una approvazione al suo governo (sindaci inadatti non verrebbero mai eletti solo per simpatia con l’inquilino di palazzo Chigi); sorvola sul fatto che però se le amministrative non sono una prova su di lui, sono una verifica di quanto il famoso “cambio di verso” sia riuscito a radicarsi nel paese e ad esprimere una classe dirigente del PD che trova il necessario consenso popolare.

In ogni caso Renzi avrà bisogno di arrivare alla prova di ottobre (data prevista per il referendum) forte di un consolidamento effettivo e percepibile dei risultati ottenuti dalle sue riforme, nonché con una legittimazione complessiva della sua classe dirigente. Le bucce di banana sparse su questo terreno sono molte: basterebbe citare l’episodio delle infelici affermazioni del ministro  Boschi a difesa di operazioni finanziarie censurate dalla Banca d’Italia che coinvolgevano il padre. Non proprio un comportamento non diremo da statisti, ma neppure da “personaggi pubblici” all’altezza del proprio compito.

Certamente la norma del rinvio dell’Italicum al giudizio della Consulta manterrà una specie di uscita di sicurezza per gli avversari di Renzi. Potrà essere chiesto solo dopo un esito positivo del referendum confermativo, perché sino ad allora la riforma non sarà operativa. Da un lato dunque potrà essere un’arma per mettere ulteriormente in difficoltà Renzi, ma dall’altro sarà anche un’arma a doppio taglio, perché fino alla pronuncia della Consulta il governo non potrà essere fatto cadere dai suoi avversari, perché in quel caso si voterebbe con l’Italicum.

Come si vede ci aspetta un anno che sul versante politico sarà piuttosto complicato.