Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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I Significati di una coppa “europea”

Fulvio Cammarano * - 17.07.2021
Coppa Euro 2020

La vittoria dell’Italia sull’Inghilterra nel campionato europeo contiene molti aspetti che vanno ben al di là dell’incontro calcistico in sé, come è inevitabile per ogni manifestazione sportiva di grande impatto mediatico. Non manca chi si lamenta dell’eccessivo significato attribuito ad una partita di calcio, ma è evidente che una simile estensione dipende dalla natura umana, cioè dalla inevitabile tendenza ad attribuire alle grandi vicende della vita materiale significati che vanno oltre il fatto. Una partita di quel livello, ad esempio, non sarà mai solo un confronto pedatorio, ma verrà sempre letta attraverso una lente generatrice di simboli a partire, ad esempio, da quello della forza o debolezza dell’intero Paese. In un mondo organizzato in nazioni, queste competizioni non fanno altro che ribadire l’esistenza di appartenenze e confini che dalle grandi rivoluzioni settecentesche sino alla fine della Seconda guerra mondiale (e anche oltre) sono sempre state confermate attraverso le guerre. Come è noto, infatti, le competizioni sportive non sono altro che la forma depotenziata e civilizzata dello spirito bellico, causa ed effetto di quel bisogno di identificazione e appartenenza che incanala e organizza la vita di miliardi di persone nel mondo. Non è d’altronde un caso che il premier britannico Boris Johnson, nell’incitare i giocatori inglesi prima della partita, abbia fatto appello niente meno che allo spirito della II Guerra mondiale. Per tale motivo è inevitabile che nel 2021, in un torneo sportivo che prende il nome di “Campionato europeo di calcio”, si crei un immaginario profondamente influenzato dai più recenti eventi politici, sociali e culturali. Sottotraccia, ma nemmeno troppo, abbiamo visto affacciarsi all’interno del torneo appena concluso due immagini ben definite d’Europa, sorte dalle vicende degli ultimi anni: da una parte quella ufficiale, su cui s’impernia l’evento organizzato dalla Uefa, vale a dire l’Europa come espressione “geografica” di un continente dai confini incerti e, dall’altra, la sua espressione “politica”, rappresentata dalle nazioni che fanno parte dell’Unione europea, cioè di quell’entità ibrida che da ben più di mezzo secolo cerca di darsi un’anima unitaria senza mai riuscirvi (o per meglio dire, volerlo) pienamente. Si tratta di un dualismo, oggi, molto più evidente del solito in considerazione del fatto che due importanti Paesi presenti nel torneo – Turchia e Regno Unito – hanno deciso, per motivi decisamente diversi, di rifiutare la prospettiva dell’Unione politica, ponendosi deliberatamente come antagonisti della Ue. Due anime, insomma, che dietro la competizione tra nazioni, lasciano intravedere una prima forma di consapevolezza super-nazionale. E’ evidente infatti che di fronte alla Turchia - intenzionata a non entrare per non abbracciare i valori del costituzionalismo liberale - e all’Inghilterra uscita in polemica con il progetto unitario (portando con sé l’intero Regno Unito) -  si sia formato, da parte dei Paesi dell’Unione, uno spirito, se non solidale, quanto meno di indiretta complicità. Opinioni pubbliche e tifoserie di gran parte dei Paesi che si riconoscono nel pur lento e farraginoso processo unitario si sono apertamente schierate, in occasione della finale con l’Inghilterra, a favore della squadra italiana. Magari, al netto di altre considerazioni personali, un sondaggio avrebbe potuto mostrare come la linea di demarcazione tra opposte tifoserie “neutrali” sia stata quella tra sovranisti ed europeisti. Una finale, tra l’altro che, a conferma del valore simbolico della partita, ha creato non pochi imbarazzi ai “sovranisti” della penisola il cui cuore era diviso tra slancio patriottico e difesa dello spirito che ha prodotto la Brexit. La vittoria dell’Inghilterra avrebbe infatti, figurativamente, rappresentato il successo di un modello autarchico e nazionalista da utilizzare come esempio di un ritrovato vigore seguìto all’uscita del Regno Unito dall’Unione. Una vittoria, dunque, che avrebbe veicolato a livello planetario una serie di messaggi, neppure tanto subliminali, tesi a dimostrare come la scelta di abbandonare il progetto unitario europeo produca effetti positivi, riaffermando, tra l’altro, la superiorità del modello inglese all’interno del turbolento universo britannico. La finale tra Inghilterra e Italia, al netto dei molti altri significati extra-calcistici che un tale incontro evoca, ha quindi rappresentato, volenti o nolenti, anche lo scontro tra due diversi modi di intendere l’Europa. La Gran Bretagna, oggi, incarna il sentimento di nostalgia ottocentesca di chi pensa ancora possibile rinverdire i fasti delle irrecuperabili grandeur nazionali, mentre l’Italia si è trovata, a sua insaputa, a rappresentare, per quanto pur sempre all’interno di una logica patriottica, tutti quei Paesi che tra mille incertezze pensano all’Europa come ad una realtà in transizione, nuova, che nel XXI secolo dovrà assumere un proprio profilo politico, indispensabile per fronteggiare le sfide globali già in atto. La partita ha, dunque, finito per mettere in scena la disfida europea tra chi è rimasto e chi se n’è andato e, soprattutto, tra due visioni del futuro. Per questo, forse, al termine dell’incontro, la bandiera italiana avrebbe dovuto contenere, in un angolo, anche un piccolo quadratino del vessillo europeo. Una mossa simbolica, sicuramente vietata dai regolamenti Uefa, che avrebbe però prodotto una forte “emozione” politica e mostrato, come solo il potente linguaggio dei simboli sportivi può fare, le potenzialità dello spirito europeo che sa vincere e soprattutto non ha alternative.

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna