Ultimo Aggiornamento:
30 maggio 2020
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Il gioco pericoloso delle narrazioni

Paolo Pombeni - 22.04.2020
Recovery funds

Siamo immersi in un continuo abuso di narrazioni, inventate al solo scopo di alimentare il perpetuarsi della guerriglia politica che si trascina dalle elezioni del marzo 2018. Il loro contenuto è a dir poco evanescente, e spesso le strumentalizzazioni che contengono rasentano la turlupinatura del pubblico. Prendiamo la telenovela sul MES e facciamo presto a rendercene conto.

Conosciamo tutti il contesto della diatriba, che non riguarda affatto la nostra collocazione in Europa, ma la tenuta o meno del governo Conte e la difesa della compattezza dei Cinque Stelle ormai privi di una bussola e spaccati in tante correnti. Tutto è parametrato su questo.

Alle spalle troviamo le pulsioni antieuropee della destra, su cui ha preso la prevalenza la narrazione demagogica di Salvini: la UE è il nemico che impedisce all’Italia di essere prospera e felice, anzi in specifico ciò dipende dalla moneta unica. Naturalmente non c’è alcun fondamento economico per questa convinzione. I Cinque Stelle hanno ereditato dal grillismo delle origini un’impostazione non troppo differente, inserita nella storiella della decrescita felice.

Adesso tutto ciò è riemerso perché con lo choc economico indotto dalla pandemia ci sarebbe bisogno di linee di credito europee e queste vanno trovate dove ci sono già i soldi, visto che per crearne di nuove, ammesso che ci si riesca, occorre tempo. Allora il salvadanaio è stato individuato in quel Meccanismo Europeo di Stabilità inventato a suo tempo per impedire il fallimento di stati che avevano dissipato colpevolmente le loro economie, in primis la Grecia.

Oggi la situazione è differente e dunque tutti, più o meno convintamente, accettano che questa volta i soldi non possono essere dati imponendo controlli, che poi sarebbero difficilissimi da esercitare riguardando una platea ampia, stati anche di peso (la Francia, tanto per dire), e non essendo chiaro chi potrebbe avere il “diritto” ad esercitare il ruolo di tutori. Bastano queste modeste osservazioni per capire che si sarebbe avuto un diverso MES, con condizionalità molto, ma molto limitate. Questo era già pacifico nei fatti.

Qui però scattano le narrazioni. I Cinque Stelle non vogliono mollare la loro avversione all’europeismo, perché siamo populismo contro populismo e temono la concorrenza di quello della Lega. Ecco allora che i due costruiscono concordemente la favola del MES come cappio al collo dell’economia italiana e della sua “sovranità”. Tutte le persone con un minimo di raziocinio spiegano che non siamo in condizioni per sputare su 36 miliardi, ma il premier Conte, che deve tenersi buoni i Cinque Stelle, si affetta a proclamare urbi et orbi che mai l’Italia attingerà a quella fonte. Accortosi della insostenibilità della sua posizione fa una giravolta e dice che in realtà intendeva che l’Italia avrebbe eventualmente usato quelle risorse solo se davvero, nero su bianco, risultassero esenti da condizionamenti.

La nuova narrazione non sortiva però l’effetto sperato, sicché la posizione di Conte era sempre più incerta e dunque ci voleva qualcosa di più. E allora ecco la seconda puntata della narrazione. C’avrebbe pensato lui con una grande battaglia , con Macron al suo fianco, a piegare il MES alle nuove condizioni, anzi avrebbe anche preteso che accanto fossero attivati quei recovery funds che, basta la parola, tanto piacciono ai grillini (e un po’ anche a Lega e FdI). La narrazione è furbina, perché si finge di sfondare una porta che in realtà è già mezzo spalancata: sul MES senza condizioni l’accordo c’è già, promettere di studiare i recovery funds non costa nulla e ci si può provare.

Conte pensa così di superare l’impasse del voto parlamentare che prima o poi sarà necessario. Lo eviterà il 23 aprile con l’escamotage della semplice informativa, ma quando poi dovrà affrontarlo si presenterà appunto come quello che ha sfondato la porta dando modo ai Cinque Stelle di votare a suo favore riconoscendolo come una specie di salvatore della patria. Nel frattempo l’ala governativa dei pentastellati è stata accontentata con un bel po’ di posizioni nelle partecipate, e se una minoranza di irriducibili si staccasse sul voto di fiducia, potrebbero essere facilmente sostituiti da Forza Italia, che Berlusconi, da bravo uomo d’impresa, ha schierato già a favore del MES. Giusto per evitare che la Lega possa ricattare FI minacciando di lasciarla fuori dalla coalizione di centrodestra per regionali e amministrative, queste sono state spostate in là in autunno quando, c’è da scommetterci, il quadro italiano sarà molto cambiato (come, è, ovviamente, un’incognita).

Cosa fanno le opposizioni per controbattere la narrazione di Conte? Si inventano la favola che sì, oggi il MES è senza condizioni, ma domani ci potrebbero essere imposte e ci troveremmo messi male. Possono crederci solo quelli che non hanno la minima idea di cosa sia un accordo internazionale fra pari: non è possibile cambiarlo in corsa senza l’accordo di tutti coloro che l’hanno sottoscritto e quindi a bloccarlo basterebbe anche il veto italiano. Certo nel futuro possiamo essere oggetto di ritorsioni e “dispetti” da questo o quel partner, ma ciò può avvenire comunque, sia che noi sottoscriviamo un prestito MES sia che non lo facciamo. La cosa curiosa è che prontamente una parte almeno dei Cinque Stelle corre a sottoscrivere la narrazione fantasiosa di cui sopra, rendendo così incentro un voto parlamentare a favore del Conte gran negoziatore.

Come si è capito bene, siamo solo ad una lotta da basso impero fra forze e uomini politici chiusi dentro al recinto delle loro antiche beghe. Tutti contano sul fatto che tanto ad una prova elettorale non si andrà e dunque tutto rimarrà circoscritto a quelle sedi. Peccato non si capisca che così la capacità dell’Italia di stare nella travagliata arena internazionale del dopo pandemia si riduce per non dire si cancella. E questo ha ricadute ben più durature di quelle che si immaginano gli eterni duellanti della politica politicante.