Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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I diritti dei migranti. La presa di posizione della Chiesa cattolica in America centrale e negli Stati Uniti.

Claudio Ferlan - 24.07.2014
Confine fra Belize e Mexico

Nell’omelia della messa celebrata domenica scorsa nella cattedrale di Tegucigalpa (Honduras) il cardinale Maradiaga ha pronunciato parole dure, usando toni che ricordano la scomunica lanciata da papa Francesco contro i mafiosi. Il cardinale ha tuonato contro i coyotes, come vengono chiamati i trafficanti di persone che organizzano i viaggi della disperazione e con loro si arricchiscono. Coyote perché sono animali infidi, che si accaniscono su chi non si può difendere, mordono e fuggono. Ha detto Maradiaga: dovrebbero essere rinchiusi in carcere perché vivono dello sfruttamento dei poveri, dovrebbero pentirsi perché mettono in pericolo la vita dei sofferenti, dei bambini in particolare, aggiungendo che l’immigrazione non deve essere vista come un male. La sua non è una voce di poco conto nella gerarchia ecclesiastica, stiamo parlando infatti del coordinatore del cosiddetto G9, la commissione voluta da Bergoglio per studiare la riforma della struttura stessa della Chiesa.

 

La dichiarazione congiunta

 

La presa di posizione del porporato honduregno segue la “Dichiarazione congiunta dei vescovi di Stati Uniti, Messico, El Salvador, Guatemala e Honduras sulla crisi dei bambini migranti” (Città del Messico, 10 luglio 2014). È stato messo in risalto il dramma di bambini e adolescenti fuggiti dal Centroamerica verso gli Stati Uniti e oggi detenuti in attesa di rimpatrio. I vescovi hanno riconosciuto l’urgenza di sviluppare misure atte a garantire l’interesse dei più deboli e l’unità familiare. Queste le loro linee guida: diffondere le informazioni precise sul pericolo del viaggio e sull’inesistenza di permessi per chi arriva negli Stati Uniti, lottare contro i gruppi delinquenziali che organizzano il traffico illecito e la tratta di persone, migliorare le pratiche migratorie. Si vuole operare in piena collaborazione con i paesi membri della Conferenza Regionale sulla Migrazione (Belize, Canada, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Repubblica Dominicana e Stati Uniti). Ci si sforzerà di sradicare le cause strutturali che provocano l’immigrazione irregolare dei minori di età, di promuovere programmi di sviluppo sociale ed economico nei paesi di origine, implementando al contempo piani di reinserimento e reintegrazione per chi ritorna. Senza dimenticarsi di chi ha tutte le carte in regola per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

 

Il Seminario sulle Migrazioni

 

In piena concordia con questa linea si è espresso papa Bergoglio, che in un messaggio scritto in occasione del “Seminario sulle Migrazioni” tenutosi a Città del Messico il 14 e 15 luglio scorsi ha definito la situazione dei bambini non accompagnati che attraversano il deserto una vera e propria emergenza umanitaria. A rappresentarlo in Messico c’era il segretario di Stato vaticano monsignor Pietro Parolin, a testimoniare l’attenzione della Chiesa sul tema. Le conclusioni del seminario messicano, così come la dichiarazione d’intenti della Conferenza Regionale e dei vescovi hanno proposto misure concrete. Prima quelle urgenti, definite palliative, e necessarie per garantire ai bambini trattenuti negli Stati Uniti condizioni migliori, una più efficace identificazione, uno sforzo per il ricongiungimento familiare e una valutazione cosciente dei rischi connessi ai provvedimenti di rimpatrio forzato. Ma ciò che ci si auspica a lungo termine è un cambiamento culturale che consenta il passaggio dal rifiuto all’accoglienza. Lo stesso hanno detto i rappresentanti della Chiesa, garantendo il proprio impegno. 

 

I gesuiti al servizio dei rifugiati

 

Che il tema dell’immigrazione sia centrale nel magistero di Francesco lo sappiamo fin dalla sua presenza a Lampedusa. Non stupisce che da più parti si ipotizzi un prossimo viaggio in Messico proprio per dare ancora più forza alla sua autorevolezza morale sulla questione. Uno dei campi di azione pastorale nei quali la Compagnia di Gesù (l’ordine di Bergoglio) cerca di rispondere fattivamente alle emergenze del presente è l’aiuto ai rifugiati. L’impegno risale al 1980, quando l’allora generale dell’ordine Pedro Arrupe decise di fondare il Jesuit Refugee Service, sconvolto dalla tragedia dei boat people vietnamiti. Il lettore potrà trovare notevole familiarità con questa particolare conseguenza della guerra del Vietnam, dove un grande numero di profughi decise di prendere il mare, unico possibile percorso di fuga dal conflitto. Non avevano un porto di destinazione, salivano su mezzi di fortuna, sovraccarichi e privi finanche delle minime misure di sicurezza. Cercavano di intercettare la rotta di qualche nave che li potesse accogliere o di raggiungere un posto che li portasse lontano dalla disperazione. Arrupe riconobbe l’urgenza di offrire ai rifugiati – non solo ai vietnamiti – un aiuto materiale, un servizio umano, educativo e spirituale. Francesco cerca di proseguire sulla strada tracciata da uno dei suoi maestri e di condurre su quella strada la Chiesa della quale è stato eletto capo.