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19 giugno 2024
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Governo e sindacati. Un rapporto difficile

Edmondo Montali * - 03.02.2015
Matteo Renzi e Susanna Camusso

Dall’entrata in carica del governo Renzi abbiamo assistito a un progressivo peggioramento delle relazioni tra l’Esecutivo e il mondo sindacale. Certo con sfumature diverse a seconda dell’organizzazione sindacale: dalla critica “dialogante” della CISL all’intransigenza della CGIL passando per le posizioni della UIL, a dire il vero mai così conflittuali negli ultimi anni. A parte queste importanti sfumature, il dato certo è che le relazioni tra Governo e rappresentanza sociale del mondo del lavoro non sono mai state così difficili dai tempi del Governo Berlusconi e, per certi versi, nemmeno allora.

Governi e sindacati partono da assunti precisi. La cosa strana è che tali assunti non vengono certo contestati dalla controparte. Il Governo per bocca del suo Presidente del Consiglio afferma che è di propria esclusiva competenza fare le scelte che ritiene più opportune per tentare di portare il Paese fuori dalle secche della crisi economica.

Il sindacato, da parte sua, afferma essere suo compito irrinunciabile la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei suoi rappresentanti e dei lavoratori in generale.

Fin qui, niente da eccepire.

I problemi iniziano a manifestarsi quando dalle enunciazioni di principio si scende nel campo delle decisioni vere e proprie. In tutti i campi nei quali sindacato e Governo si sono confrontati è nato un problema formale, concernente le decisioni, e informale, concernente il modo con il quale si tratta la controparte: riforma del mercato del lavoro, rinnovo contrattuali pubblico impiego, rappresentanza, etc.

Il Governo traduce attraverso il decisionismo, a tratti arrogante, del suo Presidente del Consiglio una visione della gestione di una società complessa come quella contemporanea di stampo Ottocentesco, che mira a costruire un rapporto diretto e senza mediazioni con la società civile saltando completamente, e a volte ridicolizzando inutilmente, il ruolo dei corpi intermedi (da questo punto di vista le modalità comunicative di questo Governo sono fortemente indicative). Da questo assunto, tutti i progetti di riforma, anche quelli oggettivamente necessari, si trasformano in una sprezzante insofferenza per le posizioni del sindacato che vengono giudicate aprioristicamente una resistenza passiva e datata a un processo di modernizzazione necessario.

Il sindacato, invece, partendo dalla difesa degli interessi dei propri rappresentati non può che arrivare alla richiesta di partecipazione, anche in una sfera politica e decisionale, di tutti i provvedimenti concernenti il suo specifico campo di azione: politica economica, riforme sociali, rappresentanza, contrattazione. Da qui l’accusa, più o meno velata, di un protagonismo improprio che spingerebbe il sindacato all’invasione di campi di competenza non di sua pertinenza. L’accusa sembra, in verità, abbastanza strumentale. Proprio in virtù della complessità del rapporto tra lavoratore/cittadino e sfera pubblica, la mediazione dei corpi intermedi, che deve tradursi naturalmente in una capacità di portare le proprie competenze nel processo decisionale e politico e non certo in un consociativismo a difesa di interessi di casta, è non solo doverosa ma a tratti necessaria.

Di fondo rimane che il Governo vede nel sindacato una forza della conservazione e il sindacato vede nel Governo l’espressione di una finta modernità che in verità nasconde la difesa di interessi fin troppo noti. La realtà ci dice, almeno in questi primi mesi di Governo Renzi, che il sindacato ha un problema di rinnovamento come tutte le organizzazioni di questo Paese ma che la sua difesa degli interessi delle classi più deboli non può essere tradotta in una semplicistica accusa di mero conservatorismo. Dall’altra parte, il Governo Renzi sta provando a mettere in campo una forza decisionale in controtendenza con l’abitudine del Paese all’eterna discussione che, gattopardianamente, lascia sempre tutto immutato. Con una inquietante discrasia, però, tra quanto annunciato e quanto davvero realizzato.

Il problema del muro contro muro tra Governo e sindacati, tradotto in accuse e incomunicabilità, nasconde però una realtà ben più complessa e delicata. Si tratta del ruolo e dell’importanza che nella società di oggi viene attribuito al lavoro. Se il lavoro torna ad essere una mera merce sul mercato e scompare la persona del lavoratore, con i suoi diritti e la sua libertà tradotti in cittadinanza, allora la politica può affrontare tutte le questioni sociali traducendoli nei numeri della macroeconomia. Il paradigma diventa la crescita, lo sviluppo del capitale, l’occupazione, il produttivismo, ma il tutto misurato con freddi numeri e percentuali che rischiano di creare una realtà presunta aliena dalla realtà oggettiva. Come dice il Presidente Renzi “il risparmio degli italiani è aumentato”. E’ vero, ma in misura assoluta. Non si tiene nel minimo conto che la maggioranza degli italiani si è impoverita duramente negli anni della crisi mentre un segmento sempre più piccolo e privilegiato della società ha accumulato ricchezza. Sembra il paradosso della statistica di Trilussa.

Qui il punto di partenza nell’osservare e interpretare la società spinge per inerzia all’incomprensione: il Governo parte dalla teoria ma sembra non arrivare mai alla persona, al massimo a una generica categoria. E traduce il passaggio in slogan. Il sindacato parte dalla condizione della persona, dalla sua dimensione lavorativa ma anche titolare di diritti di cittadinanza oggi per la prima volta in discussione dopo decenni di consolidamento, e cerca di arrivare alle riforme del sistema, anche scontando la difficoltà di tenere insieme il particolare in un quadro economico generale difficile e complesso.

Da questo punto di vista, e se la premessa è corretta, Governo e sindacati non sono destinati ad incontrarsi se non per particolari contingenze. Vengono da mondi troppo lontani e si dirigono in mondi troppo diversi. Però, e in fin dei conti è quello che gli analisti più avvertiti chiedono, potrebbero iniziare a parlarsi partendo dal rispetto reciproco delle rispettive funzioni e responsabilità. Anche accettando il rischio di capirsi meglio.

 

 

 

 

* Edmondo Montali, ricercatore della Fondazione Giuseppe di Vittorio ed esperto di storia del movimento sindacale.