Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Il meraviglioso mondo giallo-verde

Paolo Pombeni - 19.12.2018
Giovanni Tria

Come previsto da più parti, noi inclusi, alla fine di mesi di scontro con Bruxelles si è ripiegato su una manovra che prevede un punticino in più di quel che aveva proposto inizialmente il ministro Tria che aveva chiaro il quadro di quel che si poteva negoziare con la Commissione Europea: lui aveva previsto 1,9%, si chiuderà al 2,04 (in cui lo 0,4 è un trucchetto comunicativo per fingere che non si è ceduto del tutto). Non torniamo a ribadire che la faccenda ci è costata più di un miliardo in interventi sui nostri titoli di debito pubblico, perché ormai lo sanno tutti.

Non ci stupiamo che nonostante tutto Salvini e Di Maio facciano buon viso a cattivo gioco: è quel che più o meno i politici fanno sempre. Le incognite a questo punto sono due: cosa succederà in parlamento e cosa succederà quando la gente farà i conti con il risultato pratico di questa manovra, che viene presentata come meravigliosa.

Il primo punto è ambiguo. Detto banalmente, il governo presenta la manovra come un programma che si deve prendere a scatola chiusa: non c’è spazio per una discussione in commissione al Senato, bisogna fare in fretta e poi votare in Aula dove si metterà la fiducia. Il tempo stringe perché bisogna poi tornare alla Camera, anche lì senza discussione e con la fiducia: ma si deve cercare di chiudere entro l’anno e si capisce che i tempi sono strettissimi.

Il parlamento esce stritolato nella sua funzione e non è semplicemente una questione di bon ton democratico. Significa che il lobbismo, presenza ingombrante in ogni manovra, ha lavorato e lavora più a livello di ministri e staff burocratici che di parlamentari. Non è una bella cosa perché corrode, per non dire corrompe uno snodo del sistema democratico.

Ora la questione esploderà quando si dovesse tornare al voto in tempi non lunghi, il che non è affatto escluso: ben pochi vorranno investire sul mandare persone in Camere che non contano più quasi nulla, col risultato di verticalizzare ancor più la politica in un ristretto numero di personaggi che possono aspirare a giocare una partita di governo. Il calo di consensi che registrano nei sondaggi i partiti di opposizione si spiega anche così.

Il secondo tema riguarda cosa ci dobbiamo aspettare quando la gente toccherà con mano che il favoloso mondo giallo-verde lo è assai meno di quel che si aspettava. La delusione più grande si avrà sul reddito di cittadinanza che nelle aspettative della gente avrebbe dovuto essere un robusto e generalizzato sussidio di disoccupazione per chi non riusciva a trovare lavoro, mentre ben che vada sarà un sussidio di povertà allargato. Questo banalmente significa che non toccherà quelle fasce che, nello stesso Sud, avevano puntato sui Cinque Stelle.

Per la vicenda di quota 100 la faccenda è meno chiara. Certo non renderà possibile quell’esodo di massa che si era previsto, perché la corsa all’incasso da parte di tutta la potenziale platea di chi aveva raggiunto od oltrepassato la quota sarà frenata e contenuta con una serie di paletti. Ma qui la scappatoia è che, almeno in teoria, ci si può mettere in coda per avere il benefico che continuerà per tre anni e se cadesse questo governo non lo si avrebbe mai, per cui Salvini può contare su una certa tenuta di quell’elettorato per quanto un poco deluso.

Per il resto la manovra è un cumulo di piccoli interventi molto di facciata, ma di poco contenuto. Il taglio delle cosiddette “pensioni d’oro” è una misura di fatto molto limitata, che può accontentare un po’ di invidia sociale, ma non porta che frutti modestissimi (al massimo aiuta a mantenere qualche intervento che già c’è, per cui non saranno molti quelli che si accorgono della novità). La cosiddetta tassa ecologica a sostegno delle auto non inquinanti è una presa in giro. Alla fine tassa anche auto di media cilindrata per sostenere l’acquisto di auto elettriche che, salvo modeste eccezioni, sono costosissime (dai 30 ai 90mila euro secondo quel che risulta da una rassegna comparsa sul sito del “Corriere”): in sostanza un finanziamento ai ricchi.

Altrove si è visto l’intervento delle lobby. Il bonus cultura di 500 euro per i diciottenni sembrava dovesse essere riservato all’acquisto di libri, sulla base della banale osservazione che nella distribuzione precedente era andato per la gran parte nell’acquisto di testi universitari da parte delle matricole. Si è però subito fatto marcia indietro e si è stabilito che va bene spenderlo anche per cinema, teatri, concerti, anche qui senza poter naturalmente selezionare (un cinepanettone è cultura?).

E’ facile prevedere che quando si avrà il combinarsi della delusione per misure che non accontentano le grandi aspettative innescate con una situazione economica che è prevista in peggioramento qualche choc ci sarà. Non ce lo auguriamo, perché non è da eventi di quel tipo che nascono buone soluzioni, ma il rischio che avvenga non è piccolo.

Il problema è che sembra che tutti si siano tagliati i ponti alle spalle. Con la maggioranza al potere non si riesce a stabilire una dialettica costruttiva: ogni volta che sembra ci sia qualche apertura in questa direzione si è smentiti dal ripresentarsi dell’irrefrenabile voglia dei due partiti di non mollare le loro bandierine da sventolare in faccia a tutti. L’opposizione è in uno stato che peggio è difficile pensarla.

Berlusconi è chiuso nel suo sogno manovriero di arruolare un manipolo di transfughi grillini sufficiente ad offrire a Salvini una maggioranza che lo porti al governo, ma sono manovre da gioco del Risiko. Il PD è sempre più ingolfato nelle sue lotte tribali interne, che al massimo attirano quelli a cui piace illudersi di potersi intrufolare nelle zuffe altrui: sono un numero limitato che fa spettacolo, ma che non porta voti.

Visto il calendario, speriamo nelle virtù taumaturgiche del nuovo anno.