Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Il Muro di Ferro, oggi.

Massimiliano Trentin * - 24.07.2014
Ze'ev Jabotinsky

La strage e le distruzioni che si stanno compiendo oggi nella Striscia di Gaza riportano d'attualità alcune questioni fondamentali del conflitto israelo-palestinese. Questioni su cui vale la pena soffermarci anche di fronte al fragore dei cannoni e dei missili.

Tradizionalmente, la strategia dei dirigenti israeliani nei confronti degli arabi è stata quella di negoziare sempre e comunque da una posizione di forza. Tale posizione di forza consiste nell’esercizio di una schiacciante superiorità militare, di potenza di fuoco e tecnologica, che funga da deterrente a ogni tentativo di contrastare la presenza di Israele esercitato da qualsiasi forza araba. Si tratta della cosiddetta dottrina del "Muro di ferro", elaborata da uno dei padri della destra revisionista sionista, Ze'ev Jabotinsky, nel saggio del 1923 "Il Muro di ferro (noi e gli Arabi)", e successivamente fatta propria nei fatti dalla maggior parte della classe politica di Israele. 500 morti palestinesi a fronte dei poco meno di 20 morti israeliani sembrano confermare la sproporzione di mezzi e di capacità distruttive di Israele rispetto a quelle Palestinesi, ribadita dall’efficacia del sistema anti-missile Iron Dome contro i razzi di Hamas .

Per Jabotinsky era evidente che gli arabi avrebbero resistito con tutti i mezzi all'opera di colonizzazione del movimento sionista, dunque nella sua teorizzazione gli arabi avrebbero accettato lo stato ebraico soltanto dopo essere stati sconfitti militarmente. Nonostante la sua "educata indifferenza" nei loro confronti, Jabotinsky riconosceva agli arabi, in quanto nazione, il diritto alla legittima resistenza: di fatto, due popoli, due nazioni si scontravano per la stessa terra. Pensava inoltre che tra due diritti ritenuti eguali, sarebbe intervenuta la forza nel determinare il vincitore. Ciononostante, egli riteneva comunque inevitabile sia l'unità della Palestina del Mandato britannico sia la coabitazione di due nazionalità: gli odierni israeliani e palestinesi Questo era l'obiettivo di lungo termine, e il Muro di ferro la strategia per raggiungerlo.

Tuttavia, questo Muro ha travolto completamente l'obiettivo originario. Infatti, qual è l'obiettivo del Muro di Ferro oggi? Ufficialmente è la difesa della sicurezza di Israele dagli attacchi missilistici di Hamas o dalle incursioni dei suoi commandos. Nessuno può negare che queste siano reali. Ma è ben più difficile negare, o nascondere, che la strategia del Muro di Ferro abbia come scopo, oggi, quello di garantire la riproduzione della politica israeliana nei confronti dei palestinesi: occupazione, colonizzazione e segregazione in Cisgiordania e nelle Alture del Golan; segregazione di 1,8 milioni di persone nella Striscia di Gaza, lunga 45 km e larga dai 5 ai 12 km, il territorio dalla più alta densità di popolazione al mondo.

La continua colonizzazione dei territori palestinesi impedisce nei fatti l'esistenza di uno stato palestinese degno di questo nome. Nell'Aprile scorso, a fronte dell'isolamento internazionale in cui versava la Striscia di Gaza, e il collasso delle finanze pubbliche con la chiusura dei tunnel nel lato egiziano del Sinai, Hamas aveva accettato tutte le condizioni poste dall'ANP di Mahmud Abbas per la costituzione di un governo di unità nazionale, costituito da soli tecnocrati. Hamas era in ginocchio, dunque pronta ad accettare il negoziato, come i suoi rivali israeliani e internazionali auspicavano. E ciononostante Israele continuò il blocco delle frontiere e il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici di Gaza: l'unità palestinese rimane un rischio da scongiurare sempre e comunque per Tel Aviv. Di fronte all'inazione della comunità internazionale, Hamas decise allora di puntare sull'arma militare per tentare di sbloccare la situazione, riportando il conflitto sul piano più congeniale sia al movimento della resistenza islamica sia ad Israele. Il resto è cronaca.

Ma il Muro di ferro impedisce anche la convivenza di due nazionalità sullo stesso territorio con eguali diritti; appunto perché da sempre l'occupazione e la colonizzazione si sono accompagnate da pratiche di tipo discriminatorio se non apertamente segregazionista. Il Muro in Cisgiordania, i valichi e l'embargo nella Striscia di Gaza così come la legislazione nel mercato del lavoro impongono una separazione e una rigida gerarchia tra le due società, contribuendo alla rispettiva "disumanizzazione". Gli stessi inviti israeliani “a lasciare la propria casa perché nelle prossime ore sarà bombardata” rendono difficile ipotizzare la possibilità di una convivenza successiva al conflitto. Israeliani e arabi qui non costituiscono alcuna eccezione a quanto accaduto in Africa e Asia nel corso dell'Ottocento o Novecento. Questa gerarchia, questa negazione dell'umanità altrui è ciò che il Muro di ferro israeliano difende oggi.

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna