Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Il papa parla in aereo. Teologia e comunicazione nel viaggio in Asia

Claudio Ferlan - 09.12.2017
Papa in Bangladesh

Non è raro leggere l’opinione di chi identifica papa Francesco come un teologo di livello inferiore a quello del suo predecessore. E chi lo sostiene proviene spesso da una cultura europea, preferibilmente tedesca o italiana. Cosa significa davvero questa affermazione? Forse essa rivela una scarsa attenzione alla pastorale pontificia e una conoscenza limitata alla tradizione teologica del Vecchio continente. Gli storici sono soliti definire questo atteggiamento come “eurocentrismo”.I contenuti della conferenza stampa tenuta dal papa durante il volo di rientro dal Bangladesh consentono dei ragionamenti importanti sulla questione.

 

Giocate a calcio?

L’unico riferimento alla teologia nel corso della conferenza testimonia, ancora una volta, la capacità comunicativa di Bergoglio. Riferendosi al suo incontro con i neo-ordinati preti cattolici in Bangladesh, ha raccontato di avere sempre l’abitudine di parlare privatamente con loro prima dell’ordinazione. E ha continuato:“Mi sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti, avevano coscienza della missione, poveri, normali. Una domanda che ho fatto è stata: ‘Giocate a calcio?’ – ‘Sì!’, tutti. Questo è importante. Una domanda teologica!”. Non si tratta solo di una battuta, ma di un modo per invitare i sacerdoti a vivere con le persone, partecipi della loro vita nella società. Infatti Francesco ha espresso soddisfazione per aver percepito la vicinanza dei neo-ordinati al proprio popolo.

Ulteriore prova dell’efficacia comunicativa del pontefice è la maniera in cui ha gestito la delicatissima questione dei rohingya, minoranza etnica perseguitata in Myanmar. Alla domanda di un giornalista dalla Radio Nazionale Spagnola che chiedeva come mai Francesco avesse nominato i rohingya in Bangladesh (dove esistono numerosi campi profughi che li ospitano) e non in Myanmar (luogo dell’oppressione), il papa ha risposto soffermandosi sul “come io cerco di comunicare”. In sintesi, ha spiegato: il suo obiettivo è quello di far arrivare un messaggio e il modo in cui raggiungere lo scopo deve fare i conti con l’attitudine dell’interlocutore, il contesto, le presumibili conseguenze di quanto si dice. Se avesse affrontato apertamente la questione in Myanmar, ha aggiunto, il messaggio non sarebbe arrivato perché avrebbe agito come gli adolescenti che sfogano la propria rabbia sbattendo la porta, senza comunicare. E poi, ho chiosato Francesco, ci sono stati anche incontri privati, dove si è potuti andare oltre i discorsi ufficiali. 

 

Public Theology

Tutto questo ha qualcosa a che fare con la teologia? Certo. Nata negli Stati Uniti e oggi protagonista, soprattutto in quel Paese, di molti programmi accademici interdisciplinari, la public theology viene definita come l’impegno cristiano (non solo cattolico) che parte dalla Chiesa per entrare in contatto con la realtà a lei esterna: una teologia cristiana che parla non solo alla società, ma con la società. Sue caratteristiche sono, oltre alla già accennata interdisciplinarità, l’attenzione a tutti gli aspetti della vita sociale, nessuno escluso, e l’impegno concreto al suo interno; l’autoanalisi della vita della Chiesa, che funge anche da base per il dialogo con altre componenti sociali; la prospettiva globale e un modello di comunicazione non limitato ai libri.

Proprio la capacità di pensare in ottica globale è una delle caratteristiche forti del pontificato Bergoglio, dimostrata con estrema concretezza dalla sua attenzione alle cosiddette periferie e dalla sua predisposizione al viaggio come forma di conoscenza. Sempre durante la conferenza stampa ‘aerea’, Francesco nel prendere congedo con i giornalisti ha affermato: “A me il viaggio fa bene quando riesco a incontrare il popolo del Paese, il popolo di Dio”. Certo, è giusto incontrare politici, vescovi e preti, ma serve andare verso “il popolo che è proprio il profondo di un Paese”. Poco prima, senza eludere le domande sulla situazione politica in Myanmar e sugli effetti della globalizzazione sull’economia del Paese, ha concluso con una testimonianza di umiltà. Pur esprimendo la proprio opinione, infatti, ha chiarito di non volersi comportare come un filosofo argentino di sua conoscenza che, dopo essere stato una settimana in qualche paese asiatico per una conferenza, rientrava a casa pronto a scrivere un libro per spiegarne la realtà ai propri lettori.

Senza voler fare di papa Francesco un esponente della public theology, ci sembra di dover dire che le sue parole e le sue azioni costituiscano una prova palese della sua profondità, la quale non deve forzatamente essere sinonimo di complessità accademica.