Ultimo Aggiornamento:
20 aprile 2024
Iscriviti al nostro Feed RSS

Le difficoltà di Cameron in Europa e in patria

Giulia Guazzaloca - 29.07.2014
David Cameron e William Hague

Le difficoltà di Cameron 

 

Non ci sono riusciti, David Cameron e il suo ex ministro degli Esteri William Hague, a bloccare la nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione europea e per il primo ministro conservatore, dopo la secca sconfitta alle elezioni per il Parlamento europeo di maggio, la strada è tutta in salita. Anche se gli ultimi sondaggi dicono che si sarebbe ridotto il vantaggio dei laburisti, il premier è comunque costretto a rincorrere, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno, l’euroscetticismo della maggioranza degli inglesi e dinanzi all’elezione del leader lussemburghese non ha potuto fare altro che buon viso a cattivo gioco.

Se all’indomani della scelta di Juncker, Cameron aveva usato parole durissime verso i colleghi europei che lo avevano proposto, dopo la nomina ha dovuto ammorbidire i toni dicendosi disposto a collaborare col nuovo presidente senza però smettere di battersi per gli interessi britannici e una riforma dell’Unione Europea. I suoi obiettivi restano insomma gli stessi: rinegoziare gli accordi di adesione con la UE e, in caso di vittoria dei conservatori nel 2015, indire un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione. Dal canto suo Juncker si è reso immediatamente disponibile a rispondere alle preoccupazioni di Londra, ha ribadito di auspicare un ruolo attivo e costruttivo degli inglesi all’interno della UE e ha assicurato che «se la Gran Bretagna avanza una proposta sarà presa in considerazione».

Che le tensioni tra Londra e Bruxelles in parte si attenuassero era quasi inevitabile. Così come, conoscendo la storia inglese, non deve sorprendere più di tanto la loro reciproca diffidenza: lungo e travagliato fu il processo di adesione del Regno Unito alla CEE, ambivalente e «moderata» è sempre stata la politica europeista del Foreign Office, teso più che altro a salvaguardare le prerogative nazionali e la «relazione speciale» con gli USA. Quello che semmai è diverso dal passato sono la debolezza e le incertezze del primo ministro. Il quale appare infatti molto diverso  dal Cameron di quattro anni fa, quando aveva assunto la guida di un esecutivo di coalizione con un’agenda precisa e innovativa.

 

Il restyling del governo

 

Come tante volte abbiamo visto accadere in Italia, il premier in difficoltà ha effettuato un ampio rimpasto governativo; non un semplice restyling – hanno osservato in molti – ma una svolta che potrebbe cambiare nettamente la linea politica dell’esecutivo. Non tanto per le giovani e affascinanti ministre che Cameron ha voluto al suo fianco: polemiche, più o meno strumentali, proprio come in Italia, non sono mancate, sia da parte dei media sia dall’opposizione, dove la portavoce del partito laburista le ha definite «bamboline […] l’unica cosa veramente interessante che hanno è il loro aspetto». Ma anche se, nella lunga campagna elettorale che aspetta i conservatori, la presenza femminile potrebbe aiutare in termini di consenso, non saranno probabilmente Liz Truss (Ambiente), Nicky Morgan (Istruzione e Pari opportunità) e colleghe a modificare la rotta del governo.

Potrebbe essere invece proprio la politica europea a subire dei cambiamenti: Hague, esponente di spicco dei tories e artefice di una strategia equilibrata e moderata verso la UE, è stato infatti sostituito da Philip Hammond, apertamente euroscettico e da sempre favorevole al referendum sulla permanenza degli inglesi in Europa. Lo ha confermato anche dopo la sua nomina al Foreign Office, dicendo che le attuali regole sono «semplicemente non accettabili» e che, in assenza di nuovi negoziati, voterà a favore dell’uscita dalla UE.

Che Cameron stia cercando di inseguire l’elettorato euroscettico lo confermerebbe anche la rimozione di Dominic Grieve dal ruolo di Attorney General presso il Dicastero della Giustizia; grande sostenitore della Convenzione europea sui diritti umani, ha lasciato intendere che ci potrebbe essere proprio questo all’origine della sua destituzione. Pure Ken Clarke, già ministro con Thatcher e Major ed europeista convinto, ha lasciato l’esecutivo: «la sua saggezza e le sue analisi mancheranno durante le riunioni del Gabinetto», si è limitato a dichiarare, via twitter, il premier.

 

La nomina di Jonathan Hill

 

Se dunque il nuovo esecutivo ha un profilo più euroscettico del precedente, la scelta di Jonathan Hill per la Commissione europea risponderebbe invece alla volontà di Cameron di avere un suo «fedelissimo» in un ruolo chiave della UE. Leader del partito alla House of Lord, poco conosciuto fuori dai confini britannici, Hill aveva dichiarato, fino a poche settimane fa, di non aspirare a quell’incarico. Che tuttavia il primo ministro gli ha affidato nella speranza che si faccia portavoce presso la Commissione delle istanze del suo governo; anche se il «basso profilo» e la scarsa notorietà internazionale di Hill potrebbero giocare a suo sfavore.

Le polemiche, del resto, non sono mancate, specie da parte di Farage: «Jonathan Hill, chi sei?», è stato il caustico commento del leader dello United Kingdom Indipendence Party, che ha poi osservato come nella carriera di Hill, già consigliere politico del filo-europeo Clarke, non vi sia nulla che lo renda adatto a negoziare una riforma radicale della UE. «Con la nomina di Hill – ha proseguito – che non è mai stato eletto, Cameron sta ovviamente seguendo il modello fissato dalle élite europee».

Non sarà dunque facile per il primo ministro giocare le difficili partite che lo attendono, in Europa e in patria. Incapace di progettare una strategia politica di lungo periodo, Cameron sembra piuttosto rincorrere gli umori popolari e agire di rimando al solo scopo di frenare l’avanzata dello UKIP. Lo fa adesso promettendo un referendum sulla UE nel 2017, proprio come aveva scelto di indire un referendum sull’indipendenza della Scozia dinanzi ai successi del partito indipendentista scozzese.  Quest’ultimo si terrà il 18 settembre e il suo esito potrebbe segnare una svolta storica non solo per il governo di David Cameron.