Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Il dito, la luna e “Numero Zero” di Umberto Eco

Giovanni Bernardini - 03.02.2015
Umberto Eco - Numero Zero

Sembra quasi di vederlo, l’intrepido giornalista della testata cui daremo il nome fittizio di “Indipendente”. Il volto illuminato dal monitor e nel cuore la missione perentoria impartita dal caposervizio: screditare “l’intellettuale” (orrore) “di sinistra” (doppio orrore), scovando l’inevitabile magagna celata tra le pieghe del suo ultimo parto letterario. A un tratto sobbalza il giornalista: un account Twitter (non lui, ché ha troppo da scrivere per perder tempo a leggere) ha trovato un passaggio del libro copiato pari pari da Wikipedia! E allora via, la “notizia” finisce in bella evidenza sul sito del quotidiano, condita da allusioni alla polemica scatenata sui social network (leggi: che il giornalista sta montando ad arte). Certamente si può soprassedere quando simili episodi accadono a “persone qualunque”, giornalisti inclusi: ma se in ballo c’è “uno dei più importanti intellettuali italiani”... Poi l’ultima raffica, pane per i più fini palati complottisti: il passaggio incriminato risulta oggi “improvvisamente modificato” nella popolare enciclopedia online. “Solo una coincidenza? Misteri della letteratura …”.

Chissà se il giornalista, prima che il rimestio nel torbido divenisse il suo pane quotidiano, ha mai sognato di diventare l’autore del grande romanzo che gli desse fama e gloria. Se così fosse, si consoli: col minimo sforzo ne è divenuto almeno l’interprete involontario. La sua parabola ricorderebbe quella altrettanto ingloriosa del protagonista di “Numero Zero”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco oggetto dei suoi strali. Cresciuto a pane e velleità letterarie, l’antieroe si trova coinvolto nella spregevole ma remunerativa epopea di un nuovo quotidiano che deve consentire al suo finanziatore di fare il proprio ingresso nei salotti importanti a colpi di indagini piccanti, dossieraggi, insinuazioni in ottemperanza al motto del direttore “Non sono le notizie che fanno il giornale, è il giornale che fa le notizie”. Attraverso un lungo e raffinato apprendistato, la raffazzonata redazione impara ad affilare la lama dell’insinuazione, a celare la calunnia nella smentita, a delegittimare l’interlocutore per contrastarne le argomentazioni. I tempi dell’ambientazione sono quanto mai propizi: quei primi anni ’90 in cui un intero mondo politico crollava in pochi mesi tra cronache giudiziarie di corruzione assurta a sistema, e rivelazioni sulle trame oscure che avevano percorso il paese nei quattro decenni precedenti. Per chi ha dimestichezza con la narrativa di Eco, è evidente come il racconto inizi laddove si era interrotto il “Pendolo di Foucault”. Il personaggio principale di allora, giovane redattore di un’oscura casa editrice, finiva asserragliato nell’attesa incerta e infinita che complotti secolari si ritorcessero contro di lui, reo di averli evocati (o meglio creati) per puro diletto. Non molti hanno compreso come il vero protagonista di quelle pagine fosse il vuoto pneumatico e inquieto degli anni ’80, dell’edonismo effimero e delle derive culturali figlie del riflusso lasciato in eredità da due decenni di conflitto politico radicale, condotto senza risparmio di mezzi leciti o meno. E anche quella volta molti si accontentarono della superficie e dissertarono argutamente di quanto filologicamente corrette e documentate fossero le ricostruzioni di Eco delle congiure templari e illuminate.

Oggi lo spirito di quelle fantasie complottarde vive una seconda giovinezza grazie alla rete e finisce per precipitare l’abbattimento delle Twin Towers, il Bilderberg, il massacro di “Charlie Hebdo” e le scie chimiche in un unico calderone. E allora Eco preferisce affondare la penna nelle magagne della sbilenca transizione alla “Seconda Repubblica”, e del deterioramento dell’informazione che la accompagnò. Così il giornalista Braggadocio, persuaso che “tutto c’entra sempre con tutto, a saper leggere i fondi di caffè”, avrebbe carte e acume per ricostruire alcuni passaggi oscuri della storia recente ma non resiste alla tentazione del vero complottista: la “reductio” di ogni deviazione della storia patria a una sola matrice, che egli rinviene in una sconcertante “evidenza”: Mussolini non è mai morto e l’ombra del suo possibile ritorno si allunga su tutto il dopoguerra. Per cucire la sua trama, il giornalista non esita a sorvolare su incongruenze e insensatezze, estrapolando brandelli di informazione non verificata ma docile ai suoi propositi. Fosse nato un po’ più tardi, chissà cosa avrebbe saputo ricavare da Wikipedia e da internet… Invece deve spingersi a caccia di “notizie” tra i vicoli allegoricamente bui e angusti di Milano, finché non viene trovato morto. Stava seguendo piste pericolose? Tale è il terrore che s’impadronisce del protagonista, timoroso di fare la stessa fine perché depositario dei “segreti” del collega. Ma nessun assedio lo attende alla fine della storia, al contrario di quanto accadeva nel romanzo precedente: l’omicidio è da attribuire a una pista ben più triviale, probabilmente a un’inchiesta parallela sulla prostituzione. Ed è la sua compagna (la voce della ragione è spesso femminile per Eco) che gli fa notare quanto i tempi e l’informazione stessa abbiano ormai mutato gli italiani: “Siamo vaccinati, qualsiasi storia nuova ci raccontino diciamo che ne avevamo sentite di peggio, e forse questa e quelle erano false”. Ancora una volta, verrebbe da dire, Eco indica la Luna: non ha colpe se il nostro intrepido giornalista indugia compiaciuto sul dito.