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01 agosto 2020
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L’epidemia ci ha fatto riscoprire la mortalità

Massimo Nava * - 22.04.2020
Amortalità

Dall’inizio della civiltà, culture e religioni s’interrogano sul mistero della morte. E’ il destino dell’uomo, la scadenza biologica cui nessuno può sfuggire. Per i credenti, secondo le più diverse concezioni, la morte è un ricongiungimento con Dio, il ritorno alla terra dei Padri, la possibilità di una reincarnazione.

Anche la cultura laica e occidentale riflette sulla morte. La certezza della fine stimola la riflessione sul senso dell’esistenza, pur in mancanza di “premi” dell’Aldilà.

Ma nel Terzo Millennio, la cultura laica e occidentale ha stabilito   un diverso rapporto con la morte. I progressi della scienza e della medicina hanno sconfitto epidemie e ridotto i “mali incurabili”. Benessere e protezioni sociali hanno offerto la straordinaria possibilità di fermare il tempo. Grazie al lifting e a “sostituzione” di parti del corpo - mani, gambe, cuore, fegato e in prospettiva persino il cervello - si è insinuata nella cultura di massa l’illusione o addirittura l‘aspettativa di un prolungamento indefinito dell’esistenza. Certamente continueremo a morire, ma il più tardi possibile e, probabilmente, più per cause accidentali che per le malattie sempre meno mortali. Il sociologo Harari ha parlato di A-mortalità come condizione del nostro futuro prossimo.

Società invecchiate, problematiche pensionistiche e demografiche, stili di vita, rapporti interpersonali, attività sessuale e molte altre questioni si stanno rivedendo in un’ottima sconosciuta fino a qualche decennio fa : si è anziani soltanto dopo i settanta e gli ottant’anni, nella “quarta età”, con la presunzione di moltiplicare i centenari.

Poi è arrivata l’epidemia Covi-19 a devastare certezze esistenziali e scientifiche. Un banale virus si è fatto beffa del progresso, ha messo a dura prova anche sistemi sanitari più avanzati come il nostro e messo in luce irresponsabili negligenze, mancanza di prevenzione, discrezionalità politiche negli investimenti in salute. Si è pensato di più alla cura del corpo, alle nuove patologie come l’obesità, più che alla ricerca sui vaccini e alla disponibilità di letti in terapia intensiva. E’ il senso di un’ inascoltata denuncia fatta da Bill Gates cinque anni fa!

Con il coronavirus la morte è tornata ad essere relazionata a concezioni e limiti di epoche precedenti, quando si moriva di tubercolosi, poliomielite, influenze stagionali. O come si diceva banalmente “di vecchiaia”. In queste settimane abbiamo rievocato la peste del Seicento e abbiamo visto morire a centinaia i più anziani e i più indifesi. Abbiamo riscoperto anche la paura collettiva di morire, la precarietà dell’esistenza, che in realtà continuava a inquietarci (pensiamo agli incidenti stradali e a tante altre malattie mortali) ma vivendo nell’illusione che i rimedi fossero sempre più efficaci.

La riscoperta della mortalità, ha quindi scatenato un istinto di sopravvivenza di cui le classi politiche dell’Occidente si sono fatte interpreti assolute e acritiche. Questo spiegherebbe anche la sostanziale e disciplinata adesione alle misure di contenimento. Si è passati dalla sottovalutazione dell’epidemia, per timore delle conseguenze economiche (pensiamo allo sciagurato #milanononsiferma), al lockdown generalizzato per “salvare” i concittadini. Prima la politica ha messo sotto scacco la scienza e la medicina, poi si è deresponsabilizzata affidandosi alle indicazioni dei virologi, salvo contestarne in alcuni casi i pareri, peraltro non tutti univoci.

E’ utile considerare che le misure di contenimento sono state parzialmente adottate anche in aree del terzo e quarto mondo, che tuttavia non hanno mai cambiato stili di vita in presenza di cause di morte che ogni anno si portano via milioni di esseri umani : malaria, turbercolosi, ebola, HIV, fame, carestie, conflitti. E in questa parte del mondo non si sono viste immagini di città desertificate e popolazioni chiuse in casa. Tre quarti dell’umanità continua dunque ad essere rassegnata o consapevole di avere speranze di vita molto più basse.

Nell’Occidente sviluppato ci siamo invece rinchiusi, abbiamo accettato che sprofondassero l’economia, la vita civile, le relazioni umane.

Il verbo “chattare” è diventato sinonimo di “vivere”, ha stravolto il significato di molte  azioni vitali : online lavoriamo, dialoghiamo con amici e parenti, amiamo le persone che non possiamo vedere. #IORESTOACASA ho offerto spunti per cambiare le regole della politica, prima o poi suggerirà revisioni costituzionali che consentano di riunire online i parlamenti, di chiamare alle urne virtuali i cittadini, di dare la possibilità di tracciare i loro comportamenti. La vita sul web ci permette dialogo, smart working e tante altre cose che non assomigliano alla normalità. Le relazioni a distanza non permetteranno la continuità della specie.

Quando, dopo avere riconsiderato l’idea di morire, ci interrogheremo sul senso di vivere così?

La politica ha applicato il modello Wuhan, delegando alla scienza i tempi di applicazione. Ma ora, dopo due mesi di quarantena, si comincia a ragionare in termini di costi e benefici delle misure adottate, ossia sul prezzo pagato all’economia per proteggere la vita.

Sarebbe cinico ragionare come Stalin (una morte è una tragedia, un milione di morti sono una statistica) ma qualcuno ha cominciato a chiedersi quante saranno le vittime dirette o indirette del “lockdown” (nuovi poveri, suicidi, fallimenti) quanti decessi siano sopravvenuti per altre cause, cioè per patologie non collegate al coronavirus. (Tralasciando di considerare quante morti siano da attribuirsi alla confusione delle contromisure adottate nella prima fase, quando cioè il virus si è diffuso negli ospedali e nelle case di riposo per anziani).

Alcune regioni hanno deciso riaperture contro il parere del governo centrale. Lo stesso hanno deciso governi europei in ordine sparso. Molti settori, dalle aziende allo sport, premono perché si ricominci. Cresce la preoccupazione per la tenuta sociale, quando anche il comune cittadino comincerà a chiedersi il prezzo che è disposto a pagare per  “libera uscita”.

Autorevoli personalità, come Ursula von der Layen, propongono aperture selettive, confinando a casa gli ultra sessantenni. Il che sarebbe un’altra variabile della riflessione sulla morte. Perché il confinamento per classi di età equivarrebbe a un’eutanasia sociale. Gli anziani dovrebbero scegliere fra stare a casa per morire dopo o uscire rischiando di morire prima. L’ A-mortalità al tempo del coronavirus non è più contemplata.

In attesa della ripresa economica, della riapertura di attività, della scoperta del vaccino, cominceremo a riflettere sul nostro futuro modello di società avanzata? Fra la decrescita felice temporaneamente imposta dal coronavirus e la ossessiva ripresa dello sviluppo insostenibile troveremo la giusta misura per una comunità di esseri “nuovamente” mortali?    

 

 

 

 

* Giornalista e scrittore