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Il Popolo e la classe politica

Paolo Pombeni - 29.07.2014
Il popolo

Se c’è da prestare fede alle rilevazioni dei sondaggi, il popolo sta con Renzi (circa il 65% dei gradimenti, cifra notevole per un presidente del consiglio italiano) e non sembra apprezzare particolarmente le furiose battaglie che si stanno svolgendo al Senato sulla riforma costituzionale. Non c’è da stupirsi: il confronto è in parte tecnico e in parte riguarda gli “affari loro” di una classe politica che non gode di un gran favore popolare.

Lo scarso appeal per i tecnicismi costituzionali non è ovviamente una novità: anche durante la Costituente repubblicana (quella del 1946-47) la passione popolare per quei dibattiti fu modesta. Ciò non significa che i tecnicismi non siano importanti, ma, per quel che riguarda la situazione attuale, bisogna constatare  che proporli, come per lo più si è fatto, annegati in un mare di banalità varie e di retoriche senza senso non ha aiutato a farli capire e ancor meno a farli recepire.

La seconda questione è molto più dirimente. La strumentalità delle opposizioni, il diluvio degli ottomila emendamenti, la sguaiatezza delle argomentazioni e, aggiungiamoci, il fatto che a portare avanti queste battaglie non siano proprio leader politici o costituzionalisti di prima grandezza, sono tutti indizi che fanno se non altro supporre che la materia del contendere non sia esattamente la difesa della democrazia repubblicana, ma piuttosto l’interesse di una buona parte della classe politica a difendere posizioni che sono destinate a perdere.

Non a caso la realtà è che, a parte la difesa di un po’ di posti (l’elettività diretta dei senatori a livello regionale consentirebbe alle elite tradizionali delle discrete riserve di influenza), si combatte al Senato per costringere la leadership di Renzi ad acconsentire ad una legge elettorale più favorevole alla conservazione dell’attuale geografia politica.

Intendiamoci: non è che da parte dei “riformatori” manchino interessi specifici in quello che hanno proposto. Berlusconi, tanto per non fare nomi, ha tutto l’interesse a certe soglie di sbarramento per bloccare la frantumazione del centro-destra, così come Renzi ha vantaggio da un sistema elettorale che massimizzi l’immagine di una contesa pro o contro il “grande timoniere” di turno.

Quel che però sarebbe necessario in questo momento è sminare il terreno da trappole esplosive che possono diventare molto pericolose. Basta una deflagrazione in un momento sensibile e le speranze di ripresa in questo paese ne avranno un colpo notevole.

La prima questione in campo è la presunta natura “antidemocratica” (e autoritaria) del progetto in campo. Questa è un fandonia bella e buona, si sia d’accordo o meno sull’impostazione di questa riforma. Se davvero il governo persiste sulla via di sottoporre il testo finale al referendum popolare fa la cosa giusta, perché con questo strumento metterà fine per sempre alla querelle sul consenso popolare alla riforma.

C’è su questo un illustre precedente. De Gasperi, contro il parere di molti (Dossetti compreso) volle affidare la scelta del regime istituzionale, monarchia o repubblica, al referendum popolare, perché aveva presente che ove questa decisione fosse stata assunta dalla assemblea costituente, i perdenti avrebbero inevitabilmente gridato al “tradimento della vera volontà popolare” da parte dei politici eletti. Affidandosi direttamente al verdetto popolare il verdetto sarebbe stato inequivoco e infatti, nonostante la vittoria non proprio travolgente della repubblica (circa 12 milioni di voti contro 10 milioni) una questione monarchica in Italia non è più esistita dopo il 2 giugno 1946.

Renzi dunque col referendum può, se vince come è probabile, ridurre all’irrilevanza tutti i suoi critici più o meno sguaiati. Certo corre un rischio, ed è quello che si verificò in Francia nel referendum confermativo della costituzione della IV Repubblica del 13 ottobre 1946, quando il testo passò col 36% di sì, il 31,2% di no e il 31,2% di astenuti. Con la disaffezione elettorale di cui soffriamo, un risultato in cui l’astensionismo fosse molto alto lascerebbe la porta aperta a tutte le possibili polemiche.

A questo punto al governo converrebbe affrontare un serio discorso sulla legge elettorale senza farsi condizionare dai ricatti attuali. A Berlusconi dovrebbe far capire che le cervellotiche cifre sugli sbarramenti elettorali che distinguono fra coalizzati e non coalizzati non hanno senso: si stabilisca una unica soglia significativa (il 4% dei suffragi va benissimo), ci si cauteli invece sui cartelli momentanei per raggiungere quella soglia. I partitini che fanno le famose “coalizioni di un minuto” per raggiungere il quorum e poi si dissolvono in parlamento nel ritorno alle tribù primitive andranno puniti con la perdita immediata dei seggi.

Quanto alle preferenze il discorso è ambiguo: nella nostra storia recente, quando c’erano, erano pochissimo usate al Nord e prassi comune al Sud: il che fa capire quanto clientelismo possa esserci dietro. Oggi poi, con partiti che controllano assai poco della “disciplina interna”, potrebbero diventare un veicolo pericoloso di infezioni clientelari di ogni tipo e di infiltrazione nella politica di potenti gruppi di interesse.

Ciò non significa magnificare le liste fatte nei caminetti delle direzioni di partito (da cui derivano anche gli oppositori di oggi, solo delusi che a tirar le fila siano arrivati altri). Significa solo che ad un problema reale, cioè il rimettere in mano agli elettori la possibilità di scegliere chi li rappresenta, vanno date risposte vere e non illusioni.