Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Italicum e referendum, la posta in gioco

Luca Tentoni - 29.12.2015
Angelino Alfano e Maria Elena Boschi

Il 2016, in Europa, non dovrebbe essere un anno di grandi consultazioni elettorali. La situazione è ancora incerta in Spagna (se non si formasse a breve un governo si dovrebbe tornare alle urne in primavera), ma in Germania (dove tuttavia la Merkel ha problemi nel suo partito), in Francia (dove si prepara la lunga corsa verso le presidenziali del 2017), in Gran Bretagna e in Grecia non è previsto il rinnovo del Parlamento. Anche in Italia, elezioni politiche anticipate al 2016 sono improbabili per almeno due motivi: fino al primo luglio l'Italicum non entrerà in vigore; non si può abbinare il voto per la nuova legislatura al referendum costituzionale se non si conosce l'esito di quest'ultimo (la vittoria dei sì toglierebbe al Senato il potere di dare e negare la fiducia e abolirebbe l'elezione diretta dei senatori). Nelle maggiori democrazie occidentali, dunque, salvo sorprese, avremo un voto politico solo negli Stati Uniti d'America, con le "primarie" e poi, a novembre, con la scelta del nuovo Presidente degli USA. In Europa avremo solo molte “amministrative” importanti (Germania, Italia) e consultazioni in paesi “minori” (le presidenziali in Austria e in Portogallo, le politiche in Irlanda, Slovacchia, Lituania e Romania).

Nell'agenda dei maggiori paesi europei, invece, ci sono due referendum che possono avere conseguenze di lungo periodo: quello inglese sulla permanenza o meno nell'Unione europea (la data di svolgimento non è stata ancora fissata) e quello italiano, in autunno, sulla conferma o meno del testo di revisione costituzionale attualmente all'esame di Montecitorio. Nonostante i rinnovi dei consigli comunali di molte fra le maggiori città d'Italia (Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, Cagliari, Trieste) costituiscano un test politico rilevante per la maggioranza e le opposizioni, il duello finale che segnerà la sorte della legislatura e di un'intera stagione politica inaugurata due anni fa sarà costituito proprio dal referendum confermativo. Il presidente del Consiglio ha ribadito più volte che è la vittoria dei "sì" alla riforma l'obiettivo più importante della sua azione politica, il momento in cui si gioca tutto. Non è improbabile, peraltro, che come in Francia ai tempi di tre dei cinque referendum voluti da De Gaulle (escludendo dunque i due sull'Algeria del gennaio 1961 e dell'aprile 1962), cioè quelli "istituzionali" (28 settembre 1958 sul passaggio alla Quinta Repubblica, vinto; 28 ottobre 1962 sull'elezione diretta del Capo dello Stato, vinto; 27 aprile 1969 sulla riforma del Senato e la regionalizzazione, perso), una quota di elettori vada alle urne più per esprimere un sì o no alla politica generale e alla figura del Capo dell'Esecutivo che per entrare nel merito della riforma. Nel caso italiano dell'autunno 2016, è verosimile pensare che la quota di voto "personalizzato" (pro o contro Renzi) sia tutt'altro che trascurabile e, dunque, forse decisiva per l'esito della consultazione. Al di là della "narrazione" che ciascuno predilige (le riforme come motivo dell'azione politica renziana o come mezzo di forte legittimazione popolare) e che qui non c'interessa, è l'effetto del voto a rilevare. Se, come accadde a De Gaulle fra il 1958 e il 1962, il popolo confermerà la revisione costituzionale italiana del bicameralismo e del titolo V della Carta Repubblicana, è indubbio che il promotore (cioè il Presidente del Consiglio) possa ricevere una forte spinta tale da rendergli più probabile la conferma a Palazzo Chigi per un'altra legislatura. Se vinceranno i no, invece, si aprirà probabilmente una fase diversa che non riguarderà solo il tema delle riforme istituzionali ma anche quello degli assetti politici interni. In caso di vittoria del no al referendum confermativo costituzionale l'effetto più forte riguarderà l'efficacia del nuovo sistema elettorale. L'Italicum, infatti, è costruito per produrre un vincitore (che ora è un partito ma che, secondo alcuni, potrebbe o dovrebbe diventare una coalizione, se si apportassero modifiche al meccanismo previsto dalla legge): in effetti, il sistema assicura la maggioranza dei seggi a chi prevale. Quindi, permette di formare un governo, perché nella combinazione fra riforma elettorale e revisione costituzionale del bicameralismo chi vince alla Camera ha bisogno di un solo voto di fiducia, quello dell'Assemblea di Montecitorio. Ma se al referendum la revisione costituzionale fosse respinta, l'Italicum avrebbe più o meno l'utilità del vecchio "Porcellum", cioè assicurerebbe la maggioranza alla Camera ma non al Senato. A Palazzo Madama, infatti, si voterebbe col sistema ritagliato dalla Consulta, il quale non assicura affatto una maggioranza a chi ha più consensi. Anche se si estendesse ai senatori il sistema di elezione dei deputati (fatta salva la specificità della "base regionale" di Palazzo Madama) non è affatto detto che i premi di maggioranza relativi alle due Camere sarebbero appannaggio dello stesso partito. L'elettorato del Senato, infatti, non comprende gli elettori maggiorenni che non hanno compiuto i 25 anni, quindi potrebbe premiare soggetti politici meno forti nelle coorti più giovani della popolazione. Non arriviamo a ipotizzare ballottaggi fra soggetti politici diversi a seconda delle Camere (A contro B a Montecitorio, per esempio, mentre A e C vanno al ballottaggio per Palazzo Madama) ma siamo certi che due elettorati diversi (uno formato da tutti i maggiorenni, l'altro da chi ha almeno 25 anni) non sono uguali e che - potenzialmente - non daranno una percentuale identica di voti, fra Camera e Senato, ai due partiti in lizza per i premi di maggioranza. Potremmo avere, insomma, due Camere dello stesso colore o di diverso orientamento: in quest'ultimo caso, due maggioranze, una contro l'altra (quella dei deputati contro quella dei senatori). In una situazione così complessa, quale sarebbe il compito del Capo dello Stato? Cercare di dar vita ad una grande coalizione oppure sciogliere una delle due Camere (ma quale? il gruppo maggioritario nel ramo del Parlamento sciolto potrebbe rivolgere al Presidente della Repubblica l'accusa di non essere imparziale). Se, dunque, l'Italicum assicura una maggioranza a condizione che una sola Camera voti la fiducia al governo, è evidente che l'efficiente funzionamento del meccanismo di voto che sarà operante dal primo luglio 2016 dipende moltissimo dall'esito del referendum confermativo. Se vincerà il sì, l'Italicum rafforzerà gli effetti della revisione costituzionale; se vincerà il no, il fallimento della riforma del bicameralismo indebolirà parecchio la legge elettorale. Non è "simul stabunt, simul cadent", ma ci manca davvero poco. Ecco perché si potrebbe affermare senza aver troppa tema di smentita che il referendum sul testo di revisione costituzionale riguarderà anche, implicitamente e di riflesso, la forza, l'utilità e la filosofia stessa dell'Italicum (che pure è una semplice legge ordinaria). Se nella Seconda Repubblica tutto è stato fondato (sistema dei partiti compreso) intorno ad una legge elettorale (il Mattarellum fino al 2005, poi il Porcellum), nella Terza sarà un combinato disposto di modifiche costituzionali ed elettorali a delineare un diverso quadro istituzionale e politico. Per questo, l'appuntamento col voto dell'autunno 2016 non dovrebbe essere visto con troppa enfasi sulle conseguenze favorevoli o sfavorevoli sul governo e su Renzi, ma andrebbe valutato tenendo conto del merito dell'architettura sistemica che (a seconda dell'orientamento referendario) si intende dare (o non dare) alla Repubblica.